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Il fatto della settimana NBA- Clippers: la fine di un’era (che non è mai iniziata)

La stagione dei Los Angeles Clippers è finita. Ancora una volta è arrivata un eliminazione prematura e che lascia un tremendo amaro in bocca a tutti i tifosi dei bianco-rosso-blu. Ancora una volta la serie di Playoff che sembrava favorire nettamente i ‘velieri’ ha invertito il vento, facendo clamorosamente naufragare la truppa del capitano doc Rivers. Ogni anno quando si tratta di capire le dinamiche degli incidenti accaduti ai Clippers si è costretti ad avventurarsi in un mondo che si distanzia da quello sportivo,tecnico e razionale in favore di una misticità e di una cabala che solo pochi eletti (tra i quali non compare di certo il sottoscritto) possono provare a comprendere. Un esempio su tutti: stagione scorsa, i Clippers sono reduci dalla loro più grande impresa di Post-season (eliminati gli Spurs al primo turno dopo essere stati sotto 2-3) e si trovano di fronte agli Houston Rockets del barba; avanti 3 a 1 nella serie sono nettamente in controllo e vedono nitidamente la loro prima finale di Conference della storia: implosione interna. Com’è come non è (io l’ho detto che siamo in una situazione mistica) i Clippers deragliano e riescono a perdere a gara 7 contro una squadra che oltretutto non si poteva nemmeno definire esperta in materia di Playoff (l’uomo chiave della serie sarà Josh Smith per Huoston, fate voi).

Tuttavia quest’anno abbiamo assistito a quella che probabilmente è l’eliminazione più comprensibile, tanto che si potrebbe definire con una singola parola: sfiga. Sfiga che in realtà si traduce con ‘infortuni’, i quali hanno affossato contemporaneamente sia C.Paul che B.Griffin, ovverosia l’anima e il corpo di questa franchigia. In queste condizioni perfino i Portland Trail Blazers (di fronte ai quali però ci si deve levare il cappello in questa stagione) sono un ostacolo proibitivo e il rassicurante 2-0 iniziale si è presto tramutato in un freddo e definitivo 2-4 per la squadra dell’Oregon. Giusto per chiarire: se levi Paul ai Clippers non solo hai privato la squadra del suo giocatore più talentuoso ma hai tolto agli altri 11 la loro guida e il loro leader: il gioco dei Clippers nasce, si sviluppa e muore attorno al numero 3, che quando è in campo ne detta costantemente i tempi e le varianti come solo un grande generale o un grande direttore d’orchestra sanno fare. I Clippers sono iniziati con CP3 e con esso probabilmente li vedremo morire. Può darsi che il capolinea di questa squadra sia stato proprio la serie contro i Blazers? Non mi sento di escluderlo. Le delusioni ormai sono troppe da digerire per un gruppo che forse ha la sensazione di averle provate tutte, vedendosi sempre sfuggire l’obbiettivo nel momento più impensabile, proprio quando questo era lì, a un passo dalla mano. Gli sforzi fatti in questi anni sono stati innumerevoli, i cambiamenti interni alla rosa e alla dirigenza lo testimoniano, eppure i risultati non sono mai arrivati.

Ma facciamo un passo indietro e andiamo dove tutto ebbe inizio: 15/12/2011 C.Paul (allora promesso sposo ai rivali dei Lakers) arriva ai Clippers e sancisce l’inizio di una nuova era per la franchigia. Paul va ad affiancarsi ai promettenti Griffin e D.Jordan con i quali formerà uno dei ‘triangoli’ più divertenti della pallacanestro moderna: due lunghi dalle doti atletiche fuori dal comune imbeccati dal miglior playmaker puro in circolazione, il risultato è la cosiddetta ‘Lob-city’, una squadra che sembra un videogioco perché ogni volta che alzi un alley-hoop viene giù lo Staples

Center. I Clippers si mettono letteralmente sulla carta e, complice la parallela decadenza dei Lakers che proprio dal 2011 non vinceranno più, diventano per la prima volta padroni della città, vincendo quasi sempre il derby cittadino (soprattutto sul piano dello spettacolo, un dettaglio che da quelle parti è tenuto in alta considerazione) e costruendo una solida squadra da Playoffs. Insomma gli astri NBA sembrano clamorosamente essersi allineati per una squadra che fino ad allora aveva sempre vissuto nell’ombra (non solo dei Lakers) non riuscendo mai una volta nella sua storia a raggiungere anche solo la finale di Conference. I presupposti ci sono tutti: c’è una superstar (Paul ma si pensa che anche a Griffin nel futuro prossimo), c’è un coach di esperienza e mentalità vincente (Rivers arriva nel 2013), c’è come detto il gioco più spettacolare della Lega, c’è la location (LA attira e molti

giocatori arrivano anche per quello) e dulcis in fundo gli arci-rivali dei Lakers sembrano in caduta libera, che volere di più? L’anello, ovviamente. Niente da fare, come detto nel ciclo aperto da Paul nel 2011 fino a questi Playoff 2016 arriveranno tre meste eliminazioni al secondo turno e due sconfitte al primo, condite se vi può consolare da due gagliardetti celebrativi per la vittoria della Pacific Division (2012 e 2013). La finale di Conference resta una chimera e gli iniziali facili entusiasmi per i poster delle schiacciate di Griffin e DJ si sostituiscono ad amari rimpianti per serie di Playoff prima dominate e poi buttate al vento sul più bello. La squadra viene continuamente rafforzata, si tentano tutte le carte possibili (anche la spinta emotiva data dal cambiamento di proprietà) ma i risultati non arrivano e a vincere sono sempre gli altri. Parliamoci chiaro però e facciamo un’analisi il più possibile realistica e concreta. Ogni ciclo ha bisogno di alcuni anni per arrivare al vertice, facendo crescere un gruppo e (nel nostro caso) instaurando nei giocatori e nello staff quella che viene definita ‘una mentalità vincente’: è questo un processo lungo che ha bisogno dei migliori interpreti per concretizzarsi ed arrivare al traguardo finale. Molti potranno pensare che, effettivamente, per quanto spettacolari e ricchi di talento questi Clippers non abbiano mai avuto le carte in regola per vincere il titolo. Eppure io credo che perlomeno una grande occasione i Clips l’abbiano avuta. Mi riferisco ancora alla scorsa stagione, alle spalle erano maturate a mio avviso le giuste condizioni per garantire al gruppo di arrivare fino in fondo: Griffin aveva l’esperienza necessaria per fare il grande salto (non solo verso il canestro per schiacciare), Paul era nel pieno della maturità, il supporting-cast era finalmente salito di livello (Jordan, Redick, Crawford) e gli insegnamenti di Rivers erano entrati nella testa dei giocatori, passando per le precedenti apparizioni ai Playoff dove la squadra era apparsa in crescita rispetto ai primi tempi con V.Del Negro. Un altro punto di enorme importanza: una volta eliminati gli Spurs (impresa come detto storica se pensiamo ai Clippers del passato) non c’erano più rivali imbattibili: i Warriors non erano gli schiacciasassi di quest’anno e i Cavs erano al loro primo anno dal ritorno di Lebron (con grossi infortuni a carico). Insomma i Clippers erano in grado di giocarsela con tutti senza partire da sfavoriti, eppure il treno è stato ancora una volta perso (in circostanze che ripeto sono difficili da spiegare). Per capire come sia difficile che lo stesso treno torni a presentarsi in futuro basta guardare a questa stagione: paradossalmente LA si presentava con l’organico migliore della sua storia (affianco al gruppo storico vediamo affiancati nomi come J.Green o P.Pierce) eppure non sembra mai stata realmente in corsa, vuoi per i numerosi infortuni legati a Griffin, vuoi perché molti giocatori che si pensava potessero dare un contributo decisivo hanno deluso (penso a Pierce) o vuoi perché G.State e San Antonio abbiano giocato la stagione della vita.

In conclusione si può capire perché in precedenza io abbia indicato questa come possibile ultima stagione del ciclo più vincente (sembra una presa in giro ma è così) nella storia della Los Angeles rosso-blu. Ormai gli anni migliori di molti giocatori del roster sono passati, i contratti dei big si avvicinano alla scadenza, le idee di Rivers forse non convincono più e la concorrenza sembra sempre più agguerrita. Vale la pena continuare a scommettere su questi pur talentuosissimi giocatori? Non sarò io a deciderlo, ad ogni modo grazie per lo spettacolo ragazzi.