Ecco Trey Burke: le prime otto partite del rookie hanno cambiato volto ai Jazz

Ok, forse è un po’ una forzatura. I Jazz, Burke o non Burke, si dovrebbero comunque giocare con i Bucks (al momento ci sono in corsa anche i Knicks…) il poco ambito trofeo – ma che dico, ambitissimo con un Draft come quello che si svolgerà nell’estate del 2014 – di peggior record della stagione. È un dato di fatto, però, che con Burke sul parquet i Jazz hanno un record di 3-5; 3-3 da quando il prodotto di Michigan è passato in quintetto e addirittura tre vinte e una sola persa se consideriamo le partite in cui Burke ha giocato più di trenta minuti. Prima del rientro dall’infortunio del playmaker nato a Columbus, la squadra allenata da Tyrone Corbin ne aveva perse undici su dodici.

COSA PORTA BURKE AI JAZZ – Innanzitutto leadership. Sembra strano associare la leadership ad un rookie, ma bisogna considerare che Burke si è inserito in un contesto giovanissimo: quattro titolari su cinque non superano i 23 anni. Burke, come già dimostrato a Michigan, è un leader naturale, uno di quei giocatori che sanno sempre cosa fare nei momenti difficili della partita e hanno la capacità di trascinare i compagni. Poi il pick and roll. Burke è un playmaker con ottime capacità in questa situazione di gioco, da cui riesce ad estrarre buoni tiri per se stesso e per i compagni. Una caratteristica importante per una squadra che fa grande affidamento su due lunghi emergenti come Derrick Favors ed Enes Kanter. Per ultima, non di certo in ordine di importanza, Burke porta ai Jazz la mentalità vincente di chi non si vuole mai tirare indietro. Non è un caso che le triple decisive per l’allungo nelle partite contro Bulls e Rockets siano uscite proprio dalle sue mani. Altre due qualità di Burke sono l’atletismo a discapito della bassa statura e il tiro dal palleggio, anche se finora il rookie dei Jazz non sta tirando con buone percentuali (40% dal campo).

COSA PORTANO I JAZZ A BURKE – Se l’approdo di Burke a Salt Lake City sembra essere un ottimo affare per i Jazz, d’altro canto anche Burke ci guadagna più di qualcosa. Per esempio il tempo. I Jazz sono in piena fase di ricostruzione: hanno un gruppo di giovani di talento, ma nessuna ambizione nel futuro prossimo. Burke è stato inserito in un contesto in cui ha almeno un’intera stagione per sbagliare ed imparare gradualmente, senza troppa fretta. Il fatto di trovarsi in una squadra dove è già una pedina importantissima rende anche meno traumatico l’ambientamento alla realtà dell’NBA: considerando il ruolo che ha avuto nei Wolverines della passata stagione, non sarebbe stato facile per lui essere costretto a guardare i compagni dalla panchina per la maggior parte della gara. Un importante tema, legato in qualche modo al tempo, è quello della fiducia: i Jazz hanno ceduto la 14a (Shabazz Muhammad) e la 21a scelta (Gorgui Dieng) per poter scegliere Burke e hanno tutte le intenzioni di fare di lui il successore di John Stockton e Deron Williams nella lista dei grandi playmaker passati dallo Utah. Un’eredità pesante per Burke, ma che non fa altro che stuzzicare la sua mentalità competitiva.

LA CORSA AL ROOKIE OF THE YEAR – Come già detto, Utah non si aspetta molto da questa stagione. Si augura soltanto di mettere le mani al Draft su un giocatore del livello di Andrew Wiggins o Jabari Parker. Dal punto di vista personale, invece, Burke compete per il premio di Rookie of the Year. Parte decisamente svantaggiato a causa dell’infortunio al dito indice che lo ha costretto a saltare le prime dodici partite di stagione regolare. Al momento viaggia a 12.6 punti, 3.3 rimbalzi e 4.1 rimbalzi di media, ma ha l’attenuante di aver giocato solo 31 minuti complessivi nelle sue prime due gare in NBA. Statistiche che comunque non lo fanno sfigurare troppo rispetto a Victor Oladipo (13.9 punti, 4.4 rimbalzi, 3.8 assist), protagonista dell’inizio di stagione degli Orlando Magic. Nessuno di loro ha fino ad ora tenuto il passo di Michael Carter-Williams: 17.7 punti, 5.8 rimbalzi, 7.3 assist e 3.1 rubate a partita. La gara per il ROY dovrebbe essere circoscritta a loro tre, con McLemore come unico probabile outsider.

Lo scherzo al rookie: nonostante la sua importanza per i Jazz, neanche Burke è riuscito ad evitare il classico scherzo che viene fatto alle matricole…

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