Focus Market – I pazzi tentativi dei Dallas Mavericks

Forse il mercato più strano di tutta l’estate. Da basi comunque solide, i Dallas Mavericks e, nello specifico, Marc Cuban hanno riaperto d’un tratto i rubinetti e deciso di puntare a un team capace di vincere. Ma che scelte ha fatto il team del Texas, per giocare più di ottantadue partite?

IN MEDIO STAT VIRTUS – Uno dei detti più famosi della classicità recita “in medio stat virtus”, in altre parole la virtù sta nel mezzo delle cose, tra un estremo e l’altro. Ma quest’anno, le idee che si è fatta la franchigia portatrice del più recente anello NBA in Texas sono fatte di estremi che difficilmente sembrano comprensibili, salvo che non ci sia come allenatore Rick Carlisle. Partiamo dal primo acquisto dell’estate: Gal Mekel. L’israeliano sembra decisamente uno dei prospetti della squadra, insieme alle scelte dell’anno Ledo e Larkin. Cosa c’è di strano? Tutti e tre guardie, delle quali Ledo è una SG. Subito dopo? Jose Calderon. Lo spagnolo è molto rispettato in NBA e il suo stile di gioco europeo è una buona combinazione con quello di Nowitzki, anche perché non è un giocatore egoista e ama molto più spesso passare che non segnare. Diciamo sulla carta che è il giocatore, sotto certi punti, più simile a Steve Nash da quando il canadese ha mollato WunderDirk per tornare ai Suns: come già detto, passatore con buon tiro, carattere questo che però lascia a volte in secondo piano. Nuovo arrivo della free agency è una vecchia conoscenza: Devin Harris. Desideroso di tornare nella sua prima squadra (quella con cui sfiorò il titolo nel 2006), ha perfino deciso di rinunciare a dei soldi in seguito all’infortunio al ginocchio che lo terrà a lungo lontano dal campo. Siamo quindi a quota CINQUE guardie. Il colpaccio, però, i Mavs l’hanno fatto un paio di settimane fa, prendendo Monta Ellis. Il talento c’è assolutamente, ma i problemi riguardanti l’ex Bucks sono due: che è la sesta guardia del team e che ha una testolina piena di pazzi pensieri che non sempre coincidono con il bene del team. Con lo specialista del tiro Wayne Ellington, settebello di guardie. Di questo, però, ne parliamo oltre. Nel settore lunghi, dopo la disputa con Bernard James e il rinnovo al minimo salariale per l’ex soldato di servizio in Medio Oriente, è tornato Brandan Wright e sono stati firmati DeJuan Blair e Samuel Dalembert. Da un estremo all’altro, insomma.

COME UNIRE? – Su Dalembert non sembra ci saranno dubbi: sarà lui il centro titolare, prendendo per se il posto di Chris Kaman e i minuti che Larry Sanders gli aveva tolto in Wisconsin. Un pivot di energia, massa muscolare e potenza, che non fa mai male. DeJuan Blair, nell’ottica di Cuban, dovrebbe essere il primo cambio di lunghi dalla panchina: forse più adatto a un ruolo da quattro, anche per la stazza e la mobilità sul campo, per gioco in area può anche essere usato qualche minuto da centro, facendo fiatare così sia Nowitzki sia il citato sopra Dalembert. Acquisti intelligenti, insomma, come anche quello di Calderon, del quale abbiamo trattato prima. Partiamo, ora, con le note dolenti: il rinnovo di Brandan Wright. Il ragazzo è un buon giocatore, ma non ha mai dato l’idea di essere anche quello dalla panchina su cui i Mavericks dovrebbero fare affidamento nel corso dell’intera stagione. Wright è ancora acerbo, a distanza di sei anni nella Lega: ha punti nelle mani, atletismo ed elevazione, ma è incostante. Non scordiamoci, poi, delle guardie: sette, per lo più point guards, cosa che rende Dallas team molto leggero, senza molti cambi nel pitturato e che quindi apparentemente destinato a soffrire in area. O lo scopo di Cuban è dare al suo allenatore una serie di guardie versatili in ambo i ruoli, o qualcosa non va. Harris è partito verso i Nets nell’affare Kidd come play e solo nella scorsa stagione, ad Atlanta, ha dato l’idea di poter essere anche una buona combo guard dalla panchina, mentre già appare più oscura la scelta di Wayne Ellington, buon tiratore ma nulla più, oltre che di tre guardie al Draft (delle quali certamente Mekel resterà) con certezze sul loro inserimento pari al limite per x che tende a zero di 1/x, cioè zero. Uno di questi quattro cambierà maglia quasi sicuramente entro febbraio o, al massimo, entro il prossimo giugno. Infine, il nocciolo della questione: Monta Ellis. Come Brandon Jennings, lascia Milwaukee con mille interrogativi: grande capacità di gioco ma molto egoismo, arroganza nel prendersi il tiro, ma senza essere fin troppo incisivo. Soprattutto: giocherà play o guardia? Poi, saprà interagire nel sistema doppio play di Dallas, con Calderon in quintetto e, soprattutto, Nowitzki stella della squadra? Ellis è uno dei primi sostenitori del detto “due galli nello stesso pollaio sono troppi”, con la sua personale aggiunta “io sono il gallo che rimane dentro”. Ovvio, quindi, che il suo approccio dovrà cambiare, se vuole vincere in Texas. Dopo l’arrivo di Stephen Curry, sembra che Monta non sia mai riuscito a dimostrare di essere un vincente, ma solo uno scorer ininfluente sulle sorti della squadra. L’ha fatto vedere a Golden State, con la crescita del team a partire dalla sua cessione, e con i Bucks, non trovando mai, appunto, la coesistenza con Brandon Jennings. Nel frattempo, OJ Mayo ha firmato per i Bucks. Come talento non si discute su chi ci abbia guadagnato in questo cambio di team via free agency, ma per il carattere che i due giocatori hanno e per l’approccio da spara palloni all’interno del team, sembra che l’ex Grizzlies e il nativo di Jackson, Mississippi, siano rimasti dove erano. Quintetto alla carta, quindi: Dalembert, Nowitzki, Marion, Ellis (?), Calderon, con Vince Carter sesto uomo. fattibile, ma con troppi punti interrogativi sulla capacità di entrare nel meccanismo. In un obiettivo, apparentemente, Dallas non ha fallito: ha dato gioventù ed energia al team con giocatori che hanno punti nelle mani e che possono tenere Carlisle al sicuro quando dovrà far rientrare gli ultra trentacinquenni pilastri Dirk, Carter e Marion. Vediamo, però, se in un ovest così accanito, i playoff saranno abbordabili. Di sicuro, Dallas sarà il terzo team texano, alle spalle dei Rockets e degli Spurs. L’ultima volta che Dirk Nowitzki fece una promessa, la mantenne: non si rase la barba finché Dallas non sarebbe tornata al 50% di vittorie, riuscendoci verso le ultime partite della regular season, dopo che sembrava fosse sul campo un qualche eroe wagneriano. Ora vediamo che succede: magari, il cittadino più famoso di Wurzburg non se la taglierà finché i suoi non tornano alla post season. E se abbiamo capito qualcosa di Dirk, potete starne certi, è questa: che farà qualsiasi cosa per motivare i nuovi arrivati e per convincerli a unirsi alla sua causa, pur di non farsi venire la barba come quella di Harden.

 

foto: www.cbssports.com