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NBA: alla scoperta di Tarik Black, X Factor dei nuovi Lakers

I Lakers sono forse una delle sorprese più positive di questo inizio di campionato NBA. Il merito va a coach Luke Walton, che ha finalmente liberato la bestia Julius Randle (autore di un’altra tripla doppia contro i Nets) e ha indirizzato D’Angelo Russell sui binari giusti. In un team giovane e innovativo, però, ce n’è uno che è più innovativo e a sorpresa di tutti. Se sappiamo fin da principio che Russell e Randle erano dei predestinati per guidare i Lakers, chi si aspettava un apporto costante e un ruolo da X Factor per Tarik Black?

Partiamo però dall’inizio: Tarik Bernard Black nasce Memphis il 22 novembre 1991. Già dal liceo si capiva che poteva far bene: aiuta i Ridgway Roadrunners della sua città con due titoli di Distretto a una media di 15.7 punti e 11.8 rimbalzi per il primo, 16.3+12.6 per il secondo titolo. Segue poi lo sbarco nella NCAA nel 2010: tre anni a Memphis e uno a Kansas. Anche qui la pesca è molto buona: nominato nel Defensive Team di Conference nel 2012 e nell’All-C USA second All Team, realizza nei tre anni di Memphis cifre molto buone, sempre attorno ai 10 + 5 di media, con 1.5 stoppate a partita nella stagione da Sophomore, quando parte titolare in 31 dei 35 incontri. Lascia Memphis dopo tre anni e dopo una laurea in Organizzazione della leaderhip (come Shaquille O’Neal, ndr), approda a Kansas e anche se le cifre sono minori si toglie un piccolo sfizio: con 19 punti e 9 – 9 nella Senior Night, è la miglior efficienza per un Jayhawk dal 1990.

Le premesse sembrano buone e nel 2014 si presenta al Draft NBA, dove tuttavia non viene nominato entro i primi 60. Così firma un contratto con gli Houston Rockets per il training camp, venendo poi confermato in vista della regular season 2014. A Dicembre, però, arriva il taglio: prenderà il suo posto Josh Smith, che nella sua prima esperienza Rockets farà anche abbastanza bene (12 punti e 3.9 rimbalzi in 25.5 minuti di impiego). L’esperienza a Houston si chiude con 4.2 punti e 5.1 rimbalzi in 15 minuti di impiego, con 12 partite in starting five delle 25 giocate. Il 28 dicembre inizia la sua avventura in gialloviola, due giorni dopo il taglio da parte di Daryl Morey. Ai Lakers l’apporto iniziale è abbastanza buono: 7.2 punti in 21 minuti, con il 58% e 6.3 rimbalzi a partita, e questo lo porta alla conferma del contratto in Aprile, seguita da un 2015-16 oscurato anche dal Farewell Tour di Bryant, da 14 minuti e 4 punti di media.

Passiamo al 2016: i Lakers sono più che mai in rebuilding e Luke Walton sa che deve iniziare con il piede giusto. Schiera quindi il quintetto Mozgov – Randle – Deng – Clarkson – Russell per dare dinamicità al suo team. Brandon Ingram partirà dalle riserve, e come primo cambio dei lunghi troviamo proprio Black. Alla luce, soprattutto, dell’addio di Roy Hibbert e della partenza di giocatori minori della passata stagione (Ryan Kelly in primis). Black che parte con 11 minuti nelle tre partite di ottobre, ma si guadagna il rispetto di coach Walton e solo due volte lo troviamo in campo, per questo mese di novembre, sotto i 15 minuti. La prima impressione che possiamo fare su Black è che prediliga il rimbalzo allo scoring: d’altronde, con 2.06 di altezza e 119 kg di peso, non è difficile per lui farsi valere sotto canestro, visto che dimostra di essere quanto di più simile ci sia a roster, per Los Angeles, a un centro moderno. A vedere dagli highlights, è un giocatore concreto: non uno da numeri da circo, non uno che ama mettersi al centro con giocate sensazionali. Il suo 55.6% dal campo è fatto anche, e soprattutto, di schiacciate, ma sono per lo più schiacciate da rimbalzo o bimani, così da non rischiare di sbagliare. Black è anche un lottatore: se un compagno sbaglia, è sempre pronto a raccogliere il tap in, e difende sull’avversario che è un piacere. La prova viene dalla partita in casa contro Phoenix, dell’11 novembre. I Lakers vincono e lui segna 4 punti con 2 – 6 dal campo, ma raccoglie 7 rimbalzi in 17 minuti, e aggiunge 1 assist, 1 stoppata e 1 palla rubata al suo scoring personale. E aggiunge questa azione, che riassume il concetto di rimbalzista e giocatore concreto …

Il meglio lo dà, però, contro gli Warriors e contro i Nets. Nella prima partita gioca 15 minuti, segna 8 punti con 5 rimbalzi; nella seconda, in 13 minuti, segna 12 punti con 4-6 dal campo, 9 rimbalzi e 1 assist. È la prima volta per lui in doppia cifra in questa regular season (la seconda dopo la sconfitta contro i Clippers dello scorso 6 aprile), condita da una vittoria. Anche contro i Kings, il 10 novembre, sono 7 compreso il tap in di fine terzo quarto che riporta i suoi a – 3 (i Lakers avrebbero poi vinto la partita di 10 punti, ndr).

È un combattente, come dicevamo: lotta fino alla fine per provare a segnare e vincere, e non guarda in faccia nessuno (un tecnico per aver “fatto il duro” contro Nurkic in preseason la dice lunga…). Ma con l’approccio giusto, di chi vuole sempre migliorare. La sua prima partita di rilievo, in NBA, è sempre in preseason, ma ancora in maglia Rockets, il 9 ottobre 2014. Segna 10 punti e cattura 15 rimbalzi. E gli viene detto che il coach ha chiesto di catturare rimbalzi.

Sono una matricola, devo portare energia e quanto necessario per vincere. Sono solo una matricola, devo ancora trovare il mio posto e ho ancora molto da imparare nella Lega. Sono grato di questa occasione”.

Partire da undrafted non è di certo facile, ma se uno ha il carattere di Tarik Black, tiene la testa bassa e ha voglia di mettersi in gioco sicuramente la direzione è giusta. E se Black, che pur non giocando molto, si sta dimostrando un fattore in questi Lakers versione Anno Zero, allora dobbiamo tutti rendere omaggio al suo spirito di squadra e al suo essere comprimario da non mettere in ombra.