NBA

L’intellettuale nigeriano

Il basket è uno sport meraviglioso perché talvolta si può essere protagonisti pur essendo dei gregari e mettendo a segno cifre molto modeste. Questo è ciò che è successo a Festus Ezeli, uno degli eroi della decisiva gara 6 delle Finals 2015, la partita che ha consegnato a Golden State il secondo titolo NBA della sua storia, il primo dal 1975.

In stagione regolare Ezeli ha giocato solo 46 partite su 82 con una media di 11 minuti di impiego in cui è riuscito a mettere a segno 4.4 punti e 3.2 rimbalzi di media. Niente di che, l’ultimo dei gregari, appunto. Anche nei Playoffs la storia non è cambiata. Impiegato pochissimo contro New Orleans e Memphis (5 minuti di media), ha iniziato a vedere spesso il campo contro Houston. D’altronde i Rockets hanno una frontline molto alta e fisica, servivano dunque i suoi muscoli per dare riposo a Bogut nel matchup contro Dwight Howard. Il minutaggio medio sale a 15.8, i punti diventano 6.8 e i rimbalzi 6, con picchi da 12 punti e 9 rimbalzi nella decisiva gara 5. Si pensa che Golden State abbia trovato un uomo in più in vista delle Finals e gara 1 lo dimostra, visto che gioca 12 minuti con 5 punti e 5 rimbalzi. Kerr però inizia a panchinare i lunghi preferendo loro quintetti piccoli e più duttili, infatti Ezeli trova spazio, 18 minuti, solo nella sconfitta di gara 3, peraltro con ottimi momenti. In gara 4 non vede il campo e in gara 5 compare solo a fare presenza per 3 minuti. Sembra che le sue Finals siano destinate a concludersi, soprattutto perché l’utilizzo del quintetto piccolo di Kerr con l’inserimento di Iguodala nello starting five sembra dare più che ottimi risultati. In gara 6 però cambia qualcosa. Bogut non viene considerato ma Mozgov continua a dare problemi. Ecco quindi entrare Ezeli che con i suoi 10 punti, 4 rimbalzi e 1 stoppata in soli 11 minuti di gioco guida, specialmente nel terzo quarto insieme a Livingston e Iguodala, i Warriors al parziale che porterà la squadra della Baia di San Francisco alla vittoria dell’anello. Non sarà il giocatore più decisivo della serie, non sarà nemmeno tra i primi cinque, ma sicuramente il suo nome resterà sempre marchiato a fuoco all’interno di gara 6.

Ma chi è Festus Ezeli? Perché un giocatore dall’importanza normalmente marginale è in realtà così unico? Perché, ovviamente, la sua storia è interessante come poche altre.

Benin City, Nigeria. Questa città, capitale dello stato di Edo, è famosa ai più per essere uno dei centri mondiali della prostituzione e, attualmente, per aver subito fortissimi attacchi da parte di Boko Haram, l’organizzazione terroristica jihadista nata e diffusasi nel nord della Nigeria. Purtroppo la prevalenza cattolica di Benin City ha reso la città un facile bersaglio. Boko Haram però è un’organizzazione nata nel 2002 e a noi interessa andare ancora più indietro, precisamente al 21 ottobre 1989, giorno in cui nasce Festus Ezeli.

Festus, all’anagrafe Ifeanyi Festus Ezeli-Ndulue, nasce in una famiglia numerosa di cui fanno parte anche tre fratelli e una sorella. Nonostante ciò la sua famiglia, mediamente benestante considerando gli standard locali, si può permettere di mandarlo a scuola e Festus ripaga ampiamente l’investimento. Trova una passione nello studio e decide di dedicarsi a questa attività senza la minima distrazione per diventare un dottore, fortemente incoraggiato (diciamo così) da mamma Patricia, che è certamente felice per le scelte del figlioletto. Il suo primo nome, Ifeanyi, dice lo stesso Ezeli in una delle sue prime interviste a Vanderbilt, significa “niente è impossibile con l’aiuto del Signore” ed è forse per tenere fede al significato del proprio nome che il futuro Warrior si rende protagonista di grandi imprese accademiche. Riuscirà a concludere le scuole superiori all’incredibile età di quattordici anni. Un genio. Nel suo futuro americano, infatti, gli saranno spesso rivolte domande del tipo: «Ma in Nigeria le scuole funzionano come da noi? O manca qualche passaggio?». Ezeli, basito ma sorridente, rimarca che il sistema scolastico nigeriano funziona proprio come quello americano, era solo la sua attitudine nello studio a consentirgli di saltare qualche annata.

Il ragazzo promette bene, ecco perché Festus senior, il padre, fortemente sospinto da mamma Patricia, decide di mandare il figlio negli Stati Uniti, precisamente a Yuba City in California, luogo di residenza dello zio di Festus, un pediatra. Lo scopo dello zio sarebbe stato ovviamente quello di aiutare il protagonista della nostra storia ad ambientarsi in America e a diventare un dottore, guidandolo nel mondo accademico e della medicina.

Lo zio d’America, all’anagrafe Emeka Ndulue, seguiva i rigorosi dettami di mamma Patricia, portando Festus a concentrarsi sullo studio. La gente del posto però continuava a chiedergli se giocasse a basket, d’altronde 203 centimetri di altezza sono parecchi per un ragazzo di 15 anni. Il problema è che Festus non sapeva proprio cosa fosse questo basket di cui tutti parlavano. Continuando a sentire parlare di sport, decise, su consiglio dello zio (se solo mamma Patricia l’avesse saputo), di incominciare a praticare qualche sport di squadra, quantomeno per iniziare ad ambientarsi nel nuovo paese e farsi qualche amico. In fondo il liceo lo aveva finito, anche se frequentava qualche corso alla Jesuit High School di Sacramento, solo per tenersi in allenamento con i metodi di studio americani. C’era quindi tempo per pensare ad altro. La prima opzione fu il calcio, non tanto perché gli piacesse ma perché era l’unico sport di cui sapesse le regole. Parliamo pur sempre di un ragazzo nigeriano del 1989, sarebbe stato un delitto non conoscere la nazionale nigeriana di calcio guidata da Amuneke e Okocha, ma anche quella di Kanu, Taribo West e Babayaro. I risultati calcistici del nostro Festus però sono oltremodo scandalosi e il ragazzone non si diverte. Lo zio decide così di parlargli di quel basket di cui tanto gli chiedono quando va dal barbiere.

Inizia così la vita cestistica di Festus Ezeli. Nella già citata Jesuit High School però non poteva giocare perché, avendo già un diploma di liceo, non era più eleggibile. Gira voce però che fu tagliato ai provini. Niente di strano, d’altronde non aveva mai preso in mano un pallone prima di quel momento, ma è curioso il fatto secondo cui a tagliarlo sia stato il professore di chimica che, svolgendo il doppio lavoro di allenatore e professore, ha ritrovato in Ezeli il peggior giocatore della squadra e il miglior studente di chimica della scuola. Sono solo voci, ma non mi stupirei se fossero vere.

Siamo già alla fine del 2005 e la carriera di Ezeli ancora non è cominciata. Iniziò a giocare, su “raccomandazione” dello zio, in alcune squadre AAU di basso livello, (organizzazioni che consentono ai liceali americani di giocare durante l’estate in tornei organizzati e che ad alto livello diventano praticamente delle selezioni di All-Star statali, ndr). Particolare il fatto secondo cui Festus giocasse in AAU senza aver mai giocato una partita liceale. In AAU ha avuto una carriera breve ma lo si ricorda per il suo primo canestro in carriera, un semplice appoggio in uno contro zero. Ma nel canestro sbagliato, quello della sua squadra.

«Non avevo la minima idea di cosa stessi facendo. Gli altri correvano su e giù per il campo e io non capivo cosa dovessi fare. Ero come un enorme bambino di sei anni in mezzo a un gruppo di quindicenni.»

Ezeli non demorde e a 16 anni decide di frequentare lo Yuba Community College. I primi allenamenti hanno risultati scandalosi ma coach Doug Cornelius vede dell’ottimo potenziale e convince Festus e la famiglia a ridurre il numero di corsi da lui frequentati. Questa mossa può sembrare egoista ma la verità è che, nel caso fosse definitivamente entrato a Yuba come studente a tempo pieno, avrebbe perso l’eleggibilità dei primi due anni di college in Division I. A Yuba si sviluppa la passione per la pallacanestro e per questo decide di aiutare la squadra come responsabile del reparto video. Si dice che all’epoca, quando Yuba arrivava nei campus avversari, le altre squadre erano intimorite da questo armadio di ebano, salvo restare stupite quando lo avvistavano a bordo campo con la telecamera in mano. Solo col tempo, infatti, sarebbe arrivato il suo vero debutto su un parquet.

Ezeli sa di voler giocare e si allena tantissimo. Prende parte a molte squadre AAU e migliora molto il suo gioco. Poi, a 17 anni, la svolta. Festus schiaccia.

«In quel momento ho capito quanto fosse divertente quello sport e quanto io desiderassi giocarci a livelli sempre più alti.»

Festus migliora in continuazione e viene convocato anche per il Reebok All-American Camp, evento che gli dà una grande visibilità, tanto che sulle sue tracce si mettono ben 27 college di Division I. Ovviamente Festus, che non è un ragazzo come gli altri, scarta le proposte di molte squadre prestigiose e restringe la sua scelta agli atenei più validi dal punto di vista accademico quali Harvard, Vanderbilt e Boston College. L’offerta di Vanderbilt è per lui più allettante dato che gli propone di ottenere il redshirt per la prima stagione così da permettergli di concentrarsi sullo studio e sugli allenamenti. Festus infatti è ancora molto grezzo in campo, lontano dall’esser un gran giocatore, ma i suoi compagni lo aiutano molto. Inizia a fare sempre più sul serio con il basket tanto che medicina risulta essere una facoltà troppo dispendiosa in termini di tempo e per questo decide di ripiegare su economia. Ovviamente Ezeli è il tipico studente modello quindi gli ottimi voti arrivano senza problemi e si laurea in tre anni, in tempo per il suo futuro arrivo in NBA.

Ogilvy, il centro titolare di Vanderbilt, si dichiara per il Draft 2010. Tocca quindi a Festus, dopo due stagioni a circa 10 minuti di media, essere il centro titolare. Ormai è pronto, bisogna lavorare su una cosa ancora: la timidezza. Nei primi due anni infatti Ezeli ha mostrato lampi di puro talento, specialmente in trasferta, e momenti davvero discutibili quando si è giocato in casa. Il perché? Principalmente perché se vede un suo amico sugli spalti si imbarazza e comincia a giocare male. Dopo un bel po’ di lavoro sotto questo punto di vista Ezeli è pronto per le due stagioni da titolare, annate che si rivelano ottime. Passa da una media di 3 punti e 3 rimbalzi a partita, a 13 punti e 6.3 rimbalzi già nel suo primo anno in quintetto, stagione in cui demolisce anche il record dell’ateneo di 74 stoppate in una singola annata precedentemente stabilito da Will Perdue piazzandone 87.

Diventato ormai un prospetto da seguire anche per gli addetti ai lavori, l’anno successivo, il 2011-12, non migliora le sue statistiche (anche per via di un leggero infortunio) ma aiuta i Commodores a conquistare il primo titolo del torneo della SEC dal 1952, cosa che gli vale una chiamata al primo giro nel Draft NBA dai Warriors. Precisamente la chiamata numero 30, l’ultima del primo giro.

La vita in NBA è dura, specie se al tuo debutto nella stagione 2012-13 giochi contro i Lakers di Kobe Bryant, Ron Artest aka Metta World Peace e Pau Gasol.

«Quando ho visto Kobe pronto a scendere in campo contro di me nella mia prima partita NBA ho capito che da quel momento si sarebbe iniziato a fare sul serio.»

Il suo primo matchup NBA è stato quindi contro Dwight Howard, lo stesso giocatore che troverà nella serie di Finale di Conference contro Houston nel 2014-15, ovvero la serie che lo vedrà impiegato maggiormente nei Playoffs iridati. Ezeli da rookie trova anche minuti importanti per via dell’infortunio di Andrew Bogut e ha pure l’occasione di andare oltre la doppia cifra per punti. Per la precisione ne segna 13 contro New Orleans, la squadra contro cui inizierà ai Playoffs la cavalcata che lo porterà all’anello due anni più tardi. Ezeli non smetterà mai di ringraziare Bogut, non perché l’infortunio dell’australiano gli abbia regalato i suoi minuti in NBA, ma perché si è rivelato la sua chioccia. Ezeli dirà in un’intervista (e le interviste di Ezeli sono sempre da non perdere, sia per l’alto vocabolario utilizzato, sia per la sua sincerità) che il suo problema in NBA stava nel fatto che non conoscesse nessuno e per questo non sapeva come approcciarsi al suo diretto marcatore. Bogut fungeva da consigliere, da buon veterano infatti conosceva quasi tutte le abitudini degli avversari e ad ogni azione suggeriva a Ezeli quali movimenti eseguire.

La stagione 2013-14 però riserva un brutto scherzo al figlio di Patricia: sarà costretto a saltarla interamente per un infortunio al ginocchio. E’ un periodo difficile ma Festus, ricordando i tempi di Yuba Community College, lavora molto in sala video e studia nel dettaglio il suo gioco per migliorarlo e per ottimizzare le proprie qualità.

Arriviamo finalmente al 2014-15. L’annata ha due facce: da un lato è stupenda perché i Warriors sono protagonisti di una partenza da record, da un altro lato invece è durissima, perché Festus fatica a trovare minuti. Spesso infatti non gioca e per una settimana viene addirittura spedito in D-League nei Santa Cruz Warriors. Ezeli però è in costante miglioramento e le cifre lo dimostrano. Rispetto alla stagione da rookie, pur calando il suo minutaggio da 14.4 a 11 minuti, accresce di molto la qualità del suo gioco. La sua percentuale dal campo passa dal 44% al 55%, l’offensive rating cresce da 97 a 111, il defensive rating di 103 diventa un migliore 99 e il Player Efficiency Rating passa dall’essere un misero 9.3 a un ottimo 16.2 (la media NBA è 15, ndr). Se tutto ciò non bastasse, basti sapere che i punti segnati rapportati su 100 possessi sono passati dagli 8.7 della stagione da rookie ai 19.5 di questo 2014-15. Steve Kerr infatti è il primo ad accorgersi di questa crescita e, non a caso, lo ha reso un elemento importante e al tempo stesso insospettabile in questi Playoffs. Citofonare Houston e Cleveland in caso di dubbi. O più banalmente guardate l’anello che si porterà al dito dopo la fantastica prestazione in gara 6 che ha dato il via a questo lungo flashback della sua vita.

Si chiude così la storia di un ragazzo normale che di normale non ha nulla. Un ragazzo nigeriano in grado di diplomarsi a 14 anni. Un ragazzo che ha attraversato l’oceano sognando uno stetoscopio ma ritrovandosi al dito un anello di Campione NBA senza aver mai nemmeno conosciuto le regole della pallacanestro fino all’età di 16/17 anni. Un ragazzo che parla con la stessa sicurezza di inflazione, debito pubblico e di come difendere sui tagli avversari in una Zipper Cross. Un ragazzo che di nome fa Ifeanyi, ovvero “niente è impossibile con l’aiuto del Signore”. Perché forse sul futuro da dottore avrà avuto torto, ma almeno sul nome mamma Patricia aveva più ragione di tutti.

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Foto: nssmag.com / Golden State Warriors social media