Finals NBA – La grande serie degli Spurs, i “diversamente vincitori”

Un vecchio detto recita che la storia la scrivono i vincitori. Ma nella Finale del 2013 è ingiusto dire che gli sconfitti sono semplicemente tali; perché se il tiro di Allen in gara 6 fosse uscito, forse sarebbe arrivato il quinto di Duncan e soci. In ogni caso, la serie si è conclusa dopo lo scontro tra due grandissime squadre di campioni e, la cosa più bella di tutte, dotate di quel grande rispetto che solo i campioni possono mostrarsi reciprocamente. Perché, allora, non vediamo i “diversamente vincitori”, visto che è troppo ingiusto definirli “sconfitti”?

Partiamo dal fatto che il pronostico della Western, all’inizio della regular season, doveva andare ai Lakers. Poi, si è passati ai Thunder; ma il destino ha voluto che Russell Westbrook uscisse dalla scena e che Durant non riuscisse a reggere la fatica. Allora, ecco che San Antonio si ritrova di punto in bianco favorita per vincere l’Ovest. Coach Popovich ha creato il SUO capolavoro, facendo un’autentica meraviglia di attacco, difesa e gioco di squadra, un cavallo pazzo che Miami ha faticato a domare fino all’ultimo. Ha convinto ogni giocatore a dare il suo contributo per il bene comune della squadra. E questo solo un grande coach può farlo.

La storia più strappalacrime è quella di Tim Duncan: il caraibico, a 37 anni, ha giocato la sua miglior stagione dal 2010 e, fin dall’inizio di Gara 7, ha dato l’idea di non voler mollare. Un cuore enorme, l’ultimo a mollare, una fede sola: Duncan è consegnato alla storia nero argento, ma questa non è una novità. È cosa altrettanto importante l’abbraccio del 21 con LeBron: l’MVP dell’intera stagione, l’uomo che da due anni segna i destini della Lega in base ai suoi voleri, si rivolge al Caraibico come fosse una qualche divinità cestistica; grado che gli spetta di diritto.

Prossimo della lista? Tony Parker: se non fosse stato per lui, forse gli Spurs non sarebbero arrivati a questa epica cavalcata. Il suo infortunio alla coscia è stato di notevole impatto sulle sue prestazioni, ma la forza di volontà e i suoi grandi lampi di talento hanno alleviato leggermente il dolore, almeno fino a metà gara 7. Un grande. Davvero. Manu Ginobili è ormai al tramonto della sua carriera e le prestazioni l’hanno dimostrato. Ma, aspettate … cioè, il Ginobili di Gara 5 e, seppur meno, di Gara 7, che l’ha fatta sudare agli Heat, sarebbe al tramonto? Sembra di sì, anche perché lui stesso, dopo Gara 6, ha dichiarato di non averne più. Questo non vuol dire che, con un po’ di riposo e la certezza del rinnovo con San Antonio, il nostro eroe possa tornare rinvigorito come da una vacanza al mare.

Partiamo ora con quei giocatori che nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere clutcher in una Finale NBA. Danny Green vi dice niente? È stato indomabile per 5 gare, fonte di capogiri per gli Heat ed è scorretto, nei suoi confronti e in quelli del record di 27 triple nelle Finals da lui detenuto, ritenere il suo apporto irrilevante; a Lubiana fischieranno le orecchie della gente … Gary Neal è un altro che si è dimostrato “Spurs – ready”, perché ci vuole una testa matta come la sua e una tenacia come la sua per essere uno Sperone. E che dire di Boris Diaw? Quando Charlotte lo tagliò e raggiunse il connazionale Parker, sembrava il classico giocatore destinato a scaldare la panchina. In un anno è uno dei fautori del grande viaggio degli Spurs, con una marcatura eccezionale su James nelle ultime due gare, punti segnati da ogni posizione possibile e immaginabile e assist così belli che solo il suo avversario diretto (aka MVP) poteva contrastarlo. Il francese è stato davvero un capolavoro della Finale e, insieme ai Big Three, uno dei migliori della franchigia del Texas.

Sento che mi sto dimenticando però di un altro, il quinto grande di questa Finale… Ma certo! L’uomo da 16 punti e 16 rimbalzi in Gara7, che ha disputato una stagione pazzesca, un playoff intenso e una Finale eccelsa, per essere al secondo anno. Nome? Kawhi. Cognome? Leonard. Assolutamente non commentabile: non fucilatemi se scrivo così, perché non sono nel senso negativo del termine; tutt’altro, perché non ci sono parole necessarie a spiegare l’incredibile che il numero 2 ha fatto per i Texani. Ha preso un posto in quintetto che gli spettava di diritto e ne è diventato l’occupatore fisso, non deludendo Popovich e mostrandogli anzi che lui può essere il prossimo grande nome quando i Big Three non saranno più di questo gioco. È ingiusto non parlare di Tiago Splitter e di quello che ha fatto contro i Memphis Grizzlies e di Matt Bonner ed è ingiusto non parlare di Tracy McGrady. Ovviamente non ha avuto ruoli importanti in questa finale, ma è corretto che comunque, dopo le magie fatte vedere in questi anni con Magic, Rockets e Hawks (Raptors, Knicks e Pistons sono solo fasi di passaggio), fosse riuscito a superare almeno una serie di playoff, dopo anni vani.

Onestamente, chi tra i San Antonio Spurs ha da recriminarsi qualcosa per questa Finale? Hanno lottato come vecchi leoni, ma i giovani hanno vinto e all’ultimo colpo. Non hanno mai mollato, ci hanno creduto fino in fondo e hanno rinunciato solo alla fine. Chissà che Spurs arriveranno a Novembre; ci saranno cose da rivedere e video da analizzare, ma Gregg Popovich si è dimostrato entusiasta di loro e anche noi lo siamo.

Avete presente “Rocky Balboa”, l’ultimo episodio della serie? La storia di queste finali è simile al match disputato tra il pugile di Stallone e il talentuoso Mason Dixon. Perché in queste sette gare i Miami Heat, con i pronostici super a favore, hanno fatto una spietata lotta con campioni dati ormai per vecchi e sconfiggibili facilmente e ne sono usciti vincitori sul filo del rasoio. E come Rocky, alla fine del film, è celebrato dal suo avversario e dalla sua gente, così l’abbraccio tra i Big Three di San Antonio e di Miami, tra LeBron e Duncan, con l’applauso del popolo Heat rivolto anche ai Campioni dell’Ovest, è il simbolo del rispetto che gli Spurs hanno meritato e meritano da tutti gli avversari. Questo, LeBron e gli Heat l’hanno capito alla perfezione, cogliendo il messaggio che si è campioni anche fuori dal campo. Per onorare la più bella Finale dal 2005, non c’era davvero niente di meglio.