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Il fatto della settimana NBA: Le sorprese Jazz e Bulls

Western Conference – Il Jazz si può suonare anche in pochi

Al diavolo i colossi Golden State e San Antonio, al diavolo le prodezze di Deron Williams e al diavolo anche i Sacramento Kings del nostro Belinelli, per me questa è stata la settimana degli Utah Jazz. Nelle scorse puntate ero stato il primo a darli per spacciati, quando a Exum e Gobert erano seguiti Burks e Favors come infortunati. Per Favors in realtà non si parlava che di un brevissimo stop, ma il problema alla schiena si è riacutizzato e l’ex Nets è in panchina da quasi due settimane. Per Utah sembrava impossibile difendere l’ottavo posto con quattro quinti del quintetto non disponibili (Burks è utilizzato come sesto uomo ma è di fatto un titolare come spesso accade in NBA). Se contiamo che la squadra non ha nemmeno lontanamente l’esperienza che serve per gestire momenti di tale difficoltà, era facile pronosticare i Jazz verso le zone basse della Conference. E invece no, Q.Snyder (il coach) ha stupito tutti e ha saputo tenere a galla la barca nel mare tempestoso dell’Ovest, quando il più anziano dell’equipaggio è sotto i 29 anni. Un impresa non da poco quella di vincere 3 partite nelle ultime sei (perdendo solo nei secondi finali contro Clippers e Rockets) mandando in campo il seguente quintetto: R.Neto; R.Hood; G.Hayward; T.Lyles; J.Whitey. Mai sentiti? Non siete gli unici.

Neto è un playmaker brasiliano al primo anno che sta dimostrando grande carattere e una buona capacità di creare gioco in attacco; Hood è una guardia al secondo anno da Duke ed è in crescita esponenziale (contro Memphis 32 punti) in attacco; Hayward è l’unico che non ha bisogno di presentazioni; Lyles è un 4, rookie tutto da inventare sia fisicamente che come gioco; Whitey è la vera srpresa, un lungo bianco di sette piedi che fino all’infortunio di Favors (nemmeno di Gobert) si giocava i garbage-time se andava bene: nelle ultime partite sta mettendo insieme cifre da centro vero.

Mentre scrivo devono giocare a San Antonio, e qui sono spacciati per davvero, ma i segnali dati in questa settimana valgono oro per i mormoni.

Eastern Conference – I Bulls escono dalle polemiche

Un’altra squadra che non dico venisse data per spacciata ma quantomeno come formazione in crisi (di nervi soprattutto). I Chicago Bulls sono a cinque vittorie in fila e non hanno nessuna intenzione di levarsi il drappo rosso davanti allo sguardo. Questa mini serie di vittorie leva letteralmente le castagne dal fuoco a Hoiberg, dal momento che i tori venivano da quattro sconfitte in cinque partite, peraltro piuttosto agevoli. Jimmy Butler sembra sempre più uomo squadra, Gasol è chiaramente il miglior centro dell’East nonostante gli anni e poi ci sarebbe D.Rose, che non sta facendo faville ma scende sempre in campo e tanto basta per il momento.

Eppure parlando di grandi squadre (o di grandi ambizioni) è giusto soffermarsi sulle panchine, dove troviamo una rotazione lunghissima che comprende Snell, McDermott, Brooks, Portis, Moore e Hinrich (e T.Gibson quando tornerà Noah). Come tutti sappiamo più si andrà avanti nella stagione e più i minuti scarseggerano per questi giocatori che sono chiamati a dare di più, in particolare ad essere più continui perché se vogliamo più o meno ognuno di loro ha dimostrato fin qui di avere buoni numeri ma solo in poche partite. Su Gibson, Hinrich e Brooks siamo più o meno sicuri che possano dare qualcosa, da veterani, alla causa di Chicago, ma se dovessimo scommettere oggi sugli altri? Non sono sicuro. Ed infine N.Mirotic è quello dell’anno scorso o quello titubante di quest’anno?