Dopo la grande stagione Golden State non deve ripetere gli errori dei Sixers 2012

26 maggio 2012. I Celtics battono i Philadelphia 76ers, ispiratissimi, dopo sette estenuanti gare. 17 maggio 2013. I San Antonio Spurs battono i Golden State Warriors, ispiratissimi, dopo sei estenuanti gare. E che c’entrano i Golden State Warriors del 2013 e i Philadelphia 76ers del 2012? Potete anche non crederci, ma queste due squadre sono fin troppo simili, e i loro cammini fin troppo coincidenti, per non pensare ad alcune cose.

I GUERRIERI – Golden State, nonostante l’uscita (anche un po’ sfortunata), non può non essere ricordata per il cammino, tecnico e di squadra, compiuto con coach Mark Jackson, destinato a continuare radioso. Partiti con l’obiettivo chiaro di arrivare ai playoff, non hanno deluso le aspettative, andando anzi oltre. Jackson è riuscito a rendere un gruppo di giovani una truppa addestrata a vincere, grazie soprattutto alla difesa (prima di lui, concetto praticamente assente), ha ritrovato il Bogut che negli ultimi anni a Milwaukee e nel suo primo a Oakland non c’era, ha reso ufficialmente Stephen Curry la stella della squadra, con un supporting cast davvero eccelso, a cominciare da un Harrison Barnes che non sembra neanche un rookie, per costanza e atteggiamento sul campo. Parlare del numero 40 è però riduttivo, perché si rischierebbe di tralasciare l’importante contributo di Jack, Landra, Thompson … Golden State ha battuto Denver con carattere e, almeno fino a gara 4, l’ha fatta sudare agli Spurs. Anche per i grandi meriti che ha avuto in questa evoluzione, il Reverendo Jackson meritava, a mio avviso, il titolo di Coach of The Year (con tutto il rispetto per George Karl).

DOVE SONO I PUNTI COMUNI? – Quali possono essere le coincidenze con Phila versione 2011/2012? Da una stagione senza postseason a quella successiva, dove sono arrivati alla semifinale di conference, e fin qui ci siamo. Sicuramente, senza nulla togliere al grande lavoro e al grande spirito di squadra (ben visibile quando Barnes è caduto a terra in gara 6, senza rialzarsi, circondato da tutto il team), è anche vero che la perdita di un leader come Danilo Gallinari abbia molto agevolato il passaggio del turno per la squadra della Baia. Con Derrick Rose, Chicago avrebbe vinto la serie, mentre la sua assenza … beh, sappiamo com’è andata. Altro punto comune tra le due franchigie è l’età: dei Warriors ho già scritto, mentre i Sixers avevano unito il talento giovane all’esperienza di Iguodala (Brand ha poco inciso in quei playoff) per superare il turno. Entrambe le squadre corrono e difendono, hanno un backcourt giovane e brillante (Curry/Thompson per GSW, Holiday/Turner per PHI), sebbene ambo le guardie siano talentuose ma altalenanti nel rendimento, cambi dei lunghi sotto taglia (Landry, Vucevic), un’ala piccola atletica (Barnes, Iguodala), le chiavi della squadra in mano al play: Holiday e Curry, ormai, hanno già iniziato la loro scala all’élite NBA nel loro ruolo, capaci già di farsi rispettare sul campo, anche dai grandi.

VALIGIE PRONTE – Ci sarebbe un altro fattore in comune tra quei Sixers e gli Warriors appena usciti dai playoff: il sesto uomo capace a volte di togliere le castagne dal fuoco, di segnare nei modi più disparati e di aiutare la squadra a vincere. E come ha fatto Lou Williams, che ha piantato capra e cavoli andando ad Atlanta, anche Jarrett Jack sembra destinato ad andarsene, o almeno a esplorare la free agency. I Warriors hanno fatto al giocatore un’offerta per restare (il loro massimo è un triennale da 18.5 milioni), declinata. La volontà di Stephen Curry è che il 28enne play rimanga a Oakland, ma sicuramente fino a metà di Luglio Jarrett sarà senza contratto. Si vedrà col tempo.

IL DESTINO – Partito Monta Ellis, la squadra poteva solo crescere e lo ha fatto. La sfida più grande sarà ora confermare questo gruppo e arricchirlo, specie la prima è di notevole importanza. Golden State, a luglio, perderà dal libro paga i nomi di cinque giocatori: Andris Biedrins, Jack, Richard Jefferson (non usato molto in questi playoff), Brandon Rush e Carl Landry. Jefferson e Biedrins probabilmente se ne andranno (forse il lituano con meno possibilità di RJ), mentre il dubbio permane su Jack e Landry, che dopo la buona prestazione di questi playoff potrebbero anche pensare di lasciare la squadra per guadagnare più soldi da un’altra parte. Il caso di Rush è più complesso ancora: il giocatore, uno dei più importanti della squadra, ha perso quasi tutta la stagione a causa della rottura del crociato (quest’anno uno dei troppi infortuni che hanno colpito i giocatori NBA) e senza di lui i Warriors sono arrivati dove sono ora. Che fare quindi? Golden State, sicuramente, non avrà le malsane idee di scommettere sulle deboli ginocchia di Bynum come hanno fatto i Sixers; è anche vero che i principali free agent che Phila aveva (Nocioni, Meeks e Williams, guarda caso stessi ruoli di Jefferson, Rush e Jack, con un parallelismo Biedrins/Brand notevole per ruolo e utilizzo del giocatore) erano unrestricted che hanno cambiato sua sponte la maglia (Brand non tanto spontaneamente, ma per amnesty) e che AI9 (esperienza sul campo) e Vucevic (compagine sixeriana di Landry) sono stati ceduti per una scommessa definita fallimentare (parole di Sam Hinkie), ma i giocatori buoni ci sono e non è scontato dire che quelli in oro-bianco-blu non facciano qualche trade. Golden State ha le carte in regola per diventare la nuova Oklahoma City e Mark Jackson è fierissimo di questo gruppo (come ha dichiarato nella conferenza stampa a fine Gara 6, con le lacrime agli occhi), ma deve sapere giocare queste carte nella maniera corretta e, magari, pescare qualche jolly, che non guasta mai.

Photo: thewarriorwire.com