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Cinque statistiche interessanti del primo mese di NBA

Il primo mese di regular season NBA ha già fornito diversi spunti interessanti. Non solo la conferma delle due finaliste della passata stagione, che guidano le classifiche delle rispettive Conference. Si può notare, per esempio, la rinascita di una Eastern che vede al momento fuori dalla zona Playoffs tre squadre con un record uguale o superiore al 50%, mentre nella Western al momento si qualificherebbero alla post-season Suns e Clippers con 7 vinte e 8 perse. I Clippers (7-8), assieme ai Rockets (5-10) e ai Pelicans (4-11), sono una delle maggiori delusioni dell’inizio di stagione. Nella Eastern, invece, ad aver iniziato col piede sbagliato rispetto alle attese sono stati soprattutto Wizards (6-6) e Bucks (6-9). Non sono una sorpresa i Jazz (7-7), che avevano avuto un record di tutto rispetto dopo l’All-Star Game 2015, così come non dovrebbero esserlo i Pacers (9-5), considerando il rientro di Paul George.

IL RECORD DEI GOLDEN STATE WARRIORS

16-0, nessuna squadra era mai partita così bene nella storia della NBA. Golden State sembra essere la prima squadra realmente in grado di insidiare quel 72-10 fatto registrare dai Chicago Bulls di Michael Jordan nella stagione 1995/1996. Anche arrivare a 70 vittorie, di per sé, potrebbe essere un traguardo ambito: nessuna squadra, a parte quei Bulls, ce l’ha mai fatta. Dietro al 72-10 della ’95/’96, troviamo un 69-13 condiviso dai Lakers ’71/’72 e dai Bulls ’96/’97. Alle loro spalle, 68-13 per i Sixers ’66/’67 e 68-14 per i Celtics ’72/’73, che sono l’unica squadra di questa Top 5 a non aver poi vinto il titolo al termine della stagione. I Golden State Warriors hanno nel mirino anche il record di vittorie consecutive, per quanto la strada sia ancora lunghissima: 33, conseguito dai Lakers ’71/’72. Ma, anche se non dovessero riuscirci, le speranze di una stagione da almeno 70 vittorie resterebbero assolutamente vive: i Bulls ’95/’96, nella loro stagione magica, non vinsero mai più di 18 partite in fila.

Andando ad analizzare le chiavi del successo di questi Warriors, è impossibile non partire da Steph Curry. Il numero 30 guida per distacco la classifica marcatori della lega: 32.1 punti a partita, davanti a James Harden che ne segna 28.7. In questa stagione, Curry ha segnato 30 o più punti nel 56.25% delle partite disputate. Il season high, ad oggi, resta quello della terza gara stagionale: 53 punti, con 17/27 dal campo e 8/14 da tre, in faccia ai Pelicans. Golden State è la miglior squadra per percentuale dal campo (48.7%), per assist (29.6 di media), per punti (114.3), per punti ogni 100 possessi (112.1) e per percentuale di canestri assistiti (69.8%). Ma non è solo l’attacco a girare: le avversarie di Golden State tirano con il 42.3% dal campo (quarto peggior dato) e soprattutto con il 28.7% dall’arco (peggior dato). E il quintetto che domina è sempre quello che ha cambiato la storia delle Finals 2015: Curry, Thompson, Iguodala, Barnes e Draymond Green. Nei 62 minuti in cui sono stati schierati assieme, hanno prodotto 157.8 punti ogni 100 possessi (offensive rating) concedendone solo 86.7 (defensive rating), per un net rating di +71.1. Per darvi una misura, tra i quintetti schierati per almeno 50 minuti in stagione, il secondo miglior dato nella classifica del net rating è il +35.3 fatto registrare da Dragic-Wade-Winslow-Deng-Whiteside, mentre al secondo posto nell’offensive rating troviamo Dellavedova-Smith-LeBron-Love-Thompson con 134.

LE PERCENTUALI DI DIRK NOWITZKI

Anche i più accaniti tifosi del tedesco erano rimasti un po’ allarmati dinanzi alle sue prestazioni nei Playoffs 2015 e soprattutto ad Eurobasket. Niente di più sbagliato. Never underestimate the heart of a champion, come diceva Rudy Tomjanovich. Dallas è uscita indebolita dalla questione DeAndre Jordan e Dirk si è trovato all’improvviso con il rischio concreto di dover trascorrere le sue ultime stagioni in NBA nell’anonimato. I Mavs, oltretutto, iniziavano la stagione senza l’infortunato Parsons e con Wes Matthews a mezzo servizio. Per questo avevano bisogno, forse anche più che in passato, che il loro leader mostrasse la via. E Dirk l’ha fatto egregiamente, ritagliandosi un ruolo se vogliamo persino diverso rispetto a quello della stagione 2014/2015, ma ancora più di impatto. Se escludiamo la sua stagione da rookie, in cui giocava poco più di 20 minuti, non aveva mai tirato così poco in carriera (12.5 tentativi per gara). Quella che è cambiata in positivo, però, è la qualità dei suoi tiri.

Un Nowitzki che forza meno, naturalmente, è un Nowitzki che spreca meno energie. L’isolamento in post, il suo marchio di fabbrica negli anni migliori, non è più la soluzione principale del tedesco, anche se rimane tremendamente efficace (20/35 nei fade-away fino ad ora). Il numero 41 dei Mavs aspetta che la palla arrivi da lui per un tiro pulito. Un dato significativo: nella stagione 2013/2014, solo il 64% dei suoi canestri da fuori era assistito. Percentuale salita al 76% nell’annata successiva e addirittura all’81% in quella in corso. In pratica, Nowitzki non funge più da accentratore dell’attacco, o quantomeno non nella maniera tradizionale. I suoi movimenti offensivi non sono più finalizzati soltanto a prendere posizione spalle a canestro, ma anche e soprattutto ad aprirsi per creare spazio e un’alternativa di scarico ai compagni. Le sue percentuali di tiro ne hanno beneficiato: 52.7% dal campo (99/188), 51% da tre (26/51). Chi aveva dato per morti lui e i Mavericks (9-7), si sbagliava di grosso.

La shot chart di Dirk Nowitzki
La shot chart di Dirk Nowitzki

POTERE A GINOBILI

Ecco, se tra la primavera e l’estate erano stati avanzati i primi dubbi circa l’efficacia di Nowitzki a 37 anni, Ginobili era da almeno un paio d’anni sotto osservazione. Tanto che, dopo i Playoffs 2015, si facevano insistenti le voci di un imminente ritiro. Di nuovo, niente di più sbagliato. Manu ha scelto di proseguire e si è presentato alla stagione 2015/2016 in una forma smagliante, tanto da risultare l’uomo chiave del successo iniziale dei San Antonio Spurs (12-3). Certo, le statistiche individuali destano già di per sé un’ottima impressione: l’argentino segna 11.4 punti di media in appena 21.3 minuti di utilizzo e tira da tre con il 36.7%, miglior percentuale personale addirittura dalla stagione 2011/2012.

Ma è, soprattutto, quando si va a valutare il suo impatto sulla squadra che si capisce come Ginobili sia ancora una pedina fondamentale nello scacchiere di Popovich: i quintetti Spurs più efficaci in queste prime 15 partite di regular season prevedono il numero 20 sul parquet. Il quintetto titolare (Parker-Green-Leonard-Aldridge-Duncan), schierato per 181 minuti, ha appena +2 di net rating. La prima alternativa (Parker-Green-Leonard-West-Duncan, 49 minuti) scende addirittura in negativo: -1.2. Con Manu in campo, il cambio di marcia è immediatamente ravvisabile: +23.1 di net rating per Mills-Ginobili-Leonard-Aldridge-Diaw, +31.6 (con 130.5 di offensive rating) per Parker-Ginobili-Leonard-Aldridge-Duncan e +16.5 per Mills-Ginobili-Butler-West-Diaw, che è anche il secondo miglior quintetto difensivo degli Spurs fino ad ora alle spalle di Parker-Green-Anderson-Aldridge-Duncan. Se il trend di questo primo mese dovesse confermarsi, difficilmente Popovich rinuncerà a Manu nei possessi in cui si deciderà la stagione.

CIRCOLAZIONE DI PALLA E CATCH AND SHOOT

Per fortuna, i gusti personali differiscono da individuo ad individuo. Perciò, per ogni persona che del basket ama tattica e playbook, ci sarà chi invece cerca l’estro individuale e la gioca spettacolare. Detto questo, è difficile negare che il concetto di squadra vera e propria possa essere rappresentato mediante la misurazione di quanto la palla circoli e di quanto tutti gli uomini in campo siano coinvolti nella macchina offensiva. E, da questo punto di vista, le statistiche promuovono le stesse squadre che erano salite alla ribalta un anno fa. Hawks e Warriors, rispettivamente con 322.9 e 321.5 passaggi a partita, si posizionano poco fuori dalla Top 5. La classifica è comandata sempre da loro, i San Antonio Spurs, con 353.9. E le tre squadre appena citate sono anche quelle che vincono la classifica degli assist nel primo mese: 29.6 per Golden State, 25.5 per Atlanta e 25.1 per San Antonio. Per gli Spurs si tratta comunque di un risultato da tenere in considerazione: riuscire a non perdere la propria essenza nonostante l’aggiunta di un giocatore potenzialmente ingombrante in attacco come Aldridge, non è un traguardo ─ considerando anche la velocità con cui è stato raggiunto ─ da sottovalutare.

Una statistica interessante, su questo versante, è quella del numero di Secondary Assist, ovvero del passaggio decisivo che viene effettuato per chi poi realizza effettivamente l’assist. Perché conti l’assist secondario, il giocatore che consegna l’assist al realizzatore deve tenere palla per meno di 4 secondi ed effettuare massimo un palleggio. Certo, i criteri sono abbastanza elastici, ma nella maggior parte dei casi la presenza di un Secondary Assist può indicare una circolazione di palla rapida ed efficace in quel dato possesso. E, anche in questo caso, guida la classifica Golden State con 9.6, davanti a San Antonio (7.7) e Atlanta (7.6). Sistemi di questo tipo permettono la proliferazione del catch and shoot, ovvero una conclusione che viene presa da più di 3m senza che il tiratore abbia palleggiato dopo la ricezione ed entro due secondi da essa. Golden State ne tenta 28.6 a partita, prima in NBA davanti ad Atlanta (28.4), Dallas (28.3) e San Antonio (27.9).

QUESTIONE DI VELOCITÀ

Per concludere la nostra panoramica statistica su questo primo mese di regular season, concentriamoci sulla velocità. Chi è il giocatore che si muove più velocemente sul campo? La risposta non può del tutto sorprendere: la scheggia australiana dei San Antonio Spurs, Patty Mills, fa registrare una media di 7.7km/h per ogni suo movimento sul campo. Non si parla, lo specifichiamo, di velocità dello scatto, ma di una registrazione che NBA.com fornisce sui movimenti compiuti da un dato giocatore. Per questo favorisce chi si muove lontano dalla palla o chi tende ad accelerare ad ogni azione, piuttosto che chi si ritrova a gestire spesso il possesso. È il motivo per cui Westbrook risulta leggermente penalizzato: solo 6.5km/h, dato fortemente condizionato da una velocità media nei movimenti difensivi di appena 5.7km/h.

Westbrook, non sorprenderà, guida la classifica del Time of possession, ovvero il tempo in cui la palla sta nelle mani di un giocatore durante la partita. In media, il playmaker dei Thunder si ritrova ogni notte in possesso della palla per circa 8.4 minuti. Solitamente, la tiene per 5.5 secondi consecutivi, facendo registrare in quel tempo 5.7 palleggi. Comunque, tra i giocatori con minutaggio consistente, due playmaker hanno dati superiori ai suoi in questi campi: Reggie Jackson, punzecchiato anche dal suo allenatore Van Gundy per la sua abitudine a rallentare troppo i possessi, guida entrambe le classifiche con 5.8 secondi e 6.1 palleggi. Alle sue spalle, Ricky Rubio: 5.5 secondi e 5.8 palleggi. Il playmaker che tocca più palloni resta comunque Rajon Rondo, con una media di 101.6 per gara. A differenza dei sopracitati, però, la tiene solo per 4.5 secondi consecutivi ed è per distacco primo nella classifica dei passaggi, con 79.4 a partita (10.9 dei quali diventano assist). Al secondo posto, Deron Williams con 71.5. In relazione al numero dei passaggi (57.2), Westbrook resta uno dei migliori assistmen: il 18% dei suoi passaggi si tramuta in un assist, contro il 13.8% di Rondo.