Focus Market – NBA a Houston, passo!

Sono in parte il presente e certamente il futuro del basket NBA in Texas. Sotto l’accurata gestione di David Morey, gli Houston Rockets sono passati dall’essere team di medio – basso livello, quello dal record vincente che non va mai alla post season, a una seria concorrente.

LA STELLA – Non si può scrivere un pezzo sugli Houston Rockets che si preparano a novembre senza prima analizzare tutto ciò che è successo fino ad aprile. In primis, l’apporto che James Harden ha dato al team. Nessuno, nemmeno chi sta dietro questo portatile, si immaginava un giocatore così pronto al ruolo di stella di un team, dopo le annate da sesto uomo (di gran qualità, ma pur sempre sesto uomo). invece, il barbuto numero 13 ha usato la sua esperienza ai Thunder per realizzare prestazioni eccelse nella prima parte di stagione. La seconda è stata di alto livello, ma non quanto il periodo fino a febbraio, complice anche la stanchezza e un team portato principalmente sulle proprie spalle. Il 4 – 2 che la sua ex squadra gli ha inferto non è sintomo di debolezza sua, ma di un team in parte non in grado di sostenerlo nei momenti di maggiore difficoltà. La prima stagione da Rocket di Harden è stata, in ogni caso, di un livello così alto che lo rende, a tutti gli effetti, la vera Rising Star della NBA. E i 21 punti dell’esordi contro i Pelicans dell’altro giorno ci fanno capire che il meglio, per lui, deve ancora arrivare.

IL CAST DI SUPPORTO – il cast di supporto che la franchigia presenta quest’anno è sicuramente più rinforzato di quello della stagione appena passata. Chandler Parsons e Omer Asik sono ancora membri effettivi del team e soprattutto il primo ha la certezza quasi matematica di restare; di Asik ne parleremo meglio in seguito. La conferma di Parsons è una delle priorità del team, come dichiarato da Morey: conosciamo abbastanza bene i meriti del giocatore, dopo due anni che lo vediamo con la maglia bianco rossa. A fargli da spalla ecco Ronnie Brewer, uno che dopo i begli anni ai Jazz si è perso tra Grizzlies, Bulls, Knicks e Thunder; per quanto sia, sotto certi punti, un giocatore sopravvalutato, non si può negare che sia un buon difensore e un discreto esterno offensivo. Al posto di Thomas Robinson (tra l’altro, comparsa nel panorama Houston), in area è arrivato, anzi tornato, Marcus Camby, la cui esperienza potrà far bene ai centri di Houston, specie al giovane Asik. Ecco, quindi, perché Morey lo ha fortemente voluto come membro della sua squadra. Come cambio di Harden arriva un altro tiratore: Omri Casspi, che dopo la buona stagione dai rookie con i Kings è sparito nell’ombra. Il ruolo di uomo dalla panchina gli starà sicuramente più a pennello che non quello da titolare che ha avuto con i Cavaliers. In fondo alla panchina abbiamo Reggie Williams.

LA SECONDA STELLA – Se non era per Josh Smith, che ha firmato per i Pistons, forse Houston aveva il suo Big Three. Non è che, però, il popolo debba lamentarsi: la coppia Harden – Dwight Howard sembra promettere bene. Soprattutto perché DH12 è stato martoriato, nella sua stagione da Lakers, da infortuni, critiche e poca responsabilità. Il peso di Los Angeles è stato troppo per lui, che ha scelto di puntare su un team che possa subito vincere, un team capace di farlo sentire a suo agio. Le critiche non gli sono mancate neanche a mesi di distanza dalla firma: Kareem lo ha accusato di essere uno stupido, cosa che Howard ha ribattuto subito. A sostenerlo è il suo patron, oltre che dei Rockets, ovviamente Olajuwon. L’esordio del suo discepolo è stato perdente, ma da 19 + 9 rimbalzi e, soprattutto, come ha dichiarato il nigeriano, “è felice”. Per uno come Dwight, che di certo in questi due anni non ha fatto molto per sembrare contento, è un grande passo avanti.

CONVIVENZA – Le “Due H” sono la terza coppia di grosso valore dei Rockets. La prima, ovviamente, è Olajuwon – Drexler, che ai Rockets ha portato due titoli. La seconda, Yao – TMac. Che tipo è, invece, Harden – Howard? Due giocatori che amano segnare e caricarsi il team sulle spalle, di sicuro. Due giocatori che non cedono volentieri il pallone ad altri, può essere. La loro convivenza è apparentemente buona: Harden penetratore/tiratore, Howard lì per creare blocchi, garantire grande presenza a rimbalzo (come mancava ai Rockets da tempo) e tiri in area e sottocanestro, oltre che stoppate. Il suo vantaggio è avere nello staff il miglior maestro di fondamentali possibile per un giocatore: se ci vanno Kobe e LeBron, come può Hakeem non insegnare e ottenere risultati da un suo pari ruolo? i due nuovi leader del team devono mettere da parte il loro ego per il bene della squadra; se non accade, non è difficile pensare ai Lakers dell’anno scorso e ai problemi Kobe – Dwight.

IL RUOLO DEL CENTRO – Fin dall’arrivo di Howard, appare chiaro che il destino di Asik sia quello di lasciare Houston: il turco ha dichiarato che non voleva il nativo di Atlanta come compagno di squadra, dichiarandosi pronto ad andarsene e a essere ceduto. Morey però è di parere contrario e coach McHale ha però ribadito il messaggio del GM, usando l’ex Bulls come membro di un “Twin Towers” texano con Howard. La volontà del turco non è quella di rimanere, però. Ritiene di avere fatto enormi miglioramenti rispetto alle stagioni a Chicago (e sarebbe ingiusto non riconoscergli) e che il ruolo di comprimario non sia adeguato a questa evoluzione e al suo contratto. Cessione in vista, quindi?

IL RUOLO DI PLAY – Jeremy Lin, Aaron Brooks, Patrick Beverly. I tre playmaker dei Rockets hanno ragioni diverse di far valere il loro gioco; dei tre, certamente Brooks partirà dalla panchina. Che fare con Beverly e Lin? Appare chiaro che il taiwanese di Harvard è a sprazzi il giocatore da Linsanity che ha incantato New York e il suo ruolo dalla panchina, forse, sarebbe più adeguato alla sua altalenanza. Beverly, d’altro canto, si adegua molto meglio al gioco di Harden, in quanto meno realizzatore e quindi affidando le responsabilità offensive ad Howard e al Barba. Bisognerà vedere ciò che dirà il campo e da lì McHale deciderà. Certamente, Lin non è una prima donna e, se necessario, accetterebbe di buon grado di partire dalla panchina.

foto: sportamericano.it