Ecco come i Bulls hanno superato la perdita di Rose, diventando la squadra che nessuno vuole affrontare

Siamo verso la fine del terzo quarto, lo United Center è una bolgia. Il risultato è in bilico, la tensione è alta ed i 22mila tifosi dei Bulls sono tutti in piedi. E’ il 24 di marzo. Si sta svolgendo una delle 82 partite di regular season. Ma a Chicago non esistono incontri normali o notti insignificanti. Quello che i Bulls fanno non è mai casuale. Inoltre, in città ci sono i Pacers e l’obiettivo è quello di vendicare la sconfitta di 12 lunghezze subita solo tre giorni prima. Ovviamente alla fine Chicago vincerà per 89-77 con grande grinta e carattere. Perché citiamo questa partita? Giusto per ricordare il “modus operandi” dei Bulls. “Amiamo lottare – ha dichiarato Taj Gibson – ma soprattutto odiamo vedere qualcuno festeggiare contro di noi. Ricordiamo tutto e serbiamo rancore”. Chicago non dimentica niente: si ricorda di chi dubita di lei e di chi la offende, è una squadra in missione, in costante sfida con se stessa e con gli altri per superare qualsiasi aspettativa e limite. Sta continuando a vincere con la “semplice” forza di volontà: il roster sarà sempre più povero di talento, ma l’identità è intatta. Questo finesettimana i Bulls entreranno nei playoffs come la terza o quarta squadra della Eastern Conference ed un totale di vittorie che si avvicina al 50. Saranno la classica squadra che nessuno vuole mai affrontare.

Prima di tutto, ricapitoliamo cosa hanno perso rispetto all’inizio della stagione:
– Derrick Rose, il loro leader, il giocatore con maggiore talento che ha già vinto un premio di MVP stagionale, messo fuori gioco dall’ennesimo infortunio al ginocchio nel mese di novembre.
– Luol Deng, la loro ala All-Star ed il secondo miglior marcatore della squadra, che hanno scambiato per motivi finanziari.

Nelle rotazioni di Chicago non c’è alcuna superstar tradizionale, nessun eccezionale talento offensivo in grado di trascinare la squadra. Immaginate gli Heat senza Wade e James, o i Thunder senza Durant e Westbrook. State pur certi che non saranno mai una contender, anzi probabilmente non si qualificherebbero nemmeno ai playoffs. L’attacco dei Bulls è il peggiore della lega, con soli 93.8 punti di media segnati. Il loro miglior marcatore con 14.9 punti a partita è D.J. Augustin, uno che Indiana ha ritenuto inutile e che a dicembre è stato tagliato da Toronto. Volete sapere quante squadre della NBA hanno almeno un giocatore con una media più alta di quella del playmaker di Chicago? Tutte. I campioni in carica di Miami hanno tre atleti con una media più elevata, mentre i Bucks, la peggior squadra della lega, ne hanno due.

In un gioco in cui l’obiettivo è fare canestro e segnare più punti dell’avversario, i Bulls seguono tutt’altre regole, che li portano a battere squadre più profonde, più sane e più esperte. Nel corso della stagione, hanno messo ko due volte a testa Heat e Pacers, hanno vinto contro diversi top-team dell’Ovest (Spurs, Rockets, Warriors e Mavericks), facendo registrare un record di 36-15 dall’inizio del 2014, ovvero il terzo migliore della NBA in questo arco di tempo. Il successo di Chicago è estremamente raro: nel corso delle ultime nove stagioni complete, le squadre con uno dei cinque peggiori attacchi della lega ha vinto in media 27 partite. Solo tre squadre hanno avuto un record positivo: i Bulls nella stagione 2004-05 (47-35), i Nets in quella 2004-05 (42-40) ed i Rockets in quella 2003-04 (45-37).

Ovviamente una delle chiavi del successo di Chicago va ricercata nella difesa, che è la seconda migliore della NBA. Ma se siete alla ricerca di una spiegazione più profonda, allora leggete queste frasi:
“Facciamo del nostro meglio ogni seria, e ci preoccupiamo esclusivamente di vincere” – Joakim Noah
“Il duro lavoro, la dedizione. E’ così semplice” – Taj Gibson
“Abbiamo tanti ragazzi che amano giocare per la squadra, che si aiutano l’uno con l’altro per un obiettivo comune: la vittoria” – Tom Thibodeau

Queste sono parole che si sentono più o meno negli spogliatoi di tutte le squadre della NBA. Ogni allenatore parla di sacrificio e di lavoro di squadra. Ogni giocatore parla di giocare duro e con grinta. Ogni squadra vorrebbe credere che può superare la perdita del suo giocatore franchigia o di due dei suoi migliori atleti. Tutte queste cose però non sono vere. Le dicono tutti, ma a trasformare le parole in fatti ci sono solo i Bulls. I quali sono un insieme di giocatori che che hanno il carattere e le qualità umane per soddisfare le richieste di un allenatore molto esigente nel rispetto dei suoi principi offensivi e difensivi. Al di là dei luoghi comuni e dell’immaginario collettivo del gran cuore dei giocatori, i Bulls sono un disegno preciso che fa del carattere e della professionalità le sue priorità. Prendiamo ad esempio Gibson, scelto con la n.26 nel Draft 2009: non aveva grandi qualità offensive, ma una spiccata intelligenza cestistica, durezza mentale ed etica del lavoro. “Mi hanno chiesto della mi vita – ha ricordato Taj – di cosa ero disposto a fare per aiutare la squadra, se ero pronto al sacrificio ed al lavoro. Io ogni volta ho risposto che posso fare tutto quello che serve per aiutare la squadra, anche se dovessi giocare solo cinque minuti a partita”. Come diverse altre squadre lungimiranti, Chicago investono molto più che sulla capacità tecniche su quelle di adattamento, di accettare le critiche, di essere elastico.

Una delle caratteristiche più incredibili di questi Bulls è che non sembra avere importanza chi va e chi viene. Nel 2011-12 vantavano una delle panchine migliori della lega con Asik, Korver, Watson e Gibson. Tutti tranne quest’ultimo hanno poi lasciato la squadra ed al loro posto sono arrivati Belinelli, Robinson, Hinrich e Mohammed: inutile dire che Chicago ha continuato comunque a vincere. Il processo si è ripetuto anche la scorsa estate, con Marco e Nate che hanno scelto altri lidi: nella Windy City sono arrivati prima Dunleavy e poi Augustin. Insomma, i giocatori passano, l’identità rimane. Volendo fare un paragone, possiamo definire i Bulls gli Spurs della Eastern Conference: hanno un sistema di gioco ben definito in cui riescono a tirar fuori il meglio da giocatori con determinate qualità tecniche, ma soprattutto caratteriali. Pensiamo solo al nostro Belinelli, che se adesso ha la possibilità di vincere un titolo con un ruolo importante a San Antonio, lo deve principalmente a Thibodeau ed al sistema di Chicago, che lo hanno valorizzato e fatto apprezzare dall’intera NBA.

Possiamo per il momento solo immagine dove potrebbero arrivare i Bulls con un roster completo ed una superstar sana. Nella stagione 2010-11 hanno vinto ben 62 partite e fatto la finale di Conference, con Rose che ha vinto il premio di MVP della regular season. Erano in grande ascesa, la minaccia più chiara alla nascente dinastia degli Heat. Ma Derrick ancora deve giocare una stagione completa da allora: nell’aprile del 2012 si è rotto il legamento crociato anteriore del ginocchio, ma quando lo scorso novembre si è infortunato gravemente al menisco persino per i Bulls sembrava essere troppo. Ed infatti la squadra nel mese di dicembre è precipitata ad un record di 9-16, e le cose non sembravano di certo destinate a migliorare quando il 7 gennaio Deng è stato scambiato per risparmiare spazio salariale.

Chicago inizia a tankare? Neanche per sogno: Thibodeau ha semplicemente ritoccato il playbook, ha messo la palla nelle mani di Noah e lo ha reso il punto focale della squadra. Il francese dal 6 febbraio viaggia con una media di 7.2 assist a partita, un dato che lo renderebbe uno dei migliori playmaker della lega, se non fosse un lungo da 13.9 punti e 11.1 rimbalzi. Sarà il primo centro a guidare la sua squadra nella voce degli assist da David Robinson (1993-94). Le sue quattro triple-doppie valgono il secondo posto in questa speciale classifica, alle spalle del solo Lance Stephenson (5). Senza Rose e Deng, l’attacco dei Bulls è ovviamente limitato, ma comunque ci sono ben sei giocatori che viaggiano in doppia cifra ed ognuno di loro può avere una notte fuori dagli schemi.

In un certo senso, Chicago mette in discussione il modo di vedere ed analizzare giocatori e squadre. Ci esaltiamo quando qualcuno segna 30 o più punti, ma non ci curiamo invece di chi ha fatto un extra pass o ha portato un blocco perfetto. I Bulls sono un ottimo argomento per sostenere quanto siano troppo sopravvalutati i marcatori e quanto siano sottovalutate tutte le altre qualità che rendono una squadra vincente. Vederli giocare è anche divertente, pur raggiungendo quasi mai i 100 punti segnati. Giocano sfruttando i loro punti di forza, coprendo le debolezze con la collaborazione ed i carattere, ma soprattutto rispettando i cinque principi di Thibodeau: difesa, rimbalzi, poche palle perse, gioco dentro-fuori, passarsi la palla. Questa è una squadra fatta di giocatori che credono in quello in cui nessun altro crede. Avete intenzione di accettare il destino che altri stanno cercando di imporvi o di tirar fuori la volontà e la determinazione per superare qualsiasi situazione? Questi ragazzi hanno scelto di combattere.