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NBA – Thunder e Warriors: perchè NON dobbiamo preoccuparci delle loro ultime sconfitte?

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È inutile nascondercelo: sono loro le due squadre oggetto di argomento per questi giorni. Per i protagonisti in campo, per i trascorsi, per le incredibili sconfitte. Oklahoma City e Golden State hanno registrato una L in entrambe le ultime due uscite. Ma non vale la pena pensare al peggio, anzi.

E partiamo allora con il commento su quella dei Thunder, proprio contro Golden State e Durant. Non si tratta solo di una partita, ma di una serie di fattori condizionanti sulla partita stessa. La prima di Durant contro i suoi ex, la prima contro Russell Westbrook, la prima di Russell contro KD dopo le varie dichiarazioni volate durante l’estate e la scelta di diventare il leader dei Thunder in rebuilding e dopo le prime partite stratosferiche, che potrebbero darci un’idea, se si proseguisse di questo passo, chi potrebbe candidarsi al titolo di MVP. Una sconfitta sanguinosa come il 122 – 96 è frutto anche della grande fatica del giorno prima contro i Clippers: una vittoria che Russ ha ottenuto con 35 punti, salvo poi prendere l’aereo con i suoi compagni e giocare nell’indemoniata Oakland il giorno successivo. 20 punti con 4 – 15 dal campo non sono accettabili di certo, ma ripeto che la stanchezza è stata comunque determinante. Aggiungiamoci, invece, i 10 assist decisamente pregevoli e che vanno al di là del bottino di punti. O aggiungiamoci l’atletismo, carta vincente del nostro, che lo ha portato a stoppare prima Steph in penetrazione e poi l’acerrimo nemico. Dopo quella stoppata, Russ si è semplicemente spompato. Lodiamo invece la sinergia che sta creando con i compagni: prima di tutto rafforzando il rapporto con Steven Adams, uomo che riceve alla perfezione gli assist del numero 0 e che, in effetti, è stato autore del primo attacco Thunder nel primo quarto. Adams rischia di diventare ufficialmente il secondo violino di questi strani Thunder, perché il suo movimento dal post, l’abilità sottocanestro e la capacità di proteggersi con il ferro sono troppo interessanti per non prendere una parte dei punti di KD e Ibaka. Attenzione anche a non sottovalutare Jerami Grant. Arrivato martedì in cambio di Ilyasova, rischia di diventare uno steal assoluto, sebbene il leitmotiv della trade fosse per ragioni contrattuali (soli 100mila dollari garantiti). Atletico, penetratore, energico e che è stato imbeccato bene dal suo play. Grezzissimo ancora, l’ex Sixers avrà occasione di crescere e ha già mostrato una buonissima dose di arroganza, che lo ha portato a posterizzare Durant e a mettersi in posa proprio in faccia a KD. Poco importa che poi KD abbia restituito il favore: Jerami Grant può serviere a questa OKC. In questa serie di begli elogi che vedono anche il buono e crescente apporto di Domantas Sabonis (13 minuti, 4 punti al 50% e 2.7 rimbalzi per il figlio di Arvydas), purtroppo bisogna anche evindenziare una nota negativa. E ahimè lo nota dolente mi tocca farla su uno dei giocatori a mio avviso più affascinanti di questi Thunder: Victor Oladipo. L’ex Indiana ha un senso del palleggio molto buona e capacità difensive sopra la media per una guardia, ma ha la tendenza a prendersi troppe volte il tiro, non sempre con esiti positivi e anzi molte volte con forzature non necessarie. Questa sconfitta contro gli Warriors è stata la prima sopra il 50%, preceduta da un 3 – 11 contro i Clippers. Non si nega però che sia una bocca da fuoco utile, e che comunque il suo apporto ai Thunder gli ha fruttato un rinnovo quadriennale da 84 milioni, assieme a quello da 100 per Adams, ma la sua energia va canalizzata nella direzione migliore. Ai Magic la scorsa stagione, quando erano in zona playoff, Oladipo giocava da sesto uomo ed era più focalizzato sulla difesa che non sullo scoring table. Loro due e Russ sono il presente e il futuro dei nuovi Thunder, e anche se sono decisamente più deboli della passata stagione Billy Donovan li sta comunque indirizzando a un ritorno ai playoff, a dispetto di molte aspettative.

Passiamo agli Warriors. Non bisogna farsi ingannare dai risultati contro i Lakers, perché non è necessario. Parliamo anche qui di una sconfitta in back – to – back dopo una mostruosa prova contro OKC da 51% dal campo e 46% da tre. Il tiro da tre non entra sempre, e il 15% contro coach Walton parla da sé. E Steph chiude dopo 157 partite senza una tripla a referto, con 0/10. Però ha fatto alcune cose fondamentali rispetto all’anno scorso: è tornato a giocare in area e a distribuire assist (11 ieri) e questo è mancato l’anno scorso. Se di Draymond Green non vale la pena di parlare perché è sempre lui (e l’esperienza olimpica gli ha fatto un gran bene per dimenticare i playoff e l’estate sopra le righe), vale invece soffermarsi su Durant e Klay Thompson. Il primo è diventato a tutti gli effetti il capocannoniere di questi Warriors, e coach Kerr lo lascia fare perché sa che è quello con più senso del canestro tra i Fantastici Quattro di Oakland, e questo permette a Green di prendere più rimbalzi (dai 9.5 dell’anno scorso ai 10.5 di queste prime gare e dai 14 punti della passata RS ai 10.5 di questo inizio) e a Steph di fare più Steph senza forzare (dai 30 punti della scorsa siamo a 23), anche e dovrebbe aumentare di più i passaggi. Ma Klay Thompson sta attraversando un periodo abbastanza negativo: dopo la sconfitta di gara 7, anche le Olimpiadi non sono andate come dovevano (a livello personale ovviamente, con 42% dal campo e 32 da tre a 9.9 punti) e il 14.9% da tre di questo inizio RS (ieri contro LA 1/7) inizia a far preoccupare. La firma di KD sta incidendo, forse, a livello mentale come un freno: da secondo violino del team si è ritrovato di botto ad essere l’ultimo dei quattro, con l’ascesa di Green e la sopracitata firma. Gli Splash Brother, praticamente, non si sono fatti vedere e difficilmente li rivedremo, proprio peri  motivi di cui sopra. Se sarà un bene o un male, non starà a noi dirlo ma al campo. Intanto questi Warriors possono aver trovato una formula vincente: centellinare le energie. Inutile nasconderci che vogliano il titolo, ma per farlo devono saper fare quello che non fecero l’anno scorso, ovvero arrivare stanchi morti all’inizio dei playoff. E, intanto, approfittare di una panchina impoverita ma non per questo meno interessante. Se Zaza Pachulia sembra essere entrato nello spirito Warriors in buona parte, David West fatica e JaVale McGee non ha ancora abbastanza fiducia per tornare il giocatore che era ai Nuggets, meritando forse un po’ di tempo in campo per tornare a prendere il ritmo. Ian Clarck è una promessa: un sesto uomo che non sarà Barbosa ma può crescere e fare il suo.

Creare la chimica sarà fondamentale per entrambi questi team: non dobbiamo preoccuparci per le loro devastanti sconfitte, perché gli Warriors promettono di vincere e Westbrook promette vendetta per quel luglio del 2016, che sembra quanto mai lontano nel tempo per l’impatto che ha causato su Thunder e Warriors, squadre chiamate a continuare nella loro routine come niente fosse in questa NBA in preda al cambiamento.