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Kobe e il suo ritiro – Apologia di una formazione cestistica europea

Sul fatto che l’apologia sia uno scritto o un discorso di auto-difesa o di difesa verso qualcun altro credo che si possa essere tutti d’accordo. Così come si può essere d’accordo sul fatto che Kobe Bryant sia prima un fenomeno e poi uno degli ultimi baluardi a difesa di una pallacanestro che si vuole esplicare più in tecnica e fondamentali che non in puro show. Non potrei mai scrivere nulla sul Bryant giocatore e sulle sue imprese cestistiche poiché non seguo la NBA, se non sporadicamente e con scarsa attitudine ad immergermi nel mondo a stelle e strisce. Non potrei mai scrivere, eppure lo farò, cercando di non risultare banale come spesso e di non addentrarmi nella carriera di un giocatore che molti incensano ma che pochi conoscono davvero.

Che ruolo ha avuto Kobe all’interno della NBA? Quanto è stata ingombrante la sua figura nella pallacanestro mondiale (ingombrante in ambo i sensi, poiché altrimenti gli haters del singolo si scatenerebbero fin troppo)? Meglio Bryant o Jordan? Sono tutti interrogativi cui non saprei dare una risposta per mancanza di basi, ma potrei spiegare giusto due cose. Tendo a chiarire fin da subito che non sono il classico anti-americanista, non odio i fast-food (per quanto rappresentino la deriva culinaria di un paese come l’Italia) e non sono manco un mezzo fascista contemporaneo che vede nell’8 settembre 1943 o nel 25 aprile 1945 la morte della Patria, per quanto su questo punto si possa aprire una diatriba infinita. Eppure, i concetti di “tecnica di base” e di “fondamentali” sembrano essere poco evidenziati nella notizia del ritiro di un fenomeno come pochi altri nella storia di questo sport. Fondamentali, un termine che apre un costante confronto tra mondo europeo e mondo statunitense, tendendo ovviamente a propendere più per il primo che non per il secondo. Un confronto che, a sua volta, apre infinite discussioni su cosa sia meglio tra show/spettacolo e pallacanestro ai 70 punti, dove anche il taglia-fuori è apprezzato più dell’alley-oop, dove i passi in partenza o i 12 appoggi durante un terzo-tempo difficilmente si vedono, ma soprattutto dove ai bambini si insegnano prima i fondamentali per poi farli crescere dal punto di vista fisico/atletico.

Due culture e due mondi diversi, manco a dirlo. Da un lato il pompaggio statunitense, dove la cultura della lotta al doping e la regolamentazione di sostanze dedite alla miglioria delle prestazioni fisico-atletiche sono ben diverse da quelle in Europa (Russia esclusa, beninteso, considerando anche gli scandali recenti che stanno coinvolgendo varie federazioni sportive russe). Dall’altro lato, il tasso tecnico, l’arte applicata alla pallacanestro, specialmente in quella che era la Jugoslavia qualche anno fa e nelle ex-repubbliche socialiste sovietiche. Altri tempi, è vero, ma la concezione dello sport, o meglio della pallacanestro, lì non sembra essere mutata: già da bambini hanno una comprensione del gioco che imbarazza chiunque si approcci per la prima volta al mondo del basket. Questione di geni? Forse. Questione di etica sportiva? Anche. Ma non può essere solamente in queste due cose che si sostanzia il concetto. Prendete Luka Doncic, nome che ai più non dirà niente, ma che personalmente seguo da qualche anno: 16 anni, nelle rotazioni del Real Madrid campione d’Europa in carica (e quando dico “nelle rotazioni”, intendo dire che il ragazzo gioca, eccome se gioca) e una tecnica di base che fa rabbrividire se rapportata alla giovanissima età.

Ecco, Kobe in questo è un Doncic (ovviamente più forte, al netto delle due carriere, delle quali una comunque deve ancora cominciare) del 1980/1990, quando nel suo itinerante tour italico poté apprendere l’arte dei “fondamentali” e metterla da parte per poi andare a dominare in quello che, a detta di tutti, è il campionato più bello del mondo. Non saprei dire quanto le ultime sei parole della frase precedente siano veritiere o partigiane, eppure posso sicuramente dire che l’infanzia italiana abbia aiutato Bryant ad essere prima un grandissimo giocatore di pallacanestro che un grande atleta; doti fisico-atletiche sono state affinate con il tempo per reggere i ritmi di una competizione che richiede giocoforza di essere una specie di superuomo. Il concetto, però, è un altro ed è quello che Kobe ha dominato per quasi 20 anni anche (e soprattutto) per la sua infanzia italiana; del resto, lo disse lui stesso in un’intervista di qualche tempo fa, così come lo disse suo padre a tempo debito. Se poi è vero l’adagio “historia magistra vitae”, Kobe non è stato il primo e non sarà l’ultimo giocatore di “formazione europea” a dominare nella NBA: un nome su tutti? Kristaps Porzingis. Certo, a seguito di questa formazione di stampo europeo, Bryant ci ha messo molto del suo per rimanere un campione per quasi due decenni, partendo comunque dalla base che distingue i fenomeni dai grandi campioni. Una base che non è semplicemente ciò che madre natura ti ha donato, quanto piuttosto la tua voglia di spingerti oltre i tuoi limiti, costantemente, arditamente, forse anche incoscientemente; quella che potremmo definire etica del lavoro, un’etica che ha sempre contraddistinto i grandi campioni dello sport, da Senna a Schumacher, da Maier a Zoeggeler, da Cruiff a Messi. Il fatto è che, poi, ci sono i fenomeni, quelli che si rivedono nella massima di George Best del “alcune cose me le sono lasciate sfuggire, tipo Missa Canada, Miss Regno Unito e Miss Mondo” (si noti che poi Miss Mondo sarà uno degli innumerevoli goal sentimentali di Best). Perché alla fine essere fenomeni è anche essere un po’ fuori dagli schemi, consapevoli (ma forse mai superbi) del fatto che il proprio talento è tre spanne sopra quello altrui; Bryant è stato anche un fenomeno, ma ha sempre conciliato il suo essere tale con un etica del lavoro che farebbe invidia anche al miglior imprenditore brianzolo.

God save the “Mamba”, comunque.

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