L’esperienza non è necessaria: ecco perché Steve Kerr è diventato il coach più richiesto della NBA

Martedì Steve Kerr, l’uomo più richiesto della NBA per il ruolo di head coach, si trovava ad Oklahoma City. Tredicimila miglia a nord-est, Phil Jackson gli fa pressione per sedersi sulla panchina dei Knicks. Tredicimila miglia ad ovest, i Warriors hanno inserito il suo nome in cima alla lista dei sostituti di Mark Jackson. Ma non solo, altre squadre stanno sondando il terreno per lui, che è diventato in breve tempo il più richiesto del momento. E’ bene ricordare che Kerr, attualmente commentatore per TNT, non ha alcuna esperienza da allenatore a qualsiasi livello. Eppure a nessuno sembra interessare. Il motivo? Cerchiamo di capirlo. 

La scorsa estate, i Nets hanno deciso di assumere Jason Kidd giusto qualche settimana dopo il suo ritiro da giocatore. Tre anni fa, i Warriors sono andati a prelevare Mark Jackson dal suo comodo posto di commentatore e lo hanno messo alla guida della squadra per la prima volta nella sua vita. Quattordici anni fa, Doc Rivers ha suscitato tanto clamore ed altrettanti dubbi passando da analista televisivo al ruolo di capo allenatore dei Magic. E per quanto riguarda Kerr? Nessuno si domanda se sia in grado di allenare una squadra NBA, ma l’unica cosa che interessa è dove andrà. 

A quanto pare negli ultimi anni l’esperienza è sempre meno considerata un requisito fondamentale. Sta avanzando una nuova visione riguardante l’head coach: deve essere un leader con un’intelligenza cestistica sopra la media e con grandi capacità di comunicazione. Tale visione è possibile riscontrarla anche nella scelta coraggiosa dei Celtics di puntare su Brad Stevens, che ha sì esperienza a livello collegiale, ma non nella NBA. 

Il fatto che Kerr sia diventato il candidato più caldo del momento è sintomo di quanto velocemente le cose siano cambiate ultimamente. Di certo gli esperimenti vincenti dell’ultimo decennio hanno contribuito in maniera importante: Larry Bird ha guidato i Pacers alle Finals del 2000 solo tre anni dopo esser diventato capo allenatore di Indiana, senza alcuna esperienza precedente. In quella stessa stagione, Rivers da allenatore esordiente ha vinto il premio di coach dell’anno, dato che sotto la sua guida i Magic, pronosticati tra le peggiori squadre della lega, hanno chiuso con record positivo e sfiorato i playoffs in una durissima Eastern Conference. 

Kidd, invece, ha faticato non poco nei suoi primi mesi, ma nel 2014 ha decisamente cambiato marcia, sfoderando una small-ball che ha mandato in crisi molti allenatori più navigati della NBA: si è guadagnato due riconoscimenti per l’allenatore del mese ed ora è alle prese con gli Heat nel secondo turno dei playoffs. E Jackson? E’ stato licenziato martedì – a quanto pare per aver escluso l’intero front office di Golden State – ma ha trasformato in poco tempi i Warriors in un team d’elite e li ha guidati nella miglior stagione degli ultimi 20 anni. 

Proprio i Warriors sono tra le squadre maggiormente interessate in Kerr, che ha un curriculum quasi identico a quello di Jackson nel 2011: giocatore che è diventato commentatore, senza alcune esperienza da allenatore. Steve ha analizzato partite in televisione per 8 degli ultimi 11 anni, mostrando così a tutti una capacità innata di capire il gioco. Tra l’altro, non è da sottovalutare l’esperienza triennale come general manager dei Suns. E poi stiamo pur sempre parlando di uno che ha vinto tre anelli con i Bulls e due con gli Spurs, che ha quindi imparato da due dei più grandi allenatori di tutti i tempi, Phil Jackson e Gregg Popovich. 

Anche se molte squadre hanno sondato il terreno, Kerr sceglierà una tra Warriors e Knicks. La possibilità di riunirsi con Jackson e di lavorare con lui è alta: Steve sa che ha molto da imparare e avere Phil nei paraggi sarebbe certamente d’aiuto. Ma l’ambiente di New York non è il massimo per iniziare una carriera, così come è tutt’altro che scontato che i Knicks siano pronti fin da subito per competere ad alto livello. Se Kerr volesse subito iniziare a lavorare con una base importate, allora dovrebbe scegliere i Warriors: stiamo parlando di una squadra che ha vinto 51 partite in stagione e che ha uno dei migliori backcourt della lega (Curry e Thompson vi dicono qualcosa?).

Golden State ha un roster giovane, di talento e con grandi potenzialità. Quello di New York sta invecchiando, non ha molti margini per essere cambiato prima del 2015 e potrebbe anche perdere Carmelo Anthony nella free agency di quest’estate. Lo spettro di Dolan, sempre pronto ad intromettersi, e la grande pressione che deriva dall’allenare i Knicks di certo non lo fanno propendere per la Grande Mela. Ma allo stesso tempo in una Eastern Conference così debole basterebbero pochi aggiustamenti per tornare a disputare i playoffs, anche se con poche possibilità di arrivare fino in fondo. La Western, invece, è durissima e le aspettative dei Warriors su Kerr sarebbero altissime, dato che hanno appena licenziato un allenatore che ha vinto 98 partite negli ultimi due anni, entrambi culminati con i playoffs.

Tutti quelli nella NBA che conoscono Steve Kerr lo vedono come una persona capace, intelligente, con grande abilità di comunicazione. Come analista televisivo, è sicuramente tra i migliori in assoluto. Può diventare un grande allenatore? Non lo sappiamo noi, non lo sanno le franchigie, non lo sa lo stesso Kerr. Ma lo scopriremo prestissimo.