Damian Lillard Inside: dalla sconosciuta Weber State University a Franchise Player di Portland. Il percorso del giovane talento di Oakland

Weber State University. Di sicuro non la vostra Kansas, Kentucky come blasone universitario. Dal nome pressoché sconosciuto, questa università pubblica è situata a Ogden, capoluogo della Contea di Weber, tra le montagne dello Utah, dove Dio, sì, c’è passato, ma forse in maniera che potremmo definire distratta. Paesaggio tipicamente invernale, tanta neve, tanto freddo, soprattutto per chi nasce ad Oakland, California, dove a pochi miglia di distanza c’è forse la baia più bella dell’orbe terracqueo. Non sono poche, invece, le miglia (764) che dividono la suddetta Oakland da Ogden ma le distanze, come molte altre cose, diventano estremamente relative e marginali in un contesto dove la forza di volontà, l’etica lavorativa e il talento fanno da padroni.

Esattamente 24 anni fa, ad Oakland, nasceva un californiano, cristiano, come si può notare dal vistoso tatuaggio sul braccio, con una grande vocazione per la palla a spicchi. Il ragazzo, che risponde al nome di Damian Lillard fino al 2007 ha frequentato la Oakland High School allenata da Orlando Watkins venendo nominato nel First Team All-League nei suoi anni da junior e senior tenendo medie vicine ai 30 punti con un massimo realizzativo di 45. Nonostante il rendimento, Lillard, non era considerato tra i migliori talenti del Paese tanto da venir snobbato dalle grandi università ed ecco la proposta di Weber State. Le grandi università lo ignorano ed è forse da questi tanti rifiuti che si sviluppa mentalmente e cestisticamente un giocatore che diviene completamente devoto verso la pallacanestro, applicandosi minuziosamente  allo  studio del gioco ogni giorno in palestra, al singolo particolare che nel dettaglio cura.

Arriva al piano di sopra durante il Draft del 2012, con la sesta scelta. A sceglierli sono i Portland Trailblazers, squadra che in quell’anno può vantare una situazione e un assetto societario che è perfetto per il nostro Damian. Dopo le cifre eccellenti all’università cattolica di WSU, dove in 4 anni mantiene una media di  18.6 punti a partita, con l’aggiunta di 4.3 rimbalzi e 3.5 assist ad allacciata di scarpette, Lillard arriva nella NBA nelle condizioni perfette per il suo stile di gioco e per le sue caratteristiche. Ricordate quel tatuaggio di cui parlavamo prima? Possiamo considerarlo il primo messaggio, il primo avvertimento che Damian dà ai suoi avversari. È il salmo 37 che recita “Non adirarti a causa dei malvagi, loro moriranno”. Il tutto va tradotto con uno dei più classici “Se si comportano male, faranno una brutta fine!”. La crescita e il primo anno di Damian Lillard viene accompagnato da cifre da urlo per un rookie: 19 punti e 6.5 assist per gara. Cifre che portano e conducono il californiano verso un’unica meta: il titolo di Rookie of the Year. Il ragazzo ha un impatto non indifferente, anche se la squadra non lo supporta dal punto di vista tecnico. La rivoluzione in atto a Portland prevedeva una stagione disastrosa come la prima tra i professionisti di Lillard ma è fondamentalmente uno dei motivi secondo i quali Damian raggiunge un posizione in NBA già altissima. Le sue giocate fanno girare molte teste, tra cui quelle di persone del calibro di Doc Rivers, che dirà molto bene di lui su entrambi i lati del campo, e di CP3, il quale riconosce il talento e la forza di Lillard e si lascerà andare a dichiarazioni del tipo “Non ha paura di nulla, è un tesoro per Portland”. Parole molto più romantiche le ha spese per lui il suo allenatore alla Weber State University, coach Randy Rahe, praticamente innamorato del suo ex playmaker. Preferisce muoversi nell’ombra e non far capire al proprio avversario cosa farà.

La sfrontatezza e la forza di volontà del talento di Oakland si unisce perfettamente ad un carattere basato sul sacrificio e sull’umiltà, due concetti fondamentali per sfondare a questi livelli. SACRIFICI TANTI ma ora LIMITI ZERO. Dopo il titolo di miglior Rookie dell’anno, Damian sta vivendo una stagione fantastica, così come i suoi sorprendenti Trailblazers. Dopo un inizio praticamente perfetto, Portland, con la premiata ditta Lillard-Aldridge, con l’aggiunta dell’asso nella manica Wesley Matthews, raggiunge la vetta della Western Conference prima di iniziare un calo più che fisiologico. Quinta attualmente nella Conference più difficile, Portland è praticamente ai Playoff e non sarà un’avversaria facile per nessuno, soprattutto al Moda Center. Oltre ai tre giocatori già citati, meritano di essere annoverati come fautori di una grande regular season, per il grande sacrificio, soprattutto difensivo, giocatori come Nicholas Batum che, dopo l’oro agli Europei in Slovenia, non smette di migliorare; lo stesso Lopez, dopo un avvio balbettante tra i professionisti, si sta rivelando una grande colonna difensiva.

La rapidissima crescita di Lillard è testimoniata da un’ulteriore tegola che si è abbattuta sulla franchigia dell’Oregon: il 12 Marzo all’AT&T Center di San Antonio, Texas, il centro LaMarcus Aldridge, 2 volte All Star negli ultimi 2 anni, dopo un solito semigancio, frana su Aron Baynes e cade in maniera più che scomposta sul parquet. L’impatto, durissimo, si rivela fatale per Aldridge che è costretto ad abbandonare il campo. L’allarme e la preoccupazione sono alle stelle visto e considerato l’intervento che il centro ha subito alla fine 2011-2012 al labbro acetabolare dell’anca destra. Aldridge esce in lacrime dal palazzo e Portland sembra essere smarrita senza il proprio centro. Almeno sulla carta. Perché non hanno fatto i conti ancora con il ragazzo che viene dalla sconosciuta Weber State, nello Utah. Da quando Aldridge è fermo ai box, Lillard sta dimostrando di essere pronto per affermarsi come leader silenzioso ma sempre efficace in una franchigia che sta facendo molto bene. Paragonando le cifre tra primo e secondo anno, balzano agli occhi due cose: sono diminuiti gli assist per gara, passando da 6.5 a 5.6, mentre i punti sono aumentati, da 19.0 a 21.2. Ma dove non arrivano le statistiche, dove il regno dei numeri deve inesorabilmente inchinarsi è dinanzi alle cose che Lillard compie nei momenti decisivi di un quarto, di una partita, di una stagione.

Sono 3 le chiavi di lettura per comprendere al meglio l’evoluzione in crescendo del talento di Oakland: la prima, la sua media e le sue percentuali spaventose all’interno degli overtime, dove letteralmente si decide e si vince una partita; collegata a questo aspetto c’è la seconda chiave di lettura. In gergo la si definisce come la POISE, la calma e la compostezza, l’equilibrio e l’apparente esperienza da veterano che Lillard mette a disposzone della squadra e dei compagni; last but not least, anzi, tutt’altro, è il livello di consapevolezza nei suoi mezzi, dal quale scaturisce una voglia di assumersi resposabilità maggiori, soprattutto nei momenti di difficoltà. La forza, il coraggio, uniti al talento indiscutibile, danno di Lillard un giocatore che sta letteralmente facendo girare la testa a chiunque. Da quando un giocatore come Aldridge ha lasciato il campo, Portland vanta un record di 7-2. Il merito è di chi sa gestire alla grande le responsabilità che si sono aggiunte. Il tragitto da Okland a Ogden è lungo, come lungo è quello da Ogden a Portland. Ma il passo dal NULLA al TOP, da una posizione di sconosciuto a franchise player è breve, tanto breve da far capire che con il lavoro meticoloso e con la voglia di fare, NULLA è impossibile. Siamo sempre lì, è importante ricordarlo: WHERE AMAZING HAPPENS.