Derek Fisher a New York. I pro e i contro della scelta di Phil Jackson

È delle ultime ore la notizia che Derek Fisher sarà il prossimo allenatore dei New York Knicks. Solo pochi giorni fa, al termine delle Finali della Western Conference l’ex playmaker dei Lakers aveva dato l’annuncio del suo definitivo ritiro e ora, proprio come Jason Kidd l’anno scorso, si ritrova già a sedere su una delle più importanti, e per questo scottanti, panchine della Lega. Andiamo dunque a riflettere su questa decisione del management newyorchese guidato da Phil Jackson e a capire perché “Fish” può essere la persona giusta e perché viceversa sarebbe stato meglio puntare su altre figure.
Perché SI
CONOSCE IL SISTEMA

Phil Jackson stava cercando con grande insistenza un allenatore che conoscesse alla perfezione la Triple Post Offense (il famoso Triangolo, che è ancora oggi alla base di molti giochi offensivi di tante squadre NBA ed europee), e allora chi meglio di Derek Fisher? In precedenza si era fatto il nome di Steve Kerr, poi approdato a Golden State, guarda caso anch’egli playmaker per i Bulls di stampo jacksoniano. Fisher ha avuto la palla in mano per oltre dieci anni a Los Angeles, sa esattamente quali sono i pregi e i difetti di questo tipo di attacco e probabilmente insieme a Scottie Pippen è la persona che più di tutte e meglio di tutte può trasmetterlo ad altri giocatori.

LEADERSHIP

In qualche modo questo punto si collega a quello precedente. Avendo avuto la palla in mano per così tanti anni e avendo guidato innumerevoli squadre vincenti, Derek Fisher ha la personalità adatta per sedersi da subito su una panchina NBA. I giocatori lo conoscono e lo rispettano; non dimentichiamoci che è stato per diversi anni consecutivi il rappresentante sindacale degli atleti stessi, è stato la loro voce durante tutto il periodo del lock out ed è anche grazie a lui se quella situazione di stallo si è sbloccata. All’interno dello spogliatoio dei Lakers post-Shaq era l’unico che potesse rivaleggiare con Kobe per autorità e carisma, dunque non avrà alcun problema a farsi ascoltare anche dalle super star presenti a roster.

SENZA PAURA

La conoscenza del gioco e gli anni passati in diversi contesti, con diverse ambizioni e affrontando praticamente ogni tipo di situazione che si possa riscontrare su un parquet NBA tolgono al “Venerabile Maestro” qualsiasi tipo di paura di provare veramente a cambiare le cose. È pur vero che l’ambiente di New York mette addosso a chiunque una pressione difficilmente spiegabile, ma del resto non è stato così anche negli anni angeleni della sua carriera? Per certi versi la pressione sulla squadra era anche maggiore, mentre ora Fisher arriva in un ambiente demoralizzato e deluso per le ultime annate piene di problemi, che è chiamato a rivoluzionare sia dal punto di vista tecnico-tattico sia dal punto di vista mentale. La sua personalità e la sua profonda relazione con Phil Jackson lo mettono in una posizione privilegiata, e per questo non avrà paura di operare alcune scelte anche dolorose.
Perché NO

MANCANZA DI GAVETTA

Vero che da giocatore Derek Fisher le ha viste tutte, ma il “caso-Kidd” ci ha insegnato in tempi recentissimi quanto sia difficile smettere le scarpe e infilarsi giacca e cravatta per sette giorni alla settimana. Per questo motivo credo che almeno inizialmente l’ex numero 6 dei Thunder possa riscontrare qualche difficoltà soprattutto nei risultati. Consideriamo anche che la NBA lascia pochissimo spazio durante la stagione per allenarsi in modo completo, e Fisher si troverà a dover insegnare uno dei sistemi più complessi della pallacanestro (soprattutto per la quantità e la varietà di opzioni disponibili su un singolo gioco) soltanto durante il training camp. Mi aspetto un inizio di stagione a rilento e nel quale pioveranno critiche sia a lui sia a Phil Jackson: in questo periodo dovrà essere bravo a mantenere la squadra unita e a continuare a credere nel proprio lavoro.

CI SONO I GIOCATORI GIUSTI?

Il Triangolo necessita di un certo tipo di giocatori per essere implementato in modo efficace. Lo ha spiegato in modo molto chiaro lo stesso Phil Jackson nel libro scritto a quattro mani con Charley Rosen “More Than a Game” (“Più di un Gioco”, Baldini e Castoldi): trovare i giocatori giusti e successivamente convincerli che il Sistema li porterà ad essere vincenti è un’operazione che può richiedere diversi anni. Michael Jordan ha dovuto attraversare un percorso pieno di dubbi ed incertezze prima di accettare in modo limpido la Triple Post Offense e diventare il dominatore assoluto che abbiamo conosciuto. I New York Knicks in questo momento hanno potenzialmente la perfetta ala piccola da Triangolo, ovvero Carmelo Anthony. La superstar ex Nuggets infatti possiede le giuste doti di ball handling e il talento necessario in fase offensiva per essere il leader assoluto della squadra e farla girare come dovrebbe in questo sistema, ma per far ciò dovrebbe accettare di segnare magari meno punti ogni sera e mettersi molto di più a servizio dei compagni. Operazione non facile, soprattutto se consideriamo che quest’estate sarà free agent e molte squadre gli stanno già facendo la corte: Fisher dovrà essere abile anche nel convincerlo che il Triangolo potrebbe essere la svolta della sua carriera, come lo è stato per MJ e successivamente per Kobe. Melo però sembra essere l’unico giocatore adatto al nuovo Sistema. Se scorriamo il roster troviamo tutti atleti dalle grandi individualità (Stoudemire, Felton, JR Smith per dirne tre su tutti) francamente difficili da mettere insieme in un così complesso sistema d’attacco, che come ogni buon sistema offensivo parte soprattutto dalla fase difensiva, altra caratteristica non proprio nelle corde di tutti i Knicks. La strada da compiere si presenta già ai nastri di partenza oltremodo lunga ed impervia.

TROVARE IL “GIUSTO MEZZO”

Fare l’allenatore in una Lega di sport americano, oggi più che mai, significa saper mediare tra varie istanze. Ci sono i giocatori, c’è il lato strettamente tecnico, ci sono i rapporti con il management, c’è la stampa e tutta un’innumerevole lista di cose alle quali un coach deve far fronte. Un ottimo articolo di Chris Ryan su Grantland qualche mese fa e il film “Money Ball”, anche se quest’ultimo in uno sport diverso come il baseball, ci hanno dimostrato come ormai le Leghe di sport professionistico negli USA stiano dando sempre più importanza ai General Manager rispetto agli allenatori, che devono possedere una grande esperienza per riuscire a far fronte a decisioni che molto spesso cadono dall’alto. O forse devono possederne pochissima, e allora si spiegherebbe anche in questo modo la scelta di Fisher. Mi spiego meglio: un allenatore di grande esperienza tende ad accettare meno una decisione imposta soltanto dal management, senza prevedere un suo commento a riguardo: sbatterà i pugni sul tavolo e potrebbe portare negatività all’interno dell’ambiente. Un tecnico alla prima esperienza sulla panchina invece potrebbe essere più facilmente “manovrabile” (passatemi il termine) o comunque indirizzabile verso alcune decisioni piuttosto che altre. Fisher da una parte, come già spiegato, possiede la personalità per far fronte a queste situazioni con diplomazia, ma i segreti dei front office NBA sono oscuri per tanti, e “Fish” dovrà saper nuotare in un mare pieno di squali.