NBA

L’incubo è finito, Paul George è tornato

Per uno sportivo tornare in campo dopo un infortunio è normale, qualcosa a cui ci si deve abituare. Tornare in campo dopo un infortunio molto grave è possibile, tornare da un infortunio grave e shockante è molto più difficile, ecco perché l’avvio di stagione di Paul George, stella degli Indiana Pacers, merita di essere celebrato come qualcosa di speciale.

L’INCUBO – L’incubo di Paul George si è palesato nella miglior notte della sua vita. Con notte parliamo di stagione, quella 2013-14 per l’esattezza. George viene da una cavalcata strepitosa: i suoi Pacers hanno chiuso la stagione regolare come la prima squadra della Eastern Conference, sono arrivati a un passo dalle Finali NBA perdendo solo la serie contro i Miami Heat di LeBron James per 4-2 e le impressionanti statistiche tenute durante l’anno (22 punti, 7 rimbalzi e 3.5 assist di media) gli hanno permesso di essere selezionato come All-Star, membro del terzo miglior quintetto della stagione NBA e membro del miglior quintetto difensivo della lega. In estate c’è anche da giocare il Mondiale in Spagna e Coach K punta su di lui per andare a vincere l’ennesimo oro intercontinentale. E’ proprio durante il camp estivo di Team USA che l’incubo di Paul George prende atto: il primo giorno di agosto, durante uno scrimmage, esegue un normale fallo su James Harden ma finisce per mettere il piede nella zona della base del canestro, un contatto che molto probabilmente il corpo non si aspettava e per cui non può reagire. Il risultato è una terribile frattura scomposta di tibia e perone, oltre che un video del fattaccio in grado di provocare la nausea anche ai più imperturbabili. Un tale infortunio ti scuote dall’interno. Non solo ti rovina ossa, muscoli e legamenti, ma ti infila quel maledetto tarlo nel cervello secondo il quale ogni tuo prossimo passo sarà un rischio, un pericolo per la tua incolumità fisica. Paul George è un All-Star NBA e ha 24 anni, motivo per cui dovrà lottare per eliminare quel sopracitato tarlo, pena la fine della propria carriera.

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Il messaggio di incoraggiamento realizzato da Nike, sponsor di Geroge.

IL RISVEGLIO – Paul George si prepara fisicamente e mentalmente al suo ritorno tra riabilitazione e preparazione mentale. Nel frattempo PG-24 diventa PG-13, cambiando il numero di maglia per staccarsi dal numero che ha sempre avuto, da quello che vestiva in quanto fan di Kobe Bryant, e iniziando a mettere il numero per cui tra qualche anno ricorderemo essere “il numero di Paul George”. La legittimazione di Paul George tramite un numero di maglia viene anche dal giornalista della HBO, ormai ex di ESPN e Grantland, Bill Simmons, il quale nel 2013 disse che la stella dei Pacers avrebbe dovuto passare al numero tredici per realizzare un fantastico gioco di parole basato sulle limitazioni dei film e dei programmi tv americani: PG-13 infatti sta a indicare un programma con contenuti inadatti per i minori di 13 anni e richiede quindi la presenza di un adulto. Si tratta della limitazione più alta dopo il Rated R (under 17 accompagnati da genitori) e il NC-17 (materiale esclusivo per adulti). Da quel momento inizia a farsi chiamare Young Trece, dove la seconda parola sta per “tredici” in spagnolo. Young Trece è anche il nome con cui si fa registrare come stagista nell’ufficio di comunicazioni della squadra mentre è impossibilitato a giocare, perché un leader sta sempre a contatto con la squadra.

Trece, lo stagista
Trece, lo stagista

In settembre può già mettere peso sulla gamba, il 26 febbraio può allenarsi per la prima volta senza limitazioni e dal 27 marzo gli viene concesso di tornare in campo. I Pacers vorrebbero tenerlo a riposo ma PG ha bisogno di dimostrare a tutti, e in primis a sé stesso, di poter tornare in campo. Il 5 aprile rientra così proprio contro i Miami Heat, la stessa squadra con cui ha giocato l’ultima partita NBA, in Finale di Conference, prima dell’incidente con Team USA. Gli Heat non hanno più LeBron e Indiana non ha un record da Playoff ma non importa, l’importante è tornare a giocare. Chi scrive, grande fan dei Pacers e di George, non ha potuto vederlo giocare al Mondiale ma per una strana congiunzione astrale si è ritrovato a Indianapolis proprio in quel 5 aprile, alla Bankers Life Fieldhouse insieme all’amico e collega Niccolò Costanzo. La città ha reagito alla grande: i notiziari locali non parlavano di altro e un palazzetto che mai si era riempito nelle ultime settimane è diventato una polveriera solo per riabbracciare la propria stella, anche solo per pochi minuti. PG entra col suo debuttante numero 13, la folla si infiamma e l’ex Fresno State risponde con, per l’appunto, 13 punti in 15 minuti. George tira tutto ciò che gli passa per le mani (12 tiri in 15 minuti) ma è palpabile quanto sia ancora limitato mentalmente, in un’occasione infatti evita di schiacciare come da consuetudine ma preferisce uno scoordinatissimo appoggio al ferro, poi sbagliato, per evitare ogni minimo contatto col difensore.

Nelle ultime sei gare stagionali PG metterà a segno 8.8 punti e 3.7 rimbalzi in 15 minuti di media, non un’infinità ma quanto basta per aiutare i Pacers a vincere cinque gare consecutive e sfiorare i Playoff. Avrà anche qualche limite ma PG è tornato.

SI RITORNA A SOGNARE – Inizia finalmente la stagione 2015-16 e gli occhi di tutti sono su Paul George. Ora che ha avuto tutta un’estate per prepararsi riuscirà a tornare sui propri livelli? Paul George ha iniziato questa stagione non solo rispondendo positivamente a questa domanda, ma mettendo in atto quello che è il miglior avvio stagionale della sua carriera. In queste prime 15 partite PG-13 viaggia a una media 26.4 punti, 8.4 rimbalzi e 4.6 assist tirando con il 46% dal campo e il 45% da tre punti, il suo massimo in carriera in ogni categoria. L’ex Fresno State ha mostrato fin da subito le sue qualità e il suo ottimo stato fisico segnandone 36 contro la solita Miami, per poi mettere a referto 19 punti dei suoi 27 finali in un quarto contro Orlando. Il 24 novembre è andato a segno anche il primo quarantello stagionale.

La stagione di George non merita di essere celebrata solo per queste cifre ma più che altro per la maturazione che sta avendo il suo gioco. Un primo segno della salute fisica di George sta nel fatto che tende a lottare maggiormente per i rimbalzi rispetto al passato: nel 2013-14 solo il 22% dei suoi rimbalzi era contestato, quest’anno invece la statistica sfiora il 27%. Netto è stato l’incremento nell’attività sotto il tabellone avversario, nel 2013-14 infatti PG riusciva a catturare solo 0.8 rimbalzi offensivi, di cui 0.4 contestati, la metà rispetto a questo inizio di stagione in cui ne mette a referto 1.5 a gara la cui metà viene contestata da un avversario. Sebbene sia ancora distante dall’essere una potenza nel ruolo di ala grande come vorrebbero coach Vogel e Larry Bird, questi dati dimostrano non solo la stabilità fisica e mentale di PG-13, ma anche il suo impegno in questa nuova situazione tattica, l’ennesima della sua carriera visto che nei suoi primi due anni di NBA ha giocato quasi esclusivamente come guardia per poi spostarsi stabilmente nel ruolo di ala piccola.

Paul George è la vera arma di Indiana, con il sole e con la pioggia, non è un caso infatti che senza di lui i Pacers siano passati dalla Finale di Conference all’assenza in postseason. Per questo motivo Paul George gestisce circa il 30% degli attacchi dei Pacers, percentuale che si tramuta in circa in 100.16 possessi nell’arco di 48 minuti. Questo dato guadagna importanza se paragonato ai 94 possessi del 2013-14, anno in cui la percentuale di usage combaciava col 30% di quest’anno ma veniva giocata una pallacanestro a ritmi meno elevati, più incentrata sulla costruzione di un tiro pulito grazie al lavoro di due lunghi lenti ma efficienti come West e Hibbert rispetto all’attuale sistema, più rapido, provvisto di più tiratori e con George da stretch forward. Non a caso nel 2014 solo il 28.7% dei tiri dell’allora PG-24 veniva scoccato prima del quindicesimo secondo sul cronometro dei ventiquattro secondi, quest’anno invece è il 34.5% dei suoi tiri a precedere il quindicesimo secondo nell’azione.

Va detto che il livello del roster di Indiana non è quello di due anni fa. L’arrivo di Monta Ellis ha fatto bene alla truppa di Vogel ma l’ossatura della squadra è ben’altra cosa rispetto a quella che poteva contare su un Hibbert in versione “Difensore dell’Anno” e su un Lance Stephenson che viaggiava a ritmi da All-Star. Questa mancanza di alternative offensive ha costretto George a tenere palla maggiormente, sia prima nella costruzione dell’azione che prima di una conclusione, due anni fa infatti tirava il 42.3% delle volte senza nemmeno palleggiare, nel 2015-16 invece questa statistica si limita al 34.9%, con un conseguente aumento del pull-up jumper dal palleggio dal 37.6% al 47.9%. Questi cifre però non rendono George un giocatore egoista, infatti il nativo di Palmdale, California, segna 5 punti in più rispetto a due anni fa ma tirando solo due volte in più per partita, ennesima dimostrazione di un costante miglioramento balistico che l’ha portato a toccare il 59% di percentuale reale al tiro e un Player Impact Estimate di 19.3, il terzo in NBA dietro a Steph Curry e Russell Westbrook.

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Come già accennato, George non è un “mangiapalloni”, anzi mai è stato passatore come quest’anno, nonostante la già citata assenza di realizzatori costanti e di qualità come Stephenson e West. I 4.6 assist sono il suo massimo in carriera ma è la facilità che sta acquisendo nel liberarsi del pallone a colpire maggiormente. Due anni fa solo il 17.7% dei canestri di squadra era facilitato da un assist di George, quest’anno invece la sua assist percentage è salita al 24%, con oltre 15 assist ogni 100 possessi. Questo dato è particolarmente interessante se consideriamo che George nel corso di una partita effettua meno passaggi rispetto a due anni fa: 44 contro i 46.2 del 2014. PG-13 è riuscito nella magia di incrementare il proprio fatturato di oltre un assist a partita pur passando meno il pallone e con un supporting cast offensivamente meno esplosivo, segno di una maturazione notevole e di una maggior conoscenza del gioco visibile anche dalla percentuale di assist per passaggio che è passata al 10.5% dal 7.7% del 2014.

George è più in forma che mai dal punto di vista offensivo ma, come ha sempre fatto nella sua carriera, non tralascia parte difensiva del proprio gioco, anzi probabilmente fa di questo ambito il suo punto forte. Nel 2014 PG fu inserito nel miglior quintetto difensivo della NBA per la sua abilità di concedere agli avversari il 40.3% al tiro, ovvero il 4.7% in meno della media stagionale dei pari ruolo. Se già quel dato era impressionante, quello di quest’anno ha poca cittadinanza perché PG-13 concede agli avversari solo il 37.9%, il 6% in meno rispetto alla media stagionale. I dati di difensivi di George sono irreale e diventano ancora più d’impatto se consideriamo la sua difesa nel pitturato, contro giocatori più fisici di lui. Nel 2014 infatti George concedeva il 55% (-7.1% rispetto alla media stagionale) agli avversari in un raggio di due metri dal ferro e il 48.3% (-7.1% rispetto alla media stagionale) in un raggio di tre metri dal proprio canestro. Nel 2015-16 il californiano sta toccando livelli mai visti come dimostra il 50% (-9% rispetto alla media stagionale) concesso nei due metri dal canestro e il 44.6% (-8.6% rispetto alla media stagionale) concesso entro i tre metri dal ferro.

Insomma, Paul George sta bene mentalmente, fisicamente e sta portando avanti la sua miglior stagione in carriera sia offensivamente che difensivamente, con cifre che se dovessero restare tali lo renderebbero un più che papabile candidato al premio di MVP della stagione, probabilmente il primo candidato dietro Steph Curry. Paul George aka Young Trece è tornato e, come suggeriscono Bill Simmons e il nuovo soprannome PG-13, le prestazioni sono così dominanti che i bambini hanno bisogno di essere accompagnati dai genitori per seguirle in TV.