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Donovan e il sistema “energetico” di GS – I fattori di una delle serie più belle

Tattica e aggressività, onore a OKC

Il piano partita di coach Donovan ha dato dinamismo, ritmo, sicurezza e aggressività ad una squadra che viveva di alti e bassi, e ha messo all’angolo la squadra con il miglior record di sempre in Regular Season.

La più grande scommessa è stata il quintetto pesante con Adams – una delle belle sorprese di questi Playoffs – e Ibaka ad inseguire i Warriors sul perimetro; il risultato è stato un dominio completo dei tabelloni sia difensivamente (6 stoppate a partita e appena più del 50% al tiro concesso sotto canestro), sia offensivamente: mediamente un terzo delle conclusioni realizzate nel pitturato e 48 rimbalzi di media, di cui 12 offensivi che hanno fruttato 16 punti a partita.

La chiave del momentaneo successo per 3-1 targato Oklahoma è stata però l’aggressività; in alcuni frangenti della partita i ruoli tra le squadre sembravano essersi invertiti, con i Thunder a dettare il ritmo e Golden State ad inseguire. Nella serie la squadra di Donovan ha tirato 619 volte dal campo, ben più di Curry e compagni, è si è dimostrata aggressiva sopratutto nello spingere il contropiede e attaccare il canestro per guadagnarsi un giro in lunetta (nella Serie questo aspetto è stato determinante nell’economia di alcune partite). Oppure aggressiva difensivamente su Curry, poiché i Thunder sono stati i primi a mettere in difficoltà l’MVP, aumentando i contatti fisici e cambiando difensivamente, accoppiando Curry col pivot per impedirgli il tiro da fuori e invitarlo ad entrare per una comoda penetrazione.

Una menzione la merita anche Roberson che, oltre ad un significativo supporto in fase difensiva e a rimbalzo (7.4 rimbalzi di media in queste Finali di Western Conference), si è ritagliato con il passare delle gare anche un ruolo in primo piano in attacco, punendo la difesa dal perimetro (44% dalla lunga distanza) e anticipando le rotazioni dei Warriors con dei bei tagli per punti facili.

A pescare Roberson, ma non solo lui, sono stati Durant e Westbrook, anima e motore di questa squadra. I due talenti di OKC hanno spinto il contropiede, rubato palloni in difesa e segnato per 7 gare intere, arrivando ad un passo dalle finali. 30 punti con 9 liberi guadagnati a partita di cui il 92% a segno e una difesa fantastica per il primo mentre 11 assist a partita con 5 doppie-doppie e una tripla doppia nella serie per Westbrook. Il loro 40% al tiro complessivo è un alibi troppo comodo per giustificare l’eliminazione dalla Post-Season.

Il sistema “energetico” di Golden State

Gli accorgimenti tattici di Donovan e l’intensità difensiva dei suoi ragazzi hanno messo i bastoni fra le ruote al carro armato rappresentato dai campioni in carica. Green era troppo impegnato nel suo tiro al bersaglio su Adams per giocare a pallacanestro e, insieme a Golden State, anche l’MVP unanime tornava di colpo umano; i tiri di Curry sembravano tutti forzati e le sue penetrazioni contro i lunghi dei Thunder erano inefficaci. Tutta l’energia e l’inerzia era passata dalla parte di OKC e, mentre le percentuali dei Warriors si abbassavano, Durant guidava i suoi ad un non-pronosticabile 3-1.

La svolta arriva però in Gara-5, nella quale la squadra di coach Kerr ritrova pubblico amico, circolazione di palla e tutti quegli automatismi che sembravano essere saltati. Poi si riaccende anche Steph Curry e la macchina perfetta riprende a funzionare. Iguodala, come l’anno scorso, è una pedina importante in Gara-6: nel finale è grazie a lui e alla sua difesa chiave negli ultimi minuti del quarto quarto che Golden State porta a casa la vittoria e allunga la Serie, evitando un’eliminazione che avrebbe avuto del clamoroso. L’ultimo atto è il riassunto della Serie: i Thunder controllano per 30 minuti ma Curry e il tiro dall’arco (17 triple a segno per i Warriors, su 37 tentativi) spostano l’inerzia dell’incontro e portano le Finali NBA per il secondo anno consecutivo nella baia. Infortunio o no si è visto come Steph sia in difficoltà se la squadra non giri, ma d’altro canto è evidente come tutti e tre i finali degli ultimi incontri portino la firma del numero 30.

Per quanto Curry sia stato il leader nei momenti decisivi, il miglior giocatore della Serie – per Golden State – è sicuramente Klay Thompson: basterebbe il miracolo sportivo-balistico con cui ha regalato la vittoria in Gara-6 ai Warriors a spiegare il perché, ma non va dimenticato che lungo tutte queste Finali di Conference, Thompson ha messo in fila ottime prestazioni e, quando l’altro splash-brother litigava con il canestro, è stato lui a caricarsi la squadra sulle spalle in fase offensiva.