NBA

Il fatto della settimana NBA – Giochi finiti a Sacramento e appena iniziati per i Cavs

East – Cleveland, la stagione inizia ora

Che strana stagione quella dei Cleveland Cavaliers. Non è positiva perchè altrimenti non avrebbero licenziato il loro allenatore e non sarebbero così distanti (in termini di record stagionale) dalle legittime rivali ad Ovest Golden State e San Antonio. Eppure non si può nemmeno definire come negativa, dal momento che il titolo di Campione della Central Division è già in archivio e la testa di serie numero 1 ad Est quasi. Ma Cleveland è così, o meglio, Lebron James è così: o vince, o è il primo della classe, o niente, le critiche avranno sempre ragione. Questo è stato un anno duro per il numero 23, forse il primo (dalla sua maturità cestistica) dove la sua leadership nella Lega è stata messa seriamente in discussione da un altro (Steph). É anche la prima volta dopo tanti anni (l’ultima volta nel 2010, suo ultimo anno ai Cavs prima di passare agli Heat) dove Il Re sarà costretto a giocare gli interi Playoffs da sfavorito. L’anno scorso infatti, fino agli infortuni di Irving e Love, Cleveland non mi sembrava così al di sotto delle altre. Ma questo mi sembra un grande incentivo, da una parte per noi spettatori che potremmo vedere i Cavs con un occhio diverso, forse più obbiettivo dal momento che la favorita, si sa, sta sempre antipatica; dall’altro potrebbe essere una spinta decisiva per James: quale motivazione migliore che non quella di essere snobbato? Si Lebron, Love, Irving, ma contro questi Warriors sono spacciati. E poi Steph, lui si che è il nuovo dominatore della Lega, James ha imboccato il viale del tramonto…

Tra poco si fa sul serio e anche se i Warriors batteranno il record dei Bulls ai Playoffs si parte tutti 0-0 e conta vincere quelle maledette 16 partite che portano all’anello: i conti si fanno adesso e io credo che Cleveland potrà giocarsi le sue carte fino in fondo.

West – I rimpianti di Sacramento

Non c’è ancora l’ufficialità ma è ormai una questione di poche ore: anche per quest’anno la stagione di Sacramento conterà solamente 82 partite, quelle di stagione regolare. I Playoffs rimangono una chimera nella capitale californiana che forse quest’anno porterà a casa più rimpianti del solito perchè, diciamocelo chiaro, le condizioni per agguantare l’ottavo posto c’erano tutte. Portland, Utah e Dallas non possiedono sicuramente un organico così superiore ai Kings, eppure sono lì che si contendono le ultime posizioni con Houston (che meriterebbe un discorso a parte) per la Post-Season. Il fatto più grave è proprio questo: non solo non si faranno i Playoffs ma non si lotterà nemmeno fino all’ultima partita perchè i giochi non sono mai stati aperti per Sacramento che fin dalle battute iniziali della stagione ha militato nelle zone basse della classifica.

A livello di cifre individuali la situazione parrebbe rosea: Cousins si conferma inarrestabile (ben 27 punti e quasi 12 rimbalzi di media a gara), Rondo sembra quello di una volta (11,6 assist di media) e la squadra presenta ben sei giocatori in doppia cifra per punti tra i quali spicca R.Gay a 17 di media.

A sancire la grande capacità realizzativa dei viola-argento si noti il dato dei punti segnati di media a partita: 106,9 (terzi nell’intera NBA). Ecco poi arrivano le brutte notizie, sempre in ambito statistico

ecco che vediamo i 109,1 punti concessi in media agli avversari e qui devo confessarvi che si tratta della peggior percentuale della Lega. Dall’infermeria non arrivano alibi perchè i Kings durante la stagione non hanno subito infortuni degni di nota e infine non troviamo conforto nemmeno guardando al monte salari: di tutta la rosa dei Kings l’unico contratto in scadenza è quello di Rondo (e di E.Moreland per la cronaca). Quest’ultimo dato mi lascia personalmente molto perplesso sul futuro di questa franchigia che anche per l’anno prossimo sembra destinata ad un malefico limbo che la avvolge da ormai più di dieci anni. Certo, non si può colpevolizzare solo la dirigenza che si è vincolata a questo gruppo credendo di puntare su giocatori affidabili, ma anche (inevitabilmente) l’allenatore e il buon Cousins, una stella sulla quale pare impossibile costruire una realtà vincente.