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La “Pantera Rosa” – Toni Kukoc e la rivoluzione del “giocatore totale”

Il concetto di giocatore totale o all-around player ha, per la definizione stessa, più di mille sfumature, laddove con tale espressione si voglia intendere un giocatore capace di fare tutto su un parquet. Eppure, essere in grado di fare tutto è un’arte che si può imparare con anni di allenamenti tattico-atletici mirati; ma essere in grado di fare tutto come lo faceva Toni Kukoc è ben altra storia. Nonostante la personalissima (e gravissima) colpa di essermi appassionato alla pallacanestro solamente pochi anni fa, ho avuto la fortuna di avere un padre che definire tuttologo dello sport significherebbe essere fin troppo irriconoscente; per il mio vecchio lo sport è religione, tanto che da giovane il suo angolo di cielo era un quotidiano rosa-nero (si ricordi che la Gazzetta dello Sport nacque su carta di colore verde, prima di vivere una breve parentesi sulla tonalità di un bianco candido). Il rosa, colore che ritornerà nella nostra querelle des phénomènes, o disputa dei fenomeni, entro cui Kukoc avrà una parte fondamentale; il rosa, colore che farà parte di uno dei primi soprannomi dato al giocatore che più di tutto rivoluzionò il concetto prestabilito e sacralmente immutabile di “ruolo”.

Tornado a Dario, mio padre, egli una volta mi parlò di questo giocatore che in molti cominciarono a definire il “Magic bianco” e che lo stupiva per la capacità di combinare doti fisiche e doti atletiche che sembravano apparentemente inconciliabili. Certo, si era già visto un giocatore capace di giocare anche da centro nonostante fosse uno dei playmaker più illuminanti della storia, ma quello che apportava Kukoc era un qualcosa di paradossalmente diverso; la consapevolezza che non si risolveva tutto in un forzato fare di necessità virtù, quanto piuttosto che nonostante i 210 centimetri di altezza il ragazzo sapeva fare tutto con una naturalezza disarmante. Certo, i punti deboli non potevano mancare, come del resto non mancarono ad alcuni dei grandi (Jordan escluso, se volete), ma ciò che, riguardando video su video, non riuscirò mai a capire è come diavolo sia possibile che un giocatore di oltre 2 metri e 10 sia riuscito a fare quello che faceva il nativo di Spalato. Prendete, ad esempio, la selezione di passaggi dietro la schiena o dietro le spalle cui abituò i tifosi dei Bulls durante la sua permanenza nella Windy City: devastante anche solo immaginare un gesto tecnico simile da un giocatore con quel fisico, figuratevi poi se il gesto tecnico era realizzato più o meno una volta ogni 2/3 match e se a farlo era un giocatore che palleggiava come un playmaker e metteva palla a terra come una guardia. Per capirci, supporto la tesi con un breve video.

Capite che già un gesto simile dovrebbe bastare a dirci “va bene, chiudiamo tutto e smettiamo anche di sprecare parole in merito a un fenomeno simile”; eppure sarebbe stupido fermarsi a questa considerazione. Pertanto, parliamo anche di un aspetto come la transizione offensiva. Kukoc la gestiva come fosse uno dei migliori playmaker della Lega, sapendo alternare perfettamente penetra-scarica, passaggi a premiare i tagli dei compagni, ruolo di handler nel pick&roll e molto altro. Mio padre mi raccontava che lo vedevi portare palla e sapevi che, comunque si sarebbe conclusa l’azione dei Bulls (o della Benetton Treviso, beninteso, senza dimenticare il dominio italiano), saresti rimasto a bocca aperta, nel bene e nel male. Un visionario, questo era Toni Kukoc: un insensatamente lucido e follemente geniale visionario. Così visionario, “il cameriere”, da non essere spesso compreso, come quella volta in cui Pippen si rifiutò di rientrare in campo dopo un time-out durante cui Jackson aveva espressamente disegnato uno schema per affidare il tiro della vittoria al rookie balcanico: era il maggio 1994, Gara-3 di Semifinale di Eastern-Conference contro i Knicks, uno smacco per Pippen, considerando anche che Kukoc tirò con la mano mancina. Il risultato, come se ci fosse bisogno di mostrarlo, potete ammirarlo voi stessi.

Il visionario rivoluzionò i concetti di point-forward e di all-around player come pochi altri nella storia del gioco, fu probabilmente il primo giocatore non-statunitense a dominare i parquet della NBA anche senza far registrare medie da capogiro alla voce punti e rimbalzi, due delle voci statistiche in cui un giocatore inquadrato nel ruolo di ala-grande dovrebbe eccellere per essere considerato uno dei più grandi di sempre: 11.6 punti e 4.2 rimbalzi di media in 846 partite disputate in Regular Season (medie che scendono, rispettivamente, a 10.7 e 3.9 nei Playoffs). “The Croatian Sensation” cambiò inconsapevolmente le regole del gioco, diventando uno dei primi giocatori provenienti dal Vecchio Continente a dominare la scena statunitense grazie a una duttilità fatta ad ala mai vista in un giocatore non-statunitense; epici resteranno i molti buzzer-beater che piazzò con la sfacciataggine di chi sa di essere due spanne sopra tutti, nonostante le critiche che gli piovvero addosso nella stagione di transizione dei Bulls (con l’addio di Jordan e la migrazione verso altri lidi di Pippen e Rodman) e in quelle con Philadelphia e Atlanta. Critiche che ancora oggi spingono molti a non considerarlo come uno dei più grandi giocatori di sempre, probabilmente con analisi superficiali e parziali, che riducono il valore assoluto di un giocatore a meri numeri e statistiche personali. Figlio di una pallacanestro che non c’è più, additato come giocatore inadatto al “gioco duro” della NBA, mise a tacere critiche e detrattori vincendo, di fila beninteso, 3 Coppe Campioni e 3 titoli NBA: certo, vivrà sotto l’ingombrante presenza di mostri sacri come Petrovic e Jordan, pagando lo scotto di quei fenomeni che giocano al fianco di divinità nel corpo di mortali. Non per questo, tuttavia, bisogna sminuire la caratura di Toni Kukoc, specialmente nell’era in cui la pallacanestro si avvia a diventare monopolizzata dal dominio dell’atletismo a ogni costo. Perché la pallacanestro, innanzitutto, si gioca con la mente. E mi piacerebbe molto rivedere giocatori che avessero almeno 1/10 del q.i. cestistico dell’all-around player per definizione.

Photo Credit: Jonathan Daniel/ALLSPORT