Dalle divise a maniche corte per Warriors e Clippers a Drake come ambasciatore dei Raptors: la NBA rischia di perdere l’identità?

Forse stiamo andando leggermente oltre il limite. Attenzione, la mia non è una critica alla NBA, ad alcune franchigie e ai loro sponsor tecnici ma solo un ragionamento, un personalissimo ragionamento, sul fatto che la National Basketball Association può aver perso di vista il confine tra il sapersi vendere bene e lo svendersi.

Andiamo per gradi e partiamo dal merchandising. La NBA non è mai stata la lega professionistica più seguita d’America, la NFL continua a farla da padrona e solo molto recentemente la MLB ha iniziato perdere qualche colpo in confronto alla lega cestistica, la NFL infatti ha più storia e più fascino del basket agli occhi di un americano, la MLB avrebbe ancora più tradizione ma i recenti scandali legati al doping hanno smorzato la passione del pubblico made in USA per lo sport che più di tutti lo rappresenta. Come ha fatto quindi la NBA anche solo ad avvicinarsi a queste due leghe? Ovviamente con il pubblico globale, il basket è molto più seguito a livello mondiale rispetto al baseball e al football e la stessa cosa vale per il merchandising, la quasi totalità delle divise da gioco legate al mondo della NFL e della MLB infatti sono vendute negli USA mentre il merchandising NBA spopola anche in tutta Europa e in Asia, soprattutto le tanto amate canotte da gioco. Esatto, ho detto canotte, non maglie a maniche corte da gioco, come quelle appena create per i Warriors e i Clippers (foto sotto).

Warriors-Clippers

Può sembrare un discorso inutile quello che sto facendo, anche un po’ nostalgico, ma il tema di fondo è molto importante. Come sapete da qualche anno l’Adidas ha l’esclusiva sul materiale tecnico di tutte le franchigie NBA e dell’All-Star Game quindi è libera di fare come vuole per quanto riguarda le scelte di mercato ma la NBA deve ovviamente monitorare tutto ciò perché la sua immagine ne risente in prima persona, ecco perché la scelta della maglietta a maniche corte per i Clippers e per i Warriors mi pare una scelta abbastanza scellerata. La famigerata maglia a maniche corte aveva già debuttato in NCAA e per quell’ambiente poteva andare anche bene dato che sono molti i giocatori a usare delle t-shirt sotto le canotte ma quando il colosso tedesco ha provato a lanciare questo prodotto in NBA con la divisa gialla dei Warriors non ha trovato altro che insulti e prese in giro da parte dei tifosi di tutto il mondo, per questo credevo che l’Adidas avesse capito la lezione ma a quanto pare le opinioni dei fan non hanno avuto molto peso. Ma come mai? La NBA è la lega americana più attenta all’interazione con i fan tanto che ormai sono questi ultimi a prendere decisioni importanti come il vincitore della gara delle schiacciate, per questo mi ha lasciato molto perplesso il fatto che abbia acconsentito alla produzione di queste magliette. Intendiamoci, approvo al massimo la scelta dello stile e dei colori di quella dei Clippers che riprendono quelli dei Buffalo Braves e dei San Diego Clippers, ovvero le origini della franchigia, ma non mi capacito comunque della scelta delle maniche corte dopo le critiche ricevuto da quella gialla dei Warriors. L’Adidas ha davvero un contratto tale da permetterle di fare quello che vuole senza che la NBA possa dire nulla? Oppure la NBA, così come Adidas, crede davvero nelle maglie a manica corta e semplicemente non dà peso alle parole dei fan? O peggio ancora sia NBA che Adidas hanno pensato di continuare il discorso delle maglie a manica corta perché è qualcosa che, nel bene o nel male, fa notizia? Spero, e non credo, che sia così. I Clippers useranno questa maglia tecnicamente discutibile ma artisticamente ottima in ogni gara casalinga giocata di domenica (non chiedetemi il motivo) e anche in questo caso sarà il pubblico insieme agli indici di vendita a dirci se sarà stata una buona scelta o meno.

Il secondo punto di cui volevo parlare riguarda i simboli, le immagini di alcune franchigie NBA, in particolar modo volevo parlare del fatto che i Toronto Raptors abbiano appena nominato il rapper Drake come loro ambasciatore mondiale (foto sotto alla presentazione dell’All-Star Game 2016 a Toronto).

Drake Toronto

Il mondo del rap e quello del basket sono sempre stati legati quindi sono solamente contento che i Raptors abbiano fatto questa scelta ma penso che parte di questa decisione derivi dal successo che ha avuto il legame tra Brooklyn Nets e Jay-Z, ora già in dirittura d’arrivo dato che il rapper di New York ha deciso di aprire un’agenzia per la rappresentanza di atleti professionisti, attività che non gli consente di compartecipare alla proprietà di una franchigia. La mia critica sta nel fatto che Jay-Z si è impegnato a lungo per la causa dei Nets investendo tempo, denaro e idee nel progetto di portare la squadra a Brooklyn mentre Drake è sì un ragazzo originario di Toronto ma non ha mai dimostrato particolare affetto per i Raptors tanto che quando lo si vedeva a bordo campo era quasi sempre a Miami per seguire il suo grande amico LeBron James, inoltre non mi pare che Drake abbia mai menzionato nelle sue canzoni i Raptors, e lo dico da ascoltatore di Drake. A me l’idea pare chiara: usare un simbolo cittadino, anche se non molto legato alla squadra, per riempire il palazzetto (per i Nets la presenza di Jay-Z e Beyoncè è stata fondamentale al botteghino) e per far andare sulle prime pagine dei giornali una franchigia di cui si parla poco, pochissimo, e spesso non in maniera troppo positiva. Ma tutto ciò è davvero così utile? Parliamoci chiaro, non conosco ovviamente Drake di persona e può darsi che sia un super fan dei Raptors ma il fatto che preferisca vedere dal vivo altre squadre è abbastanza esplicativo, il fatto che sia di Toronto non lo rende un grande fan dei Raptors, d’altronde anche Jack Nicholson è del New Jersey ma è con tutta probabilità il più grande fan dei Lakers sul pianeta.

Per chiudere voglio ribadire che la mia non è una sterile polemica a questa ondata di novità legata alla NBA, la mia è una riflessione sul fatto che la NBA ha sempre cercato di farsi pubblicità anche per fatti esterni al parquet e lo ha sempre fatto benissimo, con raziocinio, misura e classe ma ora sta rischiando di svendersi, sta rischiando di diventare uno spettacolo di contorno al più centrale mondo delle superstar. Alla gente interessa di più sapere del matrimonio di LeBron James che di come ha giocato l’ultima partita, interessa di più la maglia dei Clippers rispetto al loro sistema di gioco, interessa di più vedere Jay-Z a bordo campo che la partita stessa e non provate a dire che non è vero perché se questo articolo si fosse intitolato “analisi tecnica degli schemi difensivi degli Indiana Pacers” molti di voi non lo avrebbero mai letto. Forse mi sbaglio, anzi quasi sicuramente, ma spero davvero che la NBA, dopo tanti anni di fantastico spettacolo legato strettamente al gioco del basket, non sia arrivata a questo, insomma per parafrasare il già citato Drake: “Started from the bottom, now we’re here”.