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Focus Market – La rivoluzione dei Pelicans per fare strada nella Western

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Il 4-0 rimediato dagli Warriors nei passati playoff è stato doloroso, ma allo stesso modo, come un ginocchio sbucciato per chi cade dalla bicicletta, anche utile per crescere. Molte cose sono cambiate a New Orleans da quell’aprile, con un solo obiettivo. Vincere.

Prima di tutto, a bordo del Pellicano del Mississippi è cambiato comandante. Non più Monty Williams (dal 2010 head coach, con un record di 349 partite, delle quali 173 vinte e 221 perse, con due apparizioni ai playoff entrambe finite al primo turno), ma Alvin Gentry, di nuovo in panchina da grande boss dal 2013, con i Suns, e reduce dalla vittoria del titolo da assistente di Steve Kerr, a Golden State. Più allenatore di attacco che di difesa, il nuovo arrivato ha già reso chiaro il suo obiettivo: rendere pericoloso Anthony Davis anche fuori dall’area.

E proprio Davis è il primo giocatore che andiamo ad analizzare. È indubbiamente la stella del team e una delle rising star della intera Lega. Nella scorsa stagione le medie sono state extraterrestri, per il prodotto di Kentucky: 24.4 PPG in regular season, divenuti 31 nella serie contro Golden State, con 10 rimbalzi e 3 stoppate di media. Il rinnovo da 145 milioni di dollari per i prossimi cinque anni ha messo in cassaforte le prestazioni del fenomeno e ha dato a New Orleans la pietra fondiaria sulla quale costruire. La cosa che fa più paura, oltre a quelle braccia che lo collocano tra quegli oranghi da NBA che da Durant a Antetokoumpo stanno calcando tutti i parquet, è lo stile di gioco. Non dimentichiamoci che il buon Anthony giocava da guardia ed era alto 1,83 m, prima di evolversi … E Gentry vuole sfruttare appieno questa sua versatilità per portarlo a giocare più spesso fuori dall’area, e addirittura a renderlo pericoloso dall’angolo.

Nel settore lunghi, nulla è cambiato rispetto all’anno scorso, perché sia Alexis Ajinca che, soprattutto, Omer Asik, sono tornati con un bel rinnovo. Sicuramente c’è più esperienza, per questo team, perché è stato firmato al minimo salariale un Kendrick Perkins in più. Il carattere è quello che è, e l’attitudine pure, ma Perk è il cambio perfetto per il turco: è un giocatore sporco, che ama fare a gomitate sotto canestro e raccoglie rimbalzi. Con il suo gioco, l’ex numero 42 dei Celtics ha vinto un titolo e centrato altre due volte le Finali (non contiamo l’esperienza ai Cavaliers, non ha mai giocato), quindi potrà essere un valido aiuto per un settore lunghi che l’anno scorso ha visto cambiarsi molte volte Davis e Asik (da 26 della regular a 10 minuti nei playoff). Asik, tuttavia, deve essere più costante: per un team da playoff, 2 punti a partita nella serie contro Golden State non sono nemmeno insufficienti.

Tra le ali grandi, invece, Davis può contare sul preziosissimo Dante Cunnigham, che ha fatto molto bene nella scorsa stagione. 18 minuti nei playoff, con 5 punti a partita e l’81% dal campo non è un brutto risultato, anzi. Da non scordare, ovviamente, Ryan Anderson, che da tre potrà aprire il campo notevolmente.

Nelle ali piccole non cambia nulla a livello di nomi, ma cambia a livello di presenza. Luke Babbit, infatti, cederà una posizione a favore del ritrovato Quincy Pondexter, fuori quasi tutta la scorsa stagione per infortunio e che dalla panchina saprà dire la sua. Arriverà anche Alonzo Gee, dopo la stagione ai Blazers da 4.5 punti in 12 minuti.

Il settore guardie, però, è quello che può rendere New Orleans una squadra pericolosa. Perché se Tyreke Evans facesse bene come ha fatto molte volte nella passata stagione, e se Jrue Holiday tornasse dalle vacanze forzate per infortunio ai livelli di Philadelphia, nel settore shooting in Louisiana vogliono scommettere ancora su Eric Gordon, anche se i motivi per essere stufi sarebbero numerosissimi. Tra i playmaker, l’obiettivo primario è stato raggiunto: rinnovare Norris Cole. L’ex pupillo di LeBron agli Heat è stato uno degli artefici del ritorno ai playoff di New Orleans, il primo anno con il nuovo brand. Ottimo play di riserva, con buonissime doti dal palleggio e capace tanto di penetrare quanto di tirare dall’arco, Cole è una polizza contro i rischi in cui Holiday è incorso nella sua avventura in Louisiana (a partire dall’infortunio da stress alla tibia. Come scudiero, con un contratto al minimo salariale, ecco tornare una vecchia conoscenza dei tifosi NBA: Nate Robinson. Kriptonate è chiamato al riscatto dopo la sua firma con Denver: 42 partite giocate in Colorado nella scorsa stagione dopo aver firmato un biennale, perdendo però una stagione per infortunio al ginocchio, a 5 punti a partita, il 34% dal campo e il 27 da tre punti; poi, la cessione ai Celtics, il taglio dopo due giorni e i due non garantiti con i Clippers, dopo i quali l’infortunio non ha convinto Lob City a trattenerlo. Non dimentichiamoci che Nate ha solo 31 anni, quindi può essere un veterano di lusso nel settore guardie, capace di giocare minuti da play ma soprattutto molto da shooting, come durante la bellissima stagione ai Chicago Bulls, durante la quale fece vedere di che pasta era fatto (i 16 di media ai Bulls, con la partita da tre overtime contro i Nets ai playoff, poi vinta proprio da lui).

Lo scopo di questa New Orleans, lo abbiamo già detto, è crescere e vincere. Non aiuta essere a Ovest, perché Oklahoma City ora è veramente pericolosa e Sacramento sta emergendo, per talento, sebbene debba ancora evolversi. Tuttavia, il tramonto dei Blazers potrebbe essere la carta vincente che può portare New Orleans ai playoff per il secondo anno di fila. Ecco le ragioni:

  1. La difesa: Gentry non è notoriamente un coach d’attacco, ma avere Perkins e Asik (oltre a un Ajinca dal contratto faraonico) sotto canestro può permettere di avere rimbalzi e rendere la vita difficile a chi entra in area. Ah già, poi ci sarebbe quello con il numero 23 …
  2. Attacco in area: all’anagrafe Anthony Davis. Vi basta? No? Aggiungete Gee e soprattutto Evans.
  3. Scarico da fuori area: il settore dove i Pelicans possono far paura. Perché con tutte quelle bocche da fuoco, e con il coach che vuole far giocare il monociglio da fuori area, diventa più pericoloso marcare.

Gentry vuole chiaramente seguire il modello Warriors: area piuttosto leggera ma efficiente nel segnare e nel difendere, arco letale e, se la marcatura si spostasse all’esterno, un buon passaggio per un ottimo tiro in area (per Asik, Perk o meglio per Davis). Alla fine, durante le Finals se la palla non andava agli Splash, finiva nelle mani di Ezeli o di Draymond Green. Qui non siamo molto distanti, come idea: se Gentry riuscisse nel suo intento, Davis diventerebbe Green ma con dieci volte il potenziale dell’ex Michigan State.

Ad ogni modo, ecco una possibile idea di starting five:

Asik – Davis – Cunningham – Gordon – Holiday

Non è azzardato mettere questi uomini, perché Evans è un giocatore alla Isaiah Thomas. Ovvio che la qualità di gioco sia diversa l’uno dall’altro, ma inteso come rendimento entrambi gli ex Kings sono più utili partendo dalla panchina. Anche Pondexter, a parere personale, sarà più utile nel breve tempo non entrando in quintetto, per dare tempo al suo corpo di riabituarsi ai ritmi di gara e a quelli della regular season, dopo un’intera stagione fuori. Altre alternative potrebbero vedere un quintetto leggero con Davis centro, Anderson ala grande e un doppio play Holiday – Cole, o Anderson come ala piccola al posto di Cunningham.

Sarà in ogni caso la stagione della verità, per New Orleans. Passo per passo, sta mettendo assieme i tasselli giusti per costruire un buon futuro e, guidata da un coach esperto la cui ultima esperienza sono state le Finali di Conference del 2010 contro i Lakers poi campioni in carica, non si può non pensare positivo.

 

photo by: foxsports.com