Gli Heat, LeBron e la voglia di vincere sempre: ecco perché il secondo posto non è un’opzione

La regular season NBA è formata, come è noto a tutti, da 82 partite, partendo dall’ultima settimana di Ottobre fino ad arrivare alla metà del mese di Aprile. Troppo lunga dicono una parte degli appassionati, soprattutto perché i giochi si completano nel mese successivo all’All Star Game. Il finale di stagione, il più delle volte, non riserva né sorprese né partite entusiasmanti. Quest’anno è, forse, l’eccezione che conferma la regola. Sia ad Ovest che ad Est le situazioni sono in bilico e non solo per la corsa all’ultima posizione utile ma anche in base al piazzamento che si vuole ottenere. Con gran fascino, ad esempio, sta entusiasmando la corsa al primo posto tra Indiana Pacers e Miami Heat. pat-riley-lebron-james-miami-heatGli uomini di coach Vogel dopo una prima metà di stagione praticamente perfetta sono calati, e non poco. Miami ha fatto altrettanto ma è sempre riuscita a tener botta al record di Indiana. La situazione, ancora in corso di sviluppo, è cambiata apparentemente quando al Bankers Life Fieldhouse di Indianapolis, George & co. avevano steso i campioni in carica. Una vittoria che rasserenava la dirigenza Pacers quantomeno sul primato di Conference. Ma in una Lega dove tirare i remi in barca troppo presto può sembrare come un suicidio, Indiana non ha saputo gestire il vantaggio sulla diretta inseguitrice. Sconfitta di 13 a Washington, sconfitta a Cleveland di 14 e per finire un durissimo colpo inflitto dagli Spurs che sbancano la casa dei Pacers col punteggio di 103-77. Miami intanto infila vittorie semplici contro Milwaukee e Toronto e si riavvicina. La vittoria di Indiana con Detroit illude Vogel e Bird perché a due giorni di distanza arriveranno la sconfitta a Toronto e quella incredibile in casa con Atlanta. Lo scettro ripassa in mano a Miami che è di nuovo in testa. La gara, però, non finisce e dopo la sconfitta degli Heat contro Brooklyn, Indiana si riappropria del primato che ha posseduto per gran parte della stagione. Al momento resta decisivo lo scontro di stanotte, dal quale sono usciti vittoriosi gli Heat, che riconsegna la cima della Eastern Conference alla franchigia della Florida. Non solo cambiamenti in alto ad Est ma anche dietro. Brooklyn, unica squadra a battere sempre in questa stagione gli Heat, devono essere presi in considerazione in ottica PO ovviamente. A tal proposito inizia a serpeggiare una strana tendenza tra i tifosi Heat che, evidentemente appassionati ai calcoli, preferirebbero quasi il secondo posto per non incappare in un ostacolo molto ben pericoloso come i Nets anziché i meno forti Raptors o Bobcats. Il trend, evidente soprattutto sui sui social network, divide così il popolo di fede Heat: continuare a ribadire la propria egemonia ad Est oppure accontentarsi di un secondo posto per avere un cammino apparentemente più agevole? Se provate a fare questa domanda ad uno degli addetti ai lavori in casa Miami, nemmeno il magazziniere o il portaborracce vi indicherà la seconda opzione come quella giusta. Figuratevi quindi se il sol pensiero ha mai sfioranto gente del calibro di Allen, lo stesso coach Spoelstra, Andersen, Wade o Bosh…ma soprattutto Pat Riley e LeBron James. Spiegare a questi ultimi che perdere da un lato sarebbe conveniente è un’operazione che non riuscirebbe al più abile oratore. 1397270753000-USATSI-7864609 La volontà degli Heat è sempre stata quella di conseguire il massimo risultato, indipendentemente dal futuro. La partita di stanotte del padrone di casa, del Re, ne è la dimostrazione più esplicita. L’approccio stile playoff, tra l’altro già preannunciato alla vigilia di questa importante gara, di LeBron ha permesso a Miami di battere per la sesta volta in sette gare i Pacers all’American Airlines Arena. Una vittoria frutto della solita aggressività, intensità e organizzazione difensiva mostrata dai campioni in carica soprattutto nella post-season, combinate perfettamente con un LeBron James offensivamente dominante. Dopo i 38 firmati al  Bankers Life Fieldhouse il 26 di Marzo, stanotte il figlio di Akron si è “accontentato” di metterne a referto 36 completando così una striscia di partite incredibili. Questa serie di partite ad altissimo livello sono la chiave per comprendere al meglio la risposta che ogni singolo appartenente alla famiglia Heat avrebbe dato: VINCERE, SEMPRE. LeBron non lo ha dimostrato solo con le parole, rilasciando ai microfoni di più emittenti la volontà di giocare tutte le partite fino alla fine della regular season, ma anche con i fatti. Nelle ultime 10 partite, considerando i due match con i Pacers, LeBron ha una media di 32.5 punti a gara, dato che basta e avanza per mostrare a chiunque che vuole provare a finire in testa fino alla fine. In questa media sono comprese anche 3 partite, contro Bucks (2 volte) e Pistons, dove il minutaggio di LeBron è stato ridimensionato a causa del vantaggio (in tutte e 3 le partite LBJ non supera i 30’ giocati). Se andassimo, quindi, a considerare le partite con un minutaggio superiore ai 30’ LeBron vanterebbe una media di 34.8 punti a sera con una sola volta al di sotto del trentello.

Cifre che rassicurano l’altra parte dei tifosi Heat che vogliono e quasi pretendono degli Heat sempre competitivi, sempre al Top, proprio come vuole LeBron James. Indiscutibilmente l’assenza di Wade ha pesato molto su questo finale di stagione e in ultima istanza sull’impatto a livello offensivo di James. Ma ciò non toglie che la sete di vittoria, la voglia di continuare a dimostrar qualcosa da parte del 2 volte campione NBA non finisce mai. Proprio quella del suo presidente. Rimangono le ultime 3 partite da giocare e la gara tra Indiana e Miami non si è ancora conclusa. Un sorpasso al fotofinish non è escluso ma bisogna chiedere il permesso a LeBron dopo il dominio di stanotte.