Focus Market – Lakers, dopo Howard che si fa?

È inutile nascondersi dietro ad un dito: l’anno appena trascorso, per i Los Angeles Lakers, è stato un autentico fallimento, un disastro, una Caporetto. A differenza dell’omonima battaglia, in seguito alla quale gli Italiani si riscattarono e vinsero contro gli Austriaci lungo il Piave, non sembra che per i gialloviola sia arrivata l’ora della riscossa.

KOBE – Bryant ha sofferto la rottura del tendine di Achille alla fine  della stagione e il suo recupero era previsto non prima di  8 mesi, anche un anno. Ma la scienza nulla può contro l’ostinazione del Mamba, che ha lavorato duramente quasi quanto Derrick Rose per ritornare ai suoi soliti livelli. Ci sono alcune differenze tra il leader dei Bulls e il numero 24. Innanzitutto l’età: 25 a 35, dieci anni a favore dell’ex Memphis University. A seguire, l’entità dell’infortunio: è sicuramente più grave una rottura del crociato, ma un tendine di Achille rotto al piede di un 35enne è un infortunio abbastanza importante e anche Chauncey Billups sa bene questa cosa. L’atteggiamento mentale, poi, è importante: Rose ha aspettato di essere pronto al 100% e questo, nonostante avesse avuto il semaforo verde dai medici, non lo ha annunciato fino al suo arrivo a Milano, avvenuto a luglio. Kobe, invece, è malato di vittorie e come un giocatore d’azzardo corre anche il minimo rischio pur di accaparrarsi la vittoria. Il suo duro lavoro evidenzia la grande etica del lavoro di cui il nostro è provvisto, ma dall’essere pronto per il training camp si è passati al dubbio sulla sua presenza all’opening night. Un consiglio vivissimo, Kobe: aspetta fino a Natale, che era il minimo di tempo datoti dai medici. Un tendine di Achille non può essere recuperato al 100%, specie con tutte le partite alla spalle di chi ha già giocato 17 stagioni nella NBA, ma se darà retta al tempo, e il tempo alla fine dà sempre ragione al lavoro, potremo vedere Kobe quasi ai livelli precedenti a quelli di questo aprile.

REPARTO LUNGHI – La squadra dell’anno scorso aveva l’obiettivo dichiarato di vincere il titolo. Ma Steve Nash ha avuto gli infortuni che Phoenix non gli ha mai presentato e Howard non è entrato nella chimica del team. Al punto che avrebbe accettato di rimanere a LA, chiedendo però la testa di Bryant e di D’Antoni. Jim Buss non ha accettato e DH12 è andato a Houston. Cosa fare, per sostituire un centro simile a Shaquille O’Neal? Semplice: si cambia tipo di pivot. Chris Kaman è molto più mobile di piedi e di mani, rispetto ad Howard. Ha istinto per il rimbalzo e, soprattutto, non è una stella, cosa che aiuta i Lakers a non avere troppi primi violini in un team dove, è risaputo, l’unico posto disponibile l’ha preso l’uomo cui ho dedicato un intero paragrafo. Kaman deve riprendersi da una stagione sottotono a Dallas: torna a Los Angeles dopo due anni di vagabondaggio e con Pau Gasol può formare una coppia  di lunghi più adatta di quella dell’anno scorso. Con l’ex Mavericks sottocanestro, il catalano può giocare anche fuori dall’area, ma sicuramente farà piacere, a coach D’Antoni, avere due centri mobili come ali, per riprendere il gioco un po’ dei suoi Suns, un po’ del triangolo di Phil Jackson, dove il posto del passaportato tedesco apparteneva a Andrew Bynum. Una presenza in area che, al fratello di Marc, con Howard non era concessa.

GLI ALTRI D’ESTATE – Kaman troverà il connazionale Elias Harris, firmato per due anni. A fargli da riserva, invece, il rinnovato canadese Robert Sacre, con i Lakers che gli affidano un posto speciale in panchina. Anche Wesley Johnson, come Harris, è un’ala. Dopo il bel periodo a Syracuse, a Minnesota e Phoenix si è perso. È un ragazzo atletico, capace di segnare e penetrare. Un’ala piccola più simile a una guardia, non capace di difendere: ruolo piuttosto diverso da come, con Metta, è stato concepito per quattro anni. I figliol prodighi di Los Angeles sono chi vi è nativo e chi ci ha già giocato: abbiamo detto di Kaman, Clipper fino alla trade di Chris Paul. Un altro ex vascello torna a Los Angeles, città anche natale dell’indiziato: Nick Young, che con i Clippers nel 2012 arrivò ai playoff, nel ruolo di tiratore dall’arco. Inoltre c’è Jordan Farmar, che lasciò i Lakers dopo il titolo del 2010, sentendosi pronto per guidare un team. Ai Nets non gli è andata bene ed è andato quindi a farsi le ossa in Europa, tra Tel Aviv e l’Efes. Sarà cambio di Steve Blake. Se Nash starà bene (e gli allenamenti con l’Inter convincono) e Bryant si riprende, se Gasol torna il giocatore del pre Howard e i nuovi arrivati si integrano, i Lakers dovranno comunque lottare duramente per un posto nel Selvaggio West. Dallas si è molto potenziata, Minnesota è un lupo alle calcagna, i Pelicans sono giovani: i vecchi Lakers devono andare alla piscina di Cocoon e, ancora per un anno, saranno loro l’altra faccia di Los Angeles.

foto: cbc.ca