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Il Fatto della settimana NBA – Se si escludono Bosh e Lillard…

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East – Miami vince ma aspetta Bosh

Chris Bosh sta per essere sottoposto agli accertamenti medici riguardo gli anomali coaguli di sangue presenti nella sua gamba sinistra: c’è il concreto rischio che il numero 1 degli Heat possa nuovamente concludere la sua stagione in anticipo. In teoria se una simile notizia tocca la stella della tua squadra (e Bosh, miglior marcatore fin qui di Miami, lo è, insieme a Wade), i risultati dovrebbero, almeno nell’immediato, risentirne. Non in questo caso. I Miami Heat infatti hanno saputo raggiungere nel post All-Star Game la quarta posizione ad Est, vincendo gli scontri diretti contro Atlanta, Indiana e Washington, prima di perdere (inevitabilmente viene da dire) contro Golden State. I ragazzi di Spoelstra hanno fatto persino a meno del loro secondo pilastro D.Wade per qualche partita, ma non sono sembrati minimamente in difficoltà, riuscendo a distribuire più tiri in attacco e appoggiandosi a una solida difesa capitanata dal totem a centro area H.Whiteside, i cui numeri fanno davvero spavento (12,8 punti, 11,4 rimbalzi e soprattutto 4 stoppate a partita). Ma il segreto dell’ottimo momento dei tre volte campioni NBA si chiama L.Deng: l’ex Bulls sembrava ormai un giocatore in lento ma costante declino prima che decidesse, nell’ultima decina di partite, di ritornare ai vecchi splendori, mostrandosi come il giocatore completo che conosciamo, in grado anche di segnare un trentello alla difesa degli Hawks.

Segnali importanti dunque, a testimoniare che la squadra è unita e vuole giocarsela anche nei Playoffs, soprattutto vista l’ottima condizione fisica di Wade. Eppure a South Beach sono tutti in attesa del responso medico: torna o non torna Chris? Da qui passa la stagione di Miami.

West – Lillard e il mancato All Star Game

Il cosiddetto “All-Star Game” potrà piacere o non piacere ma va tenuto in alta considerazione perché, al di là di quello che succede nella gara delle stelle di metà Febbraio, questo evento divide irrimediabilmente il mondo dei giocatori NBA in due parti opposte: quelli che vi hanno preso parte e quelli che sono rimasti a casa. Questo è un dettaglio di enorme importanza psicologica all’interno della Lega perché se da un lato premia pubblicamente una minoranza di dodici giocatori, rafforzandone l’orgoglio e l’autostima di potersi sedere, anche solo per tre giorni, al tavolo dei “migliori del mondo”, dall’altro non tiene nessun conto di tutti gli altri, destinati all’anonimato mentre il mondo celebra i loro colleghi. Il fatto è che tra “tutti gli altri” ce ne sono molti che non possono accettare un simile affronto, perché “essere il migliore” non è per loro un semplice riconoscimento, è una ragione di vita. Tutto ciò potrà sembrare bizzarro, ma in un mondo dove la competizione è portata ai massimi livelli, non lo è. Sei un All-Star? Allora sei qualcuno. Non sei un All-Star? Spiacente amico, non sei nessuno. Questo grossomodo è il ragionamento dei migliori giocatori NBA, che come sapete, sono ben più di dodici nella Lega.

Uno di loro è D.Lillard e questo lo sapevamo già; quello che non sapevamo è come avrebbe reagito il numero 0 di Portland alla suddetta esclusione dall’elite NBA. Di rabbia, d’accordo, magari con qualche prestazione da 30 o più punti tanto per ricordare chi si sono dimenticati. Invece no, o meglio, Damian lo sta facendo, sta segnando a ripetizione, contro qualunque difesa, il problema è che decide le partite, le orienta dove vuole lui e quando vuole lui. Portland è sesta (con Dallas) nella Western Conference con un record in positivo. Tutto questo non dovrebbe essere possibile considerato l’organico completamente smembrato dall’anno scorso dei Trail Blazers, che hanno perso tutti, ma proprio tutti i pezzi migliori del roster (escluso Lillard ovviamente) diventando nello spazio di un estate una squadra da lotteria.

Magari non passeranno nemmeno il primo turno, magari non andranno nemmeno ai Playoffs, ma di una cosa state pur certi: la prossima estate oltre ai (tanti) soldi che i Blazers potranno offrire ai free agent più ambiti, la domanda “ti interessa giocare con D.Lillard?” è destinata ad assumere un certo peso.