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NBA Preview: Oklahoma City Thunder – Tutto nelle mani di Westbrook

Photo Credits: NBA.com
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“We need to be a disciplined team on defense” – Quando all’inizio della scorsa stagione Billy Donovan si è presentato alla stampa americana, ha sottolineato questo passaggio chiave nella sua impostazione del gioco. Parrebbe scontato, perché mai nella vita mi è capitato di sentire un qualsiasi allenatore che non metta in primo piano la consapevolezza difensiva della propria squadra, eppure una dichiarazione simile nel team di Durant e Westbrook, apparirebbe alquanto fuori luogo. Non che i due non fossero buoni difensori, parliamo di giocatori che operano ad un livello che supera di gran lunga la media comune e mortale, però è curioso come un allenatore che ha in roster due dei primi cinque talenti offensivi della Lega (questioni di vedute, non contestatemi) si concentri prevalentemente sull’aspetto difensivo. Quello che ne è uscito fuori dalla passata stagione però, è una formula vincente, complice un gioco offensivo abbastanza lineare (molti pick’n’roll centrali con ottime spaziature per consentire ribaltamenti facili) ed una solidità difensiva perpetuata anche e soprattutto grazie all’ascesa di Adams. Bene, direte, un sistema collaudato che ha riportato Oklahoma verso le vette che gli spettano. Sì, molto bene. Eppure in estate è successa una cosetta che, se non ve ne foste accorti, ha stravolto leggermente i piani di OKC e che quindi potrebbe mandare in frantumi tutti i bei ricami che Donovan era riuscito a cucire sulle maglie dei suoi giocatori.

“I haven’t talked to him” – Con la decisione di Durant di passare ai Warriors si è rotto, oltre che un sistema di squadra, anche un rapporto. È inutile nascondersi dietro alla solita storia dell’amicizia, perché come si frantumano legami per ragioni sportive tra persone comuni, figuratevi tra due professionisti che insieme e per anni non hanno fatto altro che inseguire un obiettivo che, guarda caso, uno dei due ha deciso di inseguire altrove (con tutte le agevolazioni del caso). Se già prima Russell Westbrook contendeva al compagno/amico lo scettro sul trono dei Thunder, ora non ci sono più dubbi su chi sia il leader di una squadra che, comunque, non si è mossa così male per sopravvivere all’uragano che l’ha travolta. Di disastri ad Oklahoma City se ne intendono, vedi tornadi e attentati del passato, ma soprattutto se ne intendono in fatto di fenomeni migratori, per informazioni vedere alla voce “Furore”, il romanzo cardine di John Steinbeck. Eppure, malgrado le avversità, sono sempre riusciti a ripartire e presuppongo che anche in questo caso così sarà. Tutto, ovviamente, è affidato alle mani del piccolo fenomeno con lo “0” sulla schiena ed al suo allenatore, un uomo che ha dimostrato, dopo anni di college, di saperci fare anche tra i pro. E a chi si aspetta una serie continuativa di azioni offensive incentrate sul gioco a due Westbrook-Adams dico: avete ragione, sarà proprio così, ma non vi preoccupate, è questa la chiave per arrivare lontano.

“He tells me to be aggressive and don’t be afraid to try new things” – Detto e contraddetto tutto ciò che concerne l’affaire Durant, giunge alla luce una considerazione che, letta a posteriori, lascia abbastanza sconcertati. Affinché si convincesse il talento di KD a restare a casa, i Thunder si erano preventivamente mossi, cedendo Ibaka (a tratti disfunzionale nel sistema di gioco di Donovan, seppur da un paio d’anni ha mostrato di saper essere anche un giocatore perimetrale) per arrivare a Oladipo, buon difensore, ma ancor più giocatore di rottura, se ce n’è uno, in fase offensiva, a Ilyasova e soprattutto ad un certo Domantas Sabonis che, per il cognome che porta, merita indubbiamente una menzione d’onore. È infatti sua la dichiarazione che apre questo paragrafo e quel “he tells” introduttivo non è riferito ad un suo omonimo qualunque, bensì a suo padre Arvydas, il più grande centro che il Vecchio Continente sia mai riuscito a partorire. Per dire lo stesso del figlio, sempre che si arriverà mai a dire, bisogna ovviamente aspettare di vederlo all’opera, ma intanto si sono già spese ottime parole su di lui. A Gonzaga, l’università da cui proviene, veniva usato prevalentemente come interno (è alto 208 centimetri), ma in NBA credo non sia ancora pronto fisicamente per giocare da centro pure, mentre sembra calzare a pennello come ala forte, complice la sua velocità di piedi (guardate su YouTube, è molto rapido e non serve un intenditore per capirlo) e soprattutto per la sua duttilità nel giocare sia pick’n’roll sia pick’n’pop (il playbook di Donovan lo scorso anno, ma anche negli anni passati in Florida, era proprio basato su questa doppia possibilità istantanea). Insomma, non avranno rimpiazzato Durant con un suo pari livello, anche perché l’unico modo per rimpiazzare Durant è non cedere Durant, però hanno costruito attorno a Westbrook una squadra adeguata alle sue esigenze di gioco, ovvero a tenere la palla in mano per almeno tre quarti dell’azione.

DOVE POSSONO ARRIVARE – L’importante per i Thunder di questa stagione sarà perdere meno terreno possibile in Regular Season, così da arrivare ai Playoff in una posizione non troppo svantaggiosa per poter continuare il percorso. Percorso che, se si fermerà al secondo turno, sarà già un notevole successo. Ma soprattutto la conferma che Donovan sia maledettamente bravo e che Westbrook sia un fenomeno.

QUINTETTO IDEALE: R. Westbrook – V. Oladipo – A. Robertson – D. Sabonis – S. Adams (Sesto Uomo: E. Kanter)