NBA

La rinascita degli Spurs: si riparte dalla difesa per sfidare i Warriors

L’attacco vende i biglietti, la difesa vince le partite. Questo modo di dire negli ultimi mesi è stato un po’ ribaltato dai Golden State Warriors, che dopo 20 partite sono ancora imbattuti grazie ad un attacco stellare, guidato da uno Steph Curry completamente in fiducia e più dominante che mai. Alle loro spalle, però, ci sono i vecchi nuovi San Antonio Spurs, che al momento detengono il secondo miglior record (16-4) non solo della Western, ma dell’intera NBA.

L’ottima partenza dei texani è legata soprattutto a quella che negli States hanno definito “a defensive renaissance”, ovvero una rinascita dal punto di vista difensivo. In attesa che LaMarcus Aldridge si cali perfettamente negli equilibri di squadra, ma anche che quest’ultima si adatti a giocare al meglio con lui, gli Spurs stanno improntando le loro vittorie sulle difesa. Attualmente, San Antonio è la miglior franchigia della lega per punti concessi (88.5, l’unica sotto i 90) e non a caso nelle 13 occasioni in cui ha tenuto gli avversari sotto quota 90 ha sempre vinto. Inoltre, concede solo 93.4 punti per 100 possessi: questo dato è in linea per essere il migliore fatto registrare nell’ultimo decennio.

Insomma, si può dire che gli Spurs quest’anno siano tornati ad uno stile “grind-it-out”, ed è curioso che lo abbiano fatto proprio in un momento storico della NBA in cui l’attacco sembra contare più di ogni cosa. Ma questa capacità di mutare pelle da parte di San Antonio, pur mantenendo intatto il nucleo della squadra, non la scopriamo di certo oggi: basti pensare che, quando nel 2011 sono nati gli Heat dei Big Three, e di conseguenza si è iniziato a giocare molto di più in isolamento, i texani hanno ringiovanito il roster e puntato tutto su un attacco letale da oltre l’arco e votato alla ricerca del miglior tiro possibile. E’ così che sono arrivati a giocarsi il titolo per due anni consecutivi, trionfando nel 2014 con una delle più incredibili performance nella storia delle Finals dal punto di vista delle percentuali realizzative.

Rispetto ad allora, ed alla scorsa stagione, conclusasi con la bruciante sconfitta a gara-7 nel primo turno di playoffs contro i Clippers, gli Spurs hanno cambiato diverse cose: innanzitutto, in attacco giocano ad un ritmo più basso e controllato (alla voce “pace” erano 12esimi nel 2013-14, 17esimi nel 2014-15 e adesso sono 26esimi) ed hanno rifiutato la scuola di pensiero secondo cui i tiri da due sono inefficienti, prendendone più del doppio rispetto alla scorsa stagione. A questo punto probabilmente starete pensando che tutto ciò è normale, dato che hanno firmato Aldridge, ma in realtà quest’ultimo è solamente quarto all’interno della squadra per “spot-up shoot”. La differenza la sta facendo l’intera squadra, infatti gli Spurs hanno ben otto giocatori di rotazione con una percentuale dal campo almeno del 44%. E tra questi non rientra ancora Aldridge, che sta avendo alti e bassi: nulla di preoccupante, avrà tutto il tempo per inserirsi nel migliore dei modi, infatti coach Popovich ha indicato marzo come il mese in cui si dovrebbe iniziare a vedere il massimo potenziale degli Spurs, che tra l’altro proprio in quel periodo affronteranno i Warriors.

Insomma, i vecchi nuovi Spurs sono tornati a vincere e convincere con uno stile che qualcuno potrebbe definire un po’ antiquato, dato che si gioca a ritmi molto controllati e si punta tutto su un sistema difensivo in cui si esaltano anche le individualità di Leonard e Duncan (che, a proposito, a novembre ha fatto registrare di gran lunga il miglior “Real Plus-Minus” difensivo della NBA, con 5.89 punti per 100 possessi difensivi, giusto per rendere meglio l’idea del grande impatto che sta avendo a 39 anni). Sembravano dovessero essere alla fine di un ciclo, e invece gli Spurs hanno nuovamente sorpreso tutti, aprendone uno nuovo sostanzialmente con gli stessi giocatori di sempre.