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NBA: Kevin Martin, ovvero storia di un sesto uomo mancato

Kevin Martin ha lasciato sabato la NBA. 33 anni, un tiratore efficiente dall’arco, una guardia che per tanti anni è parsa essere una polizza di garanzia. Ma il verbo parere è quanto mai giusto. Ovunque sia andato, Martin è arrivato come la grande promessa e la grande aspettativa che non ha mai potuto essere. Per carattere, per attaccamento al gioco, per stile stesso di gioco.

Prima premessa: Martin è sempre stato un tiratore da isolamento. E 12 tiri presi sono tanti per un giocatore del suo tipo, quando ancora il gioco stava evolvendo dalle azioni d’area a un attacco più perimetrale. Attaccante comunque completo, ha sempre dimostrato di saper giocare tanto fuori quanto dentro (una media di 5.7 liberi presi in carriera, quasi 10 ai tempi di Sacramento) e ha mostrato un istinto notevole di sapersi ritagliare uno spazio grosso nelle rotazioni. I punti deboli, tuttavia, sono non pochi: a cominciare dal suo gioco comunque egoista. 1.9 assist di media in tutti questi anni sono molto pochi, e se messi a rapporto con i 12.3 tiri presi appaiono dati ancora più sconcertanti per una guardia.

Ai Kings ebbe una media di 14 tiri presi, con una media di circa 20 punti a partita. Statisticamente parlando, l’anno migliore dell’ex 23 è il 2008 – 2009: 24.6 punti, 15.9 tiri presi al 42% (41.5% da tre punti) e 10.3 liberi tentati. Ma Sacramento non andò ai playoff. 46 partenze titolari nelle 51 giocate non sono state sufficienti.

Le medie di Martin sono stratosferiche, lui gioca più per sé stesso e il suo talento e la squadra, i soliti derelitti Kings, ai playoff non ci arrivano. L’idea di cederlo, quindi, non sembra poi così malvagia per i nostri californiani. Il risultato è un giocatore del talento di Martin inserito in un affare da poco: è uno scambio a tre con New York, che vede arrivare a Sacramento Carl Landry, mentre ai Knicks finisce quel che resta di Tracy McGrady assieme a El Chacho Sergio Rodriguez. I nuovi compagni di squadra di Martin saranno Jordan Hill e Jared Jeffries. Di certo, anche se McGrady fece poi vedere qualche sprazzo di talento a New York, non era certo la controparte che un giocatore di quei punti avrebbe meritato.

I Rockets con lui non arrivarono mai ai playoff, idem Minnesota. In 12 anni di carriera, solo tre sono stati coronati dalla postseason: il secondo a Sacramento (2005 – 2006), l’anno ai Thunder (2012 – 2013), il canto del cigno agli Spurs della scorsa stagione. E in tutte e tre le stagioni, le partenze in quintetto titolare sono state bassissime: nessuna a Oklahoma, una sola a San Antonio.

È anche vera una cosa: solo gli Spurs hanno dato al giocatore il valore effettivo che meritava, nel contesto ovviamente nel quale si trovava. Le aspettative, da altre parti, lo hanno visto come un salvatore che non poteva essere. Ma non perché lui fosse un incapace o non avesse i punti necessari nelle mani: semplicemente, perché Martin non era il tipo di giocatore funzionale a quella squadra, in quel ruolo, con quello stile di gioco. Non avete capito che intendo? Mi spiegherò meglio.

A Houston venne chiamato a sollevare le sorti di un team che l’anno prima, senza McGrady e senza Yao, era comunque riuscito ad arrivare a gara 7 delle semifinali di Conference contro i futuri Lakers campioni. Già Houston sembrava aver iniziato il mercato nella maniera giusta: con la conferma di Scola, era arrivato Trevor Ariza in estate (pur a spese dell’allora Ron Artest, vero cuore della Houston dell’anno precedente), si puntava forte (come sempre) sul cinesone e su T – Mac, con Shane Battier ancora leader emotivo del team e un promettente giovane play di nome Kyle Lowry pronto a sbocciare dopo il suo arrivo da Memphis. Non andò decisamente così: infortuni in primis dei leader, Martin fece buone medie, partì titolare in 22 delle 24 partite rimaste di regular season e con lui Houston vinse 12 partite di quelle 24. Niente postseason nel 2010, pur con record vincente. Anche gli altri anni vedranno i Rockets lontano dalla sfida di aprile, e a un pelo ci arrivarono grazie a uno sloveno allora sconosciuto in America, di nome Goran Dragic …

Anche ai Thunder dovette fare i conti con la reputazione di giocatore egoista che lo inseguiva da parecchio tempo: Chris Broussard di ESPN scrisse, nel 2012, che ai Thunder “voleva togliersi la fama che lo accompagnava”. Anche perché Martin aveva un’occasione unica nella vita. Citando Burgess Meredith in Rocky, “come dice la Bibbia, non esiste una seconda opportunità”. Martin era arrivato un mese prima in una Oklahoma completamente decisa alla rivoluzione, pronta a rifarsi dopo la Finale persa contro gli Heat solo in quel giugno. Era arrivato assieme a Jeremy Lamb in cambio di Harden, in uno scambio destinato a fare la storia del recente mercato NBA. Ed era chiamato al ruolo più difficile di tutti: vincere in una squadra da titolo, prendendo il posto di quello che era stato uno dei migliori sesti uomini della NBA degli ultimi anni. Il confronto statistico non aiuta Martin di certo: 14 punti in 27 minuti, contro i 31.5 minuti conditi da 16 punti con oltre 5 rimbalzi e 3.4 assist di media (voci alle quali il nuovo arrivato registrò 2.3 e 1.4). Il viaggio di Martin in Oklahoma finì contro i Grizzlies, alle semifinali di Conference. E OKC decise di non investirci ulteriormente, perché la mancanza degli assist del Barba, nei momenti chiave, si sentiva. La strada tuttavia era giusta: l’ex Kings era destinato a un futuro da sesto uomo, ruolo per il quale sinceramente è stato predisposto proprio per quello che lui fa con il pallone. Per quanto i Thunder avessero fallito nel ripetere il successo dell’anno passato, e per quanto avessero capito che non era Martin il prescelto a sostituire Harden (prescelto che mai ci sarà), il nostro protagonista aveva in teoria una base solida.

Decise di provarci Minnesota, che necessitava di una guardia di esperienza per aiutare il nuovo arrivato Andrew Wiggins, appena ceduto da Cleveland. Martin rispondeva all’ideale di giocatore funzionale, con scarichi e aperture che sembravano rispondere al suo vecchio stile di gioco, a Sacramento. Appena arrivato dichiarò che “Segnare 17/18 punti a sera non mi spaventa”. Ma gli infortuni, che già tendevano ad influenzare le sue recenti prestazioni, non lo aiutarono. Giocò 79 partite a Minneapolis a 15.5 tiri presi con il 42.5% dal campo. E in mezzo, le voci di mercato su di lui non furono certo poche: una trade con i Bulls, un arrivo a Memphis (ma i Grizzlies rifiutarono la cessione di Courtney Lee), il ritorno ai Kings. Scalato da titolare a panchinaro con la crescita di Zach Lavine, il pretesto per cederlo era però già nell’aria da metà della prima stagione, quando la squadra non vinceva e lui ebbe problemi anche al polso. Amnistiato a febbraio 2016, gli Spurs gli diedero una chance. E mai Kevin Martin fu meno utilizzato in carriera: e che si pretendeva? Terzo cambio di Danny Green (per lui, gli Spurs tagliarono Rasual Butler), giocò 16 minuti a 9 punti di media. Figura magra per quello che, un tempo, era effettivamente una delle guardie tiratrici più promettenti della NBA.

E qui torniamo al punto in cui dicevo che Martin era l’uomo sbagliato al momento sbagliato: è un sesto uomo nato indicato come titolare, possibile secondo violino di un team. A Sacramento ha assistito alla fine di un team vincente fino alla metà degli anni 2000, a Houston ha visto in faccia la ricostruzione dopo la fine di Yao ed è stato visto in lui l’uomo dal quale ripartire, salvo poi ripensarci, puntare su Harden e mandare il nostro ai Thunder, proprio a prendere l’eredità del numero 13. Per non parlare di Minnie, dove è stato visto ancora come il giocatore che fu ai Kings e che poteva diventare secondo violino di Wiggins. Se fosse arrivato prima Goran Dragic e fosse arrivata una guardia titolare più idonea, Houston con lui da riserva poteva diventare una forza dell’Ovest. Se Oklahoma avesse avuto un organico più compatto, i Thunder potevano tornare in finale il secondo anno consecutivo. Se Zach Lavine fosse arrivato prima e NON ci fosse stato Sam Mitchell come coach a stravolgere l’ordine puntando sull’ex UCLA come play, Minnie forse ai PO non ci arrivava, ma aveva più chance di giocarsela. E Martin, giocatore al quale il ruolo di titolare piaceva ma non ha mai avuto modo di essere “domato” al servizio del team, non sarebbe andato alla postseason solo tre volte in carriera.

Luglio 2016. Le offerte per lui non mancavano, questa estate: il ritorno ai Kings, Dallas, Chicago, Memphis: ironia della sorte, tutti team che lo avevano cercato via trade. A metà settembre, pure New York, come primo cambio di Courtney Lee. Ma non ha accettato nessuna delle proposte, perché la sfida più importante è arrivata ora e lo ha portato a scegliere di abbandonare il basket: è diventato padre di una bambina, Anna Capri. Ed essere padre e marito, per lui, è una scelta di maggior rilievo che non indossare un paio di scarpe e una divisa. A partire dal 26 novembre 2016, si darà agli affari, e la sua fondazione donerà 100mila dollari ai ragazzi talentuosi della zona di Zanesville, Ohio, da cui lui viene, come ha comunicato in questa lettera.

Lascia la NBA con 50 punti in una partita, contro gli Warriors, il 1 aprile 2009. La lascia con tanti se e tanti ma su come poteva essere come giocatore, se avesse passato di più la palla e si fosse preso meno tiri. Ma la lascia anche con un istinto naturale al volontariato: la lascia con una partecipazione a NBA Without Borders a Johannesburg, nel 2010, e con una donazione per la lotta a mettere le cinture di sicurezza sui bus scolastici, dopo che un bambino di sei anni perse la vita in un incidente vicino a casa sua e dopo averne finanziato il funerale.

Lascia la NBA con il dubbio di dire cosa sarebbe successo se fosse entrato prima in un contesto vincente, come sesto uomo. Magari a Cleveland, nel suo Ohio, poteva fare qualcosa. O se Oklahoma fosse rimasta una realtà continuativa e non una meteora destinata a passare il cielo NBA senza impatto grosso sull’albo d’oro (un MVP, un Sesto Uomo, due titoli d Capocannoniere e una Finale NBA non sono sufficienti a definire un forte impatto e una dinastia). O se, o se, o se… purtroppo per noi, non potremo mai sapere come sarebbe potuta essere la carriera di Kevin Martin. Dobbiamo accontentarci di vedere le sue statistiche individuali, il suo bizzarro rilascio, la sua velocità e la sua abilità ad attaccare il ferro (un anno fu secondo solo a Kevin Durant per numero di liberi presi).

Dobbiamo solo accettare Kevin Martin per quello che è stato: un giocatore che la NBA vedrà come un grande solista. Poco vedibile in un contesto di squadra, ma pur sempre un grande solista.

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