Focus on NBA: l’era dei veri playmaker è finita?

Ci siamo ormai tutti abituati a vedere play che tengono una media di 21-22 punti a partita in NBA, fingendosi più guardie che registi puri e nettamente differenti da un giocatore, ad esempio, come Steve Nash, che nel suo gioco privilegia decisamente le assistenze. Parliamo dei vari Rose, Westbrook, Irving, e molti altri giocatori che, più che abituati a far girare la squadra, forzano molto tiri, senza distribuire mai troppi assist. C’è anche qualche eccezione, rappresentata ad esempio da Chris Paul, o da Rajon Rondo, giocatori in grado di offrire sia più di 10 assist a partita di media, sia un buon contributo offensivo.

Il ruolo del playmaker si sta evolvendo, in favore di una sorta di falso play, con meno visione di gioco ed una minore capacità di gestire il ritmo della gara, diverso rispetto a quanto si è visto in passato. Sembra esserci una differenza abissale tra la generazione dei Fisher e dei Nash, e quella degli Westbrook, dei Rose, dei Lawson, e della maggior parte dei play giovani in circolazione.

Statistiche alla mano, ce ne accorgiamo subito: confrontiamo ad esempio i dati di Steve Nash, play puro, e di Russel Westbrook, uno di quelli che si possono definire “falsi play”, nonostante tra i due ci siano più di 15 anni di differenza. Il canadese la scorsa annata ha viaggiato a 12.5 punti di media, tirando con un ottimo 53% dal campo e condendo il tutto con 10.7 assist per gara, mentre il play dei Thunder si è tenuto a 23.6 punti a partita, tirando con un 45% dal campo e smistando 5.4 assist per gara; le palle perse di entrambi si assestano sulle 3.6 per gara.

Da questi numeri si può dedurre che Westbrook è abituato a prendere più tiri di Nash (quasi 19 a partita, contro i 9 del play dei Lakers), e di conseguenza a realizzare di più, forzando con ben maggiore frequenza; il canadese invece tira meno (complici anche i meno minuti giocati), ma date le alte percentuali dal campo si intuisce che sia abituato a prendere perlopiù tiri in ritmo. Per quanto riguarda i turnovers, pur fermandosi entrambi a quasi 4 a partita, c’è da dire che l’ex Suns all’età di Westbrook era abituato a perdere solamente due palle di media; il play dei Thunder è abituato invece a tenere troppo la palla e a gestirla non sempre in modo adeguato.

Russel Westbrook è in sostanza una guardia pura: alta 1.90 m, con un grande atletismo, una visione di gioco e capacità di passatore più da “due” ed un atletismo non esattamente da playmaker. Senza contare, tra l’altro, i tiri forzati che questi (a)tipi(ci) di giocatori collezionano, e che non giovano certo alla squadra. Ai Thunder è capitato spesso di farne le spese, anche nelle ultime Finali, nonostante l’exploit (43 punti) in gara 4 di Westbrook.

Stiamo parlando di quelle che nel basket a stelle e strisce vengono definite combo-guard, ovvero giocatori che combinano gli attributi di una shooting guard e di una point guard. Se si cerca su un dizionario inglese la parola “playmaker” troveremo come definizione (tradotta) “giocatore che ha il ruolo di offrire opportunità di segnare ai suoi compagni di squadra”. Ormai i play autentici in circolazione sono diminuiti, e non è probabilmente un avvenimento positivo. Tra una ventina di anni, forse, dello stile di gioco di Hall Of Famer come John Stockton o Isiah Thomas, ma anche di giocatori che hanno fatto la storia del basket più recente, come lo stesso Steve Nash e Jason Kidd ricorderemo poco o nulla.

Un giocatore che, pur non essendo la prima scelta offensiva di una squadra, è un eccellente passatore, è una sicurezza per la squadra con la palla tra le mani e nella gestione delle azioni. I playmaker puri, almeno negli USA (Prigioni e Rubio sono due esempi di veri play non statunitensi), stanno diventando merce rara, ed ecco perché le franchigie farebbero bene a pensarci due volte prima di imbastire trade che li coinvolgano.