Minnesota Timberwolves: storia recente di una franchigia maledetta

Quando non vai ai playoff da quasi dieci anni, è difficile motivare i tuoi insuccessi come frutto di fattori esterni. Eppure, nonostante l’evidenza, è quello che si sta facendo, quanto meno ai vertici della franchigia, in quel di Minnesota, dove David Kahn e Glenn Taylor, stanno accusando la dea Fortuna di avergli voltato le spalle ancora una volta.

Si, è vero che quest’anno i Timberwolves le hanno viste di tutti i colori, ed è vero che ai tantissimi problemi fisici, tra cui spiccano la difficile rinascita di Rubio ed il definitivo tramonto di Brandon Roy, si sono aggiunti quelli familiari, ben più gravi, di coach Rick Adelman, nonché quelli intestinali di Kevin Love, alle prese con un mal di pancia, che a detta di molti può essere curato solo da un contratto multimilionario nella Los Angeles che conta (non me ne vogliano i tifosi dei Clippers); tutto questo, però, non può valere da giustificazione per l’ennesima stagione fallimentare, proprio perché non stiamo parlando di due o tre anni negativi e neanche di un quinquennio, ma quasi di un decennio di delusioni, costellato di scelte ridicole, contratti spropositati, occasioni perse, ed infine, si, come prima delle conseguenze e non delle cause, di sfortuna. Perché se la fortuna premia gli audaci, la malasorte colpisce gli sciagurati, e non esistono altri termini per descrivere David Kahn, Kevin McHale ed il lassista Glenn Taylor, per non parlare di coach e giocatori, colpevoli anche loro in grossa misura di questo sfacelo.

Poiché mi sembra sconveniente ripercorre tappa per tappa i peggiori scambi dell’era recente dei Timberwolves, basterà citare qualche avvenimento clou.

Anno di (dis)grazia 2007, il cosiddetto anno zero. Kevin Garnett viene ceduto dopo tante lamentele ai Celtics, e Minnesota in cambio acquista una marmaglia di giocatori tra cui spicca Al Jefferson; non si potrà vincere da subito, giusto così, ma le premesse per riprendersi nel giro di qualche anno ci sono tutte. L’annata che segue è tragicomica, ma il talento di Monticello, Mississippi, sembra poter essere un’ancora a cui aggrapparsi, aspettando la crescita di Randy Foye, scelto nel 2006 prima di Brandon Roy e Rudy Gay, e della chiamata del 2007, Corey Brewer. Per non essere troppo duri con i due, diciamo che nel corso della loro carriera nelle Twin Cities non si sono decisamente contraddistinti per il loro talento, cosa che permetterà rapidamente ai GM dei T’Wolves, di mettere in atto una tecnica molto rodata, quella di sconfessare dopo pochi mesi la loro migliore chiamata del Draft.

Il 2008 sembra essere l’anno della rinascita. La chiamata è alta, il Draft d’altissimo livello. I T’Wolves vorrebbero Michael Beasley, ma tranquilli, a B-Easy ci torneremo, putroppo però alla tre è disponibile solo OJ Mayo, che viene a sopresa scambiato per Kevin Love e Mike Miller. La maggior parte dei tifosi, senza immaginare cosa sarebbe poi diventato Love, storce il naso, a causa soprattutto della difficile coesistenza dell’ex UCLA con Al Jefferson, stella indiscussa della squadra. Non stupiamoci se il record è negativo, perché le promesse dell’ultimo Kevin McHale, attapirato come pochi, sono di una squadra solo in potenza fenomenale. Kevin Love, ad ogni modo, si rivela entusiasta del suo futuro nei Timberwolves, vista la presenza di un guru dei movimenti spalle a canestro come McHale, e dell’ennesima prospettiva di una buona scelta nel Draft 2009, anche questo ricco di talento, soprattutto nel ruolo di Playmaker, necessità primaria per Minnesota. Jefferson, però, è molto meno felice di Love, e, dopo essersi rotto il crociato (in quel momento stava giocando da All Star), non apprezza particolarmente di essere stato scaricato per il pallido californiano, ma, con un contratto pesante e l’impossibilità di essere scambiato in quelle condizioni, deve accontentarsi di recuperare serenamente.

Arriva però la svolta. Aprile, tempo di playoff, la luce nella sede dei Timberwolves è solitamente spenta. Questa volta no, perché Glen Taylor ha finalmente deciso di dare una sterzata alla sua franchigia. Via Kevin McHale, per fortuna, dentro l’emergente GM David Kahn, per ripartire da zero, dopo due anni in cui si era teoricamente ricostruito. Il primo banco di prova? Il Draft, come al solito. Kahn, però, si dimostra un po’ eccentrico quando entra al Madison Squadre Garden (ora la sede è al Prudential Center), e quindi, sarà per la voglia di stupire, o per il caldo terribile di New York in estate, sceglie 4 playmaker; la possibile discussione tra Taylor e il suo GM dovrebbe essere stata: “David, ci serviva un play titolare, da affiancare a Telfair, tu ne hai presi quattro!” e di risposta “tranquillo boss, ho sprecato quattro scelte, ma questo significa che almeno uno buono lo troviamo”. Scontato dire che uno buono su quattro scelte, non l’ha trovato . Per la verità, ci sarebbero pure stati due buoni giocatori. Il primo è senz’altro Ricky Rubio, venuto alla ribalta soprattutto per “il gran rifiuto” di approdare negli States, per via di faccende apparentemente contrattuali con il suo team europeo, il secondo,  è Ty Lawson, un ottimo giocatore, scaricato da Kahn per l’abilità del GM (diventata più tardi un must) di scambiare giocatori per nulla, “per liberare il salary cap” come direbbe il buon David. Minnesota ad ogni modo non si può lamentare; è arrivato Jonny Flynn (non proprio facile la sua situazione di titolare per il momento, in attesa di Rubio), reduce da un’ottima annata in quel di Syracuse, giocatore rapido e fisico, l’ideale per chi vuole giocare tanto pick n’roll. Ma Kahn è sempre un passo avanti, e decide ancora una volta di spiazzare tutti. “Esportiamo il modello Phil Jackson, da quest’anno si gioca triangolo, viene a insegarcelo Kurt Rambis”. Non credo sia la sede per spiegare la triple post offense, ma per farvi un piccolo excursus, le migliori interpreti di questo attacco, i Chicago Bulls degli anni Novanta ed i Lakers del nuovo millennio, disponevano di due ottimi centri passatori, e Love e Jefferson ci si potevano in qualche modo avvicinare, e di una guardia solista, in grado di sparigliare le carte quando l’attacco diventava un po’ stantio, al secolo Michael Jordan e Kobe Bryant, forse numero uno e due della storia del basket recente. Minnesota aveva Corey Brewer. Il risultato? Tragico. La peggior stagione di sempre. Palle perse in continuazione, Flynn in preda ad una crisi d’identità, Rambis una maschera di sale ad ogni gara, Kahn imbarazzato di fronte all’ilarità delle tv, che lo sbeffeggiavano per la scelta dei 4 playmaker, del rifiuto di Rubio e degli 8 milioni regalati a Kurt Rambis. Le 15 vittorie del 2009/2010 sono il peggior risultato della storia della franchigia, ma nonostante questo, David Kahn vuole continuare con il suo progetto.

Estate 2010; la grande rivoluzione. Prima il colpaccio del draft, Wesley Johnson, preferito a Demarcus Cousins, Greg Monroe, Paul George e chi più ne ha più ne metta, poi  una trade d’alto livello; via Al Jefferson, dentro Kosta Koufos e una futura prima scelta (Donatas Motiejunas, che mai approderà in quel di Minnesota). Ma non è finita qui, perché Kahn regala un contratto faraonico a Luke Ridnour ed Anthony Tolliver , riprende lo scaricato Sebastian Telfair, e, a suo dire, fa il colpo della vita, prendendo, in cambio di nulla, Michael Beasley da Miami. La stagione è segnata dall’esplosione di Love, che migliora tantissimo diventando un All-Star, Beasley ne fa 19 a partita, e Luke Ridnour si dimostra più adatto alla cabina di regia del povero Jonny Flynn. Tutto bene? Si, a parte le 17 vittorie stagionali, che valgono a Rambis il tanto agognato (da parte dei tifosi) licenziamento.

Insomma, cosa deve fare Minnesota per avere una stagione vincente? Un coach d’alto livello ed un grande asse play-pivot. Si riparte dalle basi.

Dove aver concesso ancora fiducia a David Kahn, i Timberwolves ripartono con Rick Adelman coach, Ricky Rubio, finalmente, nel ruolo di playmaker titolare, l’All Star, Kevin Love, ma non solo, perché a questo mix vanno aggiunti, Nikola Pekovic, la chiamata numero 2 del Draft e Josè Barea. Dal draft arriva Derrick Williams, 3/4 esplosivo che rischia di fare scopa con Kevin Love, ma in assenza di altro, meglio prendere lui. La stagione è fortemente condizionata dal lockout NBA ed infatti i Timberwolves, dopo un’ottima partenza, mollano per via degli infortuni che bloccano Ricky Rubio, legamento crociato, su tutti. Il crollo finale è notevole, e i T’Wolves mancano ancora una volta la post season, per il rammarico di tutti. La situazione, però, sembra essere finalmente cambiata, vista la grande disponbilità economica dei lupi (per via dell’affare Eddy Curry) che potrebbe portare un giocatore d’alto livello nella offseason. Fallisce, però, l’assalto a Nicolas Batum, e arriva come rimpiattino Andrei Kirilenko, gran bel rimpiattino, direbbero alcuni. Invece di potenziare atleticamente la squadra, cosa che avrebbe fatto Batum, arrivano giocatori al di sotto dell’atletismo NBA, come Chase Budinger,Alexey Shved, Greg Stiemsma e Robbie Hummel, che, sommati a Kirilenko, Love, Pekovic e Rubio, non possono certo portare i T’Wolves a competere fisicamente contro le corazzate NBA. Poco male, però, perché la squadra, pur senza Rubio, inizia bene, veleggiando sopra il 50% di vittorie. Sembra essere finalmente la stagione buona, ma il karma, per punire la sciagurata storia recente dei Timberwolves, gira, e in fila Kevin Love, Andrei Kirlenko e Nikola Pekovic si infortunano, insieme a Chase Budinger e Dante Cunningham; a questo vanno aggiunti i gravi problemi familiari di Rick Adelman, che lo portano lontano dalla squadra, e il lentissimo recupero di Ricky Rubio, reduce da una lunga riabilitazione per via della rottura del crociato. Minnesota a cavallo tra il 2 Gennaio ed il 4 Marzo, perde 22 partite vincendono appena 5. Fuori dai playoff ancora una volta.

Bufera estiva in arrivo su David Kahn e Glenn Taylor? Non è detto. L’unica certezza è che le poche buone cose costruite negli ultimi anni, rischiano di scomparire rapidamente: Pekovic è in scadenza imminente, Love è in rotta con la società, Rubio non ha mai manifestato gioia nel giocare per i T’Wolves, e Derrick Williams sembra l’ennesima scelta sbagliata. A differenza di quello che pensano i vertici della società, per invertire rotta, non basterà certo un po’ di fortuna.

Foto: iamatimberwolves.wordpress.com