Il viaggio di Manu ed Ettore: da Bologna a San Antonio, insieme per sognare di vincere ancora

Prendete come esempio i binari di un treno, posti sempre ad una certa distanza ma pur sempre vicini. Non si incontreranno, non si intrecceranno, non si ricongiungeranno mai, se non in stazione, se non per partire e per arrivare insieme al capolinea. La similitudine usata può sembrare piuttosto lontana dalla pallacanestro ma non dalla storia dei nostri due personaggi. Dire che, apostrofando Venditti, certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano è fin troppo facile e forse anche banale ma mai così vero, così adatto alla storia di queste due fantastiche persone che hanno reso, in un modo o in un altro, migliore il gioco. Le vite parallele sono tanto affascinanti quanto casuali, quasi da togliere il respiro.

Ettore Messina nasce a Catania il 30 settembre del 1959 e, dopo una piccola parentesi di basket giocato a livello giovanile, coglie già all’età di 16 anni la sua vocazione per la gestione di una squadra, per la panchina, per il ruolo di allenatore. I suoi inizi sono in un primo momento umili ma decollano immediatamente quando approda a Venezia, nella storica Reyer. Non si accontenta della panchina ma diventa a soli 21 anni il responsabile del settore giovanile a Mestre. La sua gavetta vera e propria inizia ad Udine dove si trasferisce nel 1982 alla corte del compianto Massimo Mangano, scomparso tragicamente durante una stagione gloriosa che lo vedeva protagonista come capo allenatore dello Scafati Basket.

Nel frattempo, praticamente dall’altra parte del mondo, un altro allenatore di nome Jorge, diventava padre per la terza volta, dando vita a Emanuel David Ginóbili Maccari, più comunemente chiamato Manu. Fratello di Sepo e Leandro, Manu discende da una famiglia di immigrati italiani dalle Marche, quindi a tutti gli effetti può essere considerato un italo-argentino. Inizia a muovere i suoi primi passi sul parquet sotto la supervisione di papà Jorge, coach della squadra locale di Andino dove Manu è cresciuto. Come sempre accade in Sud America, così come nel futbol argentino, anche nella pallacanestro molto rapidamente si attribuiscono dei soprannomi e quello del piccolo Emanuel è El Narizon, letteralmente “Il Nasone” per via di un setto nasale molto pronunciato.

Mentre l’argentino cresce, Messina nel 1983 passa alla Virtus Bologna,  dove viene nominato responsabile del settore giovanile ed assistente della prima squadra, dove ha l’onore di lavorare con persone che hanno scritto la storia della pallacanestro italiana come Sandro Gamba e Alberto Bucci. Il definitivo salto di qualità arriva nell’ ’89, quando diviene capo allenatore delle Vu Nere, vincendo subito Coppa Italia e Coppa delle Coppe, regalando così il primo trofeo continentale alla Bologna cestista. La sua fama cresce sempre di più, la conoscenza del gioco pure e la considerazione a livello nazionale aumenta partita dopo partita, successo dopo successo. Dopo le vittore di cui sopra, nel 1993 diventa coach della Nazionale italiana, con la quale vince ma non convince del tutto,  Nonostante i successi che arrivano (oro ai Giochi del Mediterraneo del  1993, argento ai Goodwill Games di San Pietroburgo nel 1994 e ancora argento al Campionato Europeo del 1997).

Durante la parentesi nazionale di coach Messina, El Narizon lascia la guida di suo padre Jorge e veste la casacca della sua città, Bahìa Blanca, precisamente con l’Olimpo nella stagione 1995-1996. La classe cristallina di Ginobili è evidente fin dal primo giorno ma non dà immediatamente l’impressione di sapersi gestire con efficacia all’interno di una squadra. Il talento lo porta a far cose “out-of-ordinary” ma la disciplina e l’inserimento in un contesto di squadra non risulta sempre semplice. E mentre Manu cerca di conquistare con le sue giocate atletiche ed eleganti la sua città natale, Messina termina il periodo che lo vedeva alla guida della Nazionale italiana per ritornare a furor di popolo su quella di Bologna, come sempre sponda Virtus. Nel 1997, infatti, torna e inizia subito a cogliere una valanga di successi: nel 1998 è doppietta Scudetto-Eurolega e nel 1999 vince la Coppa Italia, anche grazie ad un roster da far letteralmente impallidire: Abbio, Nesterovic, Sconochini, capitan Gus Binelli, Rigaudeau, Edwards e soprattutto lo Zar, Pedrag Sasha Danilovic.

Coach Messina vince, cresce, dimostra di essere uno dei migliori sulla piazza e le sue vittorie quasi fanno il giro del mondo. Uno invece che contemporaneamente, come accade per gran parte dei migliori talenti argentini, sta letteralmente facendo il giro del mondo per arrivare in Europa è proprio Manu Ginobili, il quale sbarca a Reggio Calabria, ingaggiato dalla Viola di coach Gaetano Gebbia. Firma il contratto con la compagine calabrese con la quale centra la promozione in A1. Al termine della prima stagione sullo Stretto, gli Spurs, che hanno occhi e orecchie dappertutto in Europa, vedono in Manu un giocatore più che interessante e promettente e, in uno dei Draft Steal più clamorosi della storia del gioco, il giovane argentino viene scelto alla 57 nel 1999. Tuttora il segreto della scelta di un semi-sconosciuto all’epoca rimane tale e coach Popovich, come tutti i maghi migliori, non ha la minima intenzione di svelare i suoi trucchi. Rimane, però, ancora a Reggio, dove scrive pagine memorabili per la Viola che, nella sorpresa generale, raggiunge risultati del tutto inaspettati. Manu continua imperterrito per la sua strada: giocatore bellissimo da vedere, tecnica eccellente, atletismo devastante ma allo stesso tempo scelte non sempre ponderate, disciplina che influisce il “giusto” sul suo approccio e dimostrazione di un SELVAGGIO strapotere. Il risultato raggiunto in Calabria contribuisce a segnalarlo come una delle guardie più esplosive del Campionato Italiano.

E qui la nostra storia prende una piega diversa, completamente trasversale. I binari che abbiamo citato all’inizio partono ora, insieme, per un primo lungo tratto vincente. Coach Messina, che ha negli occhi le giocate della stella Danilovic, ma che allo stesso tempo le condizioni fisiche deteriorate di un giocatore dal potenziale illimitato, è in cerca di una spalla giovane alla quale poter affidare il “fardello del comando” fino a quel momento di proprietà dello Zar. Così, la Virtus Bologna decide di mettere sotto contratto la guardia argentina Ginobili, arrivato con grandi aspettative ma allo stesso tempo accompagnato da tante incognite. La svolta, del tutto inaspettata, per l’anguilla di Bahìa Blanca, è l’improvviso ritiro nel 2000 di Sasha Danilovic a soli 30 anni. L’avvenimento, che lascia senza parole tutti i tifosi di Piazza Azzarita, scuote tutto l’ambiente e, quasi inconsciamente, apre le porte del quintetto titolare a Ginóbili. I binari viaggiano in direzioni diverse all’inizio, quasi come se si dilatassero per via di una temperatura elevata. Il coach, che poggia tutto il suo gioco sul rispetto, sulla difesa, sull’organizzazione di squadra, si scontrerà, nella miglior accezione del termine, con il selvaggio gioco di un giocatore impulsivo, istintivo e imprevedibile. La simbiosi, però, nascerà presto e sarà una delle più belle che lo sport moderno possa narrare. La prima stagione di Manu con la casacca bianco-nera della Kinder è inimitabile: Scudetto, Coppa Italia ed Eurolega, tutto nello stesso anno. In due parole: GRANDE SLAM. Manu alla Virtus conoscerà un suo connazionale, anche lui con un recente passato italiano e anche lui con alle spalle delle stagioni (dal 1990 al 1993) alla Viola Reggio Calabria. Questo giocatore è uno dei punti chiave delle vittoria di coach Messina e risponde al nome di Hugo Ariel Sconochini. Il suo rapporto col coach migliora di allenamento in allenamento e il giovane Manu cresce, IN TUTTI I SENSI, in modo esponenziale, tanto da essere indicato come giocatore più migliorato nel corso dell’anno 2000, diventando la punta di diamante di una squadra formidabile. I successi, le vittorie, come quelle maturate durante la gloriosa stagione 2000-2001, ma anche le sconfitte, come quella del 2002 nelle Final Four giocate in casa e perse contro il Panathinaikos dello storico nemico di Messina, coach Želimir Obradović, aiutano a creare e formare un giocatore arrivato con tanti dubbi, con tante incertezze ma che in quegli anni non fa altro che incrementare la fiducia nei suoi mezzi, nelle sue potenzialità ma soprattutto nei suoi compagni di squadra.

Sono di Ginobili le parole “Incredibile. Una storia particolare la nostra. Io ho sempre detto, ogni volta che mi chiedono quando sono diventato chi sono, e sono diventato chi sono due volte, la prima con Ettore, quando MI HA FATTO GIOCATORE COMPLETO. Prima ero un giocatore bello da veder giocare, che faceva dei punti, delle schiacciate, cose così, poi Ettore mi ha fatto diventare un giocatore che capiva quanto fosse importante quello che faceva quello di fianco a me (compagno di squadra), che era importante DIFENDERE, VINCERE e tutte quelle cose di cui parliamo spesso. Per me è stato molto importante e ho un rispetto per lui ENORME”. La stima che si è costruita in quegli anni dice tanto se non tutto sul rapporto che si instaurò all’epoca del biennio glorioso della Bologna virtussina. Con coach Messina, Manu è diventato UOMO, dentro e fuori dal campo, leader di una squadra, sia in termini di spogliatoio sia in termini prettamente legati al gioco sul parquet. Prima bello da vedere, estroso e atletico, talentuoso e quasi inarrestabile, ora leader carismatico, difensore, ragionatore, tiratore e passatore di palla stratosferico. Grandi i meriti di Ginobili, grandi i meriti di papà Jorge per avergli insegnato l’umiltà, la voglia di lavorare sempre, la voglia di migliorare ogniqualvolta ce ne fosse stata occasione, ma grandi meriti vanno a chi lo ha forgiato, a chi lo ha lanciato su un palcoscenico che meritava più di chiunque altro. Perché se prima era “quasi” inarrestabile, grazie alla cura Messina ora Manu può vantare la sua stessa condizione, senza quel fastidioso quasi.

Le grandissime vittorie, gli straordinari trionfi, le batoste prese sono parte di un viaggio, di quel lungo viaggio in cui i binari erano vicini, quasi perfettamente allineati e volgevano nell’unica direzione, quella della vittoria. La fame dimostrata in quegli anni da coach Messina e da Manu è, nei giusti limiti, paragonabile a quella di Jordan e Jackson ai tempi di Chicago. Ricordate quei concetti sui quali si basava Ettore Messina? Il primo era la difesa e il secondo era il rispetto. La difesa, quasi sconosciuta a Manu se non per qualche sua istintiva giocata, è per il coach catanese un vero e proprio ATTEGGIAMENTO: “La difesa, contrariamente all’attacco, deve essere fatta dal blocco omogeneo di tutta la squadra e non è indispensabile la ricerca della perfezione tecnica individuale. La parte più importante di una buona difesa è la motivazione, la costruzione di un gruppo compatto e una mentalità tra i giocatori che li aiuti a condividere lo stesso obiettivo“. Se chiedete a Manu il significato di molte di queste parole, prima della parentesi bolognese, la sua risposta sarebbe stata un eloquente Como?. No individualismo, no perfezione, no singoli giocatori ma la squadra come un blocco omogeneo, come una macchina che lavora insieme per riuscire a difendere nel modo migliore. Il secondo aspetto è perfettamente riassunto in queste parole: “L’allenatore deve essere una buona persona che rispetta gli altri, ma che ha la forza necessaria per far si che gli altri lo rispettino“. E anche qui, probabilmente, Manu avrebbe avuto perplessità perché, sebbene fosse, come detto, una persona umile e sempre pronta ad ascoltare consigli e aiuti, era stato sempre considerato come il miglior giocatore della squadra.  Il rispetto reciproco è sempre posto alla base di ogni squadra vincente.

I miglioramenti nella guardia argentina sono evidenti: nel 2000 è il giocatore più migliorato del nostro campionato, nel 2001 è MVP del campionato e delle Final Four, nel 2002 è MVP del campionato e della Coppa Italia. Non tutto andò per il verso giusto durante l‘ultima stagione: alle 20:06 dell’11 marzo del 2002, dopo una sconfitta di 33 punti a Pesaro, ma “anche 265 giorni dopo la conquista del Grande Slam e solo 16 dopo la grande rimonta contro Siena in finale di Coppa Italia, vinta con un canestro di Rigaudeau a 3 secondi dalla fine”, la Virtus Pallacanestro Bologna ed il presidente Madrigali comunicano di aver esonerato l’allenatore signor Ettore Messina, affidando la squadra a Giordano Consolini. Buio pesto, per società, giocatori e dirigenti. Non però per i tifosi che con una vera e propria rivolta occuparono il campo due giorni dopo, facendo ritardare l’inizio della gara contro Trieste. Questo episodio fu il primo caso di “plebiscito acclamato” per un coach, che fu richiamato ad occupare il posto di capo allenatore. La stagione si concluse con la vittoria, come detto, della Coppa Italia e con una rocambolesca uscita alle Final Four.

Dopo il 2002 i nostri binari escono dalla stazione di partenza e si dividono per un bel po’ di anni. Le direzioni stavolta sono completamente diverse. Ginobili sceglie la NBA e indossa la casacca degli Spurs,  che ne detenevano i diritti in virtù della scelta operata tre anni prima. Coach Messina, invece, lascia la Virtus e si trasferisce a Treviso. Il destino dei due cambia ma non la fame, non la voglia di vincere e di dimostrare ancora. Ettore Messina vive una stagione esordio è ricca di successi: vince Scudetto, Coppa Italia, Supercoppa italiana ed il titolo di vicecampione d’Europa alla Final Four di Barcellona del 2003. La guida, come sempre impeccabile, continua con la vittoria nel 2004 e 2005 della Coppa Italia. Sul fronte opposto, il nostro argentino continua a macinare gioco e a crescere anche in dimensioni diverse del gioco. Naturalmente diventa uno dei punti fermi di una straordinaria Nazionale albiceleste che, negli anni a venire, verrà definita la “generaciòn dorada“.

Coach Popovich ha l’occasione di vederlo giocare molto da vicino al Mondiale di Indianapolis, in cui la sua Argentina arriva fino in fondo ma perde la finale contro la Serbia di Predrag Stojaković. Appena 25enne inizia la sua avventura americana durante la quale trova varie difficoltà, specie per incomprensioni con l’allenatore Gregg Popovich, orientato verso uno stile di gioco controllato e ragionato, che mal si adattava all’istintività e all’improvvisazione del Narizon. Ma così come era successo con Ettore Messina, anche con coach Pop il tempo aiuta a far crescere un rapporto di grande stima e profondo rispetto. Popovich, infatti, nella stagioni successive lo definirà come “la persona più competitiva che io abbia mai visto”. Da rookie vince il suo primo titolo NBA, battendo in finale i New Jersey Nets (4-2) e mentre il suo compagno e amico Tim Duncan si aggiudica il titolo di MVP delle finali, Manu viene eletto nel secondo quintetto di migliori rookie della stagione e miglior rookie del mese di marzo della Western Conference.

Dal caldo torrido di San Antonio Texas ci trasferiamo nel gelo di Mosca, dove coach Messina ha intrapreso la sua ennesima avventura vincente. Firma un contratto col CSKA, uno tra i più forti club del panorama europeo, con il quale conquista prima la Coppa di Russia, e poi, nell’aprile 2006 l’Eurolega, battendo in finale i campioni in carica del Maccabi Tel Aviv, vincitori delle ultime due edizioni, nonostante l’infortunio di uno dei  suoi pupilli, David Andersen. Se in precedenza accennavamo ad un voce che faceva il giro del mondo riguardo i suoi successi, ora questa voce viaggia più velocemente di quanto ci si aspettasse. Nella stagione successiva prosegue il suo dominio in Russia, continuando un ottimo cammino in Eurolega. Il CSKA si presenta regolarmente alle Final Four di Atene, dove schiera Óscar Torres al posto dell’infortunato David Vanterpool, altro grande pupillo di Messina. L’assenza del giocatore americano si fa sentire e nella finalissima la squadra di Messina viene sconfitta dal Panathinaikos di Papadopoulos e Kutluay, squadra di casa allenata da Obradović, che già nel 2002 aveva negato a Messina la gioia del secondo successo consecutivo in Eurolega.

I binari continuano a viaggiare distanti ma la direzione del successo li accomuna sempre di più.. Sì, perché mentre coach Messina miete vittime a destra e a manca in Europa, prova a far lo stesso l’anguilla di Bahìa Blanca oltreoceano. La fiducia cresce, i minuti pure e i numeri di conseguenza. Passa nel giro di poco tempo da sesto uomo a titolare inamovibile del quintetto di coach Pop che nel 2005 e, insieme a Parker, Duncan e Bowen, vince il suo secondo titolo, aggiudicandosi una straordinaria serie con i mai domi Detroit Pistons dei Wallace, di Billups e di Hamilton. L’MVP finale di quella serie va ancora a Tim Duncan ma chiunque abbia visto quella serie può affermare che Manu è stato il giocatore determinante nelle vittorie Spurs. Nella stagione 2008 il CSKA riunisce un trio familiare a coach Messina, ovvero sia il playmaker greco Nikos Zisis, l’ala americana Marcus Goree e il lituano Ramūnas Šiškauskas. I tre hanno in comune il fatto che nella stagione 2005-2006 sono stati compagni di squadra nella Benetton Treviso, campione d’Italia in quell’annata. Il 4 maggio 2008 arriva il quarto trionfo nell’Eurolega grazie alla vittoria in finale sul Maccabi Tel Aviv. Dopo questo successo, coach Messina è stato eletto miglior coach dell’Eurolega 2007-2008.

Non altrettanto fortunata è la stagione dell’argentino: Manu inizia un vero e proprio travaglio per via di una sfortunata serie di infortuni, in particolar modo alla caviglia. I suoi Spurs, dopo aver superato al primo turno i Suns e nel secondo i New Orleans Hornets, affrontano nella finale di conference i Lakers, uscendo stavolta sconfitti dalla squadra angelena  (4-1). Nella stagione seguente, cioè quella 2008-09, Ginobili continua a patire le pene dell’inferno per i suoi fastidiosissimi guai alla caviglia e non può garantire il solito grande rendimento alla squadra. La sua stagione si chiuderà in anticipo, senza poter giocare i play-off. Un piccolo fallimento arriva anche dalla Russia, dove il nostro Ettore, condottiero di mille battaglie, riagguanta le Final Four ma è costretto ad arrendersi al Panathinaikos. Il coach catanese cerca nuovi stimoli dopo aver vinto tanto con la società del presidente Norilsk Nickel e sceglie Madrid come nuova piazza dove provare a vincere.

Nel giugno del 2009 ufficializza il suo passaggio ai Galacticos in versione baloncesto, nonostante le tante voci che lo accostavano ad un ruolo importante all’interno di squadre NBA come i New Jersey Nets e i Toronto Raptors. Con la squadra madrilena, però, non raggiunge i risultati sperati e per la prima volta getta la spugna: nel marzo 2011, dopo una pesante sconfitta interna contro la Mens Sana Siena, rassegna le dimissioni dalla squadra spagnola. Nel frattempo oltreoceano Manu lotta per vincere la sua personale sfida contro i fastidi fisici che risentono di una età che avanza. Nella stagione 2005-2006 San Antonio approda comunque ai play-off come prima forza ad Ovest. Passano sui Sacramento Kings al primo turno (4-2) ma al secondo turno incontrano i tostissimi Dallas Mavericks. Dopo 7 gare di inenarrabile bellezza, la spuntano i Mavs, aggiudicandosi il dominio del Texas. Risulterà cruciale un errore di Manu che, sul +3 Spurs, commetterà un evitabile fallo su Nowitzki, il quale, segnando e convertendo il libero supplementare, trascina la squadra all’overtime di gara 7 che gli Spurs perderanno. Nella stagione seguente Manu ha bisogno di rivincita e solo un grande campione come lui sa trarre le giuste motivazioni da una sconfitta. Raggiunti i playoff ormai da protagonista e come parte integrante del Big Three degli Spurs, coach Pop prova ad usarlo come sesto uomo, limitandogli i minuti ma riuscendo a trarre molta più qualità e lucidità sulle due metà campo. Ginobili raggiunge le Finals, battendo lungo il proprio percorso i Denver Nuggets, i temibili Phoenix Suns di Mike d’Antoni e gli Utah Jazz nella finale della Western Conference. La finale contro i Cleveland Cavaliers di un giovane LeBron James è senza storia e termina con la vittoria degli “Speroni” con il punteggio secco di 4-0: arriva il terzo titolo NBA!

Ricordate quelle voci che giravano sul conto di Messina riguardo la NBA? Fu Bryan Colangelo, Presidente e GM dei Toronto Raptors, la frase “Il problema non è sapere se Ettore Messina allenerà nella NBA, ma quando!” e non è andato molto lontano dalla realtà. Molti furono i coach che arrivarono a Mosca per studiare i suoi metodi, i suoi approcci alla gara, i suoi esercizi in allenamento per migliorare e ampliare il modo di guardare alla pallacanestro. La sua chance arriva e quasi incredulo coach Messina si riavvicina a quel selvaggio giocatore cresciuto a Bologna. L’occasione arriva da una delle franchigie più vincenti della storia del gioco, ovvero sia i Los Angeles Lakers, che lo ingaggiano come assistente del nuovo head-coach Mike Brown, suo grande amico ed estimatore. Riassumere le sue emozioni e la sua esperienza è un compito troppo difficile ma a tutto c’è un rimedio: si chiama “Basket, uomini e altri pianeti” il suo libro scritto in collaborazione di Flavio Tranquillo nel quale spiega partita dopo partita ogni sua sensazione nel mondo NBA.

L’Europa gli manca troppo e, così, ritorna ad allenare il CSKA Mosca. Il ritorno non può che essere vincente: una VTB United League 2013-2014 e il campionato, tanto per cominciare. Nel contempo Manu ritorna in quintetto nella stagione 2010-2011 e gioca 79 partite su 80 nello starting five. Ormai con il ruolo di leader silenzioso, coach Pop lo delizia “relegandogli” addirittura un quintetto tutto suo, denominato Buena Onda, adatto al suo particolare metodo di gioco. Le sue giocate irreali portano gli Spurs ad avere il miglior record della West Coast (61-21), secondo solo al 62-20 di Chicago. A sorpresa, i Memphis Grizzlies demoliscono i sogni di gloria degli Spurs buttandoli fuori al primo turno, complice anche un serio infortunio al gomito subito da Ginóbili, che però riuscirà lo stesso a giocare ottime partite sempre in doppia cifra. Durante il periodo del lockout NBA, iniziano a circolare delle insistenti voci riguardanti un probabile ritorno dell’argentino alla Virtus Bologna ma, sebbene il pensiero avesse sfiorato la mente di Manu, la decisione fu quella di restare a San Antonio in attesa dell’inizio di una RS ridotta. Comincia a Natale la stagione ma dopo appena 4 partite arriva un nuovo infortunio alla mano durante la partita con i Minnesota Timberwolves. In quasi tutta la stagione è afflitto dai guai fisici ma durante l’ultimo mese riesce a trovare un’ottima forma e a presentarsi ai playoff in forma smagliante. I primi due turni vengono superati con facilità dagli Spurs con due schiaccianti vittorie sui Jazz (4-0) e sui Clippers (4-0) ma, una volta giunti alle finali di Conference, San Antonio e Ginóbili incontrano gli Oklahoma City Thunder di KD35 i quali, nonostante essere stati sotto per 2-0, rimontano nella serie, riuscendola a portare a casa con un 4-2 clamoroso. Nella stagione 2012-13 continua a portare il solito apporto dalla panchina, pur abbassando leggermente le sue statistiche. Si arriva ancora una volta ai PO con il terzo miglior record della Lega (58-24) e dopo aver battuto un indemoniato Curry con i suoi Golden State Warriors, per la prima volta Popovich & co. devono arrendersi in una serie finale contro i Miami Heat dei nuovi Big Three. Ma come sempre, come è insito nella Spurs Culture, dopo ogni sconfitta si traggono le motivazioni per tornare grandi. Un record di 62-20 e via ai PO, contro tutti i pronostici. La squadra di vecchietti ha l’opportunità di vendicarsi contro i campioni in carica e, sfruttando il fattore campo a favore, vince il quarto titolo, facendo impazzire tutta San Antonio. Letteralmente da incorniciare è un’azione che, nonostante l’età, riesce a mandare sul poster Chris Bosh, succube di una schiacciata memorabile. Di gran lunga la miglior giocata della serie.

Ed eccoci qui, ad un presente che indissolubilmente si lega al passato e allo stesso tempo al futuro. Eccoci giunti a quella stazione d’arrivo che dista poco dal capolinea, per quel che riguarda El Narizon, e che può essere il luogo ideale per una partenza, una nuova partenza che può portare un coach ad entrare nella storia del basket italiano. Manu è probabilmente, come da lui dichiarato ai microfoni, all’ultima stagione da professionista, mentre Ettore, stando ad alcune voci che circolano, è stato scelto per essere testato e per essere messo in una lista di papabili dopo l’addio di Popovich. Discorsi futili che lasciano il tempo che trovano, ipotesi, idee, considerazioni che non giovano né al lavoro di Messina né tantomeno ad una finta corsa alla successione. Conosciamo o abbiamo modo di conoscere tutti la Spurs Culture e di sicuro il problema “post-Pop” è l’ultimo della scala gerarchica. C’è ancora una stagione da giocare, forse l’ultima dei Big Three, c’è ancora un obiettivo da conseguire e ci saranno nuove motivazioni da trovare. Manu le ha già trovate: la presenza di un coach che lo ha forgiato darà la spinta a Ginobili per concludere la carriera in bellezza, per dimostrare ancora una volta che il talento di Bahia Blanca è più unico che raro. Manu conclude la sua intervista dicendo: “Ora che lui è qui, adesso, forse nel mio ultimo anno in carriera, è molto speciale e sicuramente sarà una stagione diversa in quel modo”. Storie che vanno al di là del basket, che trascendono da quella concezione che vuole la pallacanestro solo come un business, come un modo per far soldi. Lo sport più bello del mondo è fatto anche di queste piccole cose: GRANDI personaggi che si ritrovano ancora per provare a fare la cosa che gli viene meglio, la cosa che fanno con più naturalezza e nonchalant, ovvero sia VINCERE. I colori sociali delle squadre che accomunano Manu ed Ettore sono gli stessi, la voglia di dimostrare è sempre la stessa, il rapporto è ottimo come quello di una volta. Ci sono tutte le condizioni ideali per cercare di viaggiare, ancora una volta, nella stessa direzione, per un ultimo entusiasmante viaggio verso la vittoria. Perché se il basket potesse essere considerato come una grande pellicola dei tempi moderni, non c’è conclusione, non c’è finale più degno di vedere un piccolo ragazzo argentino dal naso grande e un coach siciliano sul tetto del mondo. Tutti, da Reggio a Catania, da Bahia Blanca a San Antonio, da Bologna all’olimpo del basket, insieme per questo GRANDE VIAGGIO.