NBA News & Mercato Senza scadenza

Grazie Kobe

Il 30 novembre 2015 resterà per sempre un brutto giorno nella mente degli appassionati di pallacanestro dal momento che sarà ricordato come la giornata in cui Kobe Bryant ha annunciato il suo addio alla pallacenstro. E’ vero, l’addio arriverà solo a fine stagione ma la sola consapevolezza di perdere un tale patrimonio dello sport, e non solo, è già di per sé qualcosa di provante. Per questo motivo la redazione di My-Basket.it ha provato a riunirsi per condividere i propri “Kobe Moments” preferiti e gli aspetti che hanno reso questo campione speciale ai nostri occhi di appassionati e amanti della palla a spicchi.

Uno contro cinque. Quando Kobe “uccise” i Mavs / di Niccolò Costanzo

20 Dicembre 2005, Staples Center, Los Angeles. Fino del terzo quarto; Kobe Bryant 62 – Dallas Mavericks 61. Questo recita il megaschermo del palazzo dei Los Angeles Lakers. Kobe ha appena realizzato 30 punti in un solo quarto, record di tutti i tempi per LA, che si vanno a sommare ai 15 della prima frazione di gioco e ai 17 della seconda. Complessivamente siamo a 62 in 33′.
Gli avversari sono annichiliti dallo strapotere del numero 8; non importa che giocatore venga dislocato da coach Avery Johnson a seguire le orme del Black Mamba. Josh Howard, all’epoca un buon difensore inserito in un contesto in grado di esaltarne le capacità, Marquis Daniels, Adrian Griffin, Jason Terry, Devin Harris e Darrell Amrstrong, sono tutti stati puniti almeno una volta dalla furia dilagante di Kobe, che, come dichiarato nel post partita, era molto arrabbiato per come i suoi Lakers erano stati battuti da Houston appena due sere prima.
Un’arrabbiatura che hanno scontato i Mavs. I Lakers del 2005-2006 non sono certamente una delle migliori versioni dei gialloviola viste nel XXI. L.A. paga ancora le scorie della rottura Kobe-Shaq, che ha portato ad un 2004-2005 disastroso, iniziato sotto Rudy Tomjanovich e finito con Frank Hamblen, ma soprattutto, senza Playoff. Dalle Finali NBA alla post-season da vedere semplicemente in televisione.

Il 2005-2006, dunque, è il primo anno della rinascita, e il ritorno di Phil Jackson rappresenta la garanzia migliore per ricostruire dalle macerie. I Lakers non hanno un supporting cast adeguato per Kobe, ma il numero 8 è ben deciso ad attirare le attenzioni su di sè, per poter dare appeal ad una piazza come quella di Los Angeles, al fine di attirare giocatori importanti e tornare competitivi.
Al 20 di Dicembre, Kobe stava segnando più di 31 punti a partita, 37 con più del 50% dal campo nelle ultime 5, con 43 segnati appena otto giorni prima agli stessi Dallas Mavericks, in una gara vinta di tre punti da parte dei Lakers.

Il materiale per aspettarsi un’esplosione c’era tutto, ma nessuno si sarebbe immaginato una cosa del genere. Nei primi due quarti la partita è tutto sommato aperta. Nel terzo Kobe comincia a segnare a raffica e a prendere un’enorme quantità di falli, che manda fuori fase i Mavs. Tecnico a Nowitzki, Avery Johnson espulso, e record su record che si avvicinano, per poi essere staccati verso il raggiungimento di nuovi traguardi. Prima quello di punti in una singola partita in stagione, superando LeBron (52), poi quello all-time dello stesso Kobe (56), per poi sfondare il muro dei 60, piazzandosi al sesto posto di tutti i tempi nel mondo Lakers. Il tutto in appena tre quarti di gioco.

La nota stonata? I Lakers mettono a segno 42 punti nel singolo terzo quarto, piazzando un parziale di +25 sugli avversari. Gara finita. Kobe viene festeggiato come fosse fine partita da uno Staples Center completamente ai suoi piedi, piedi che non danzeranno più sul parquet per il resto della serata.

Kobe 62- Dallas 61. “Kobe outscores Dallas”, “Kobe segna più di tutti i Dallas Mavericks” è il titolo che imperversa su web e giornali. Il risultato, tuttavia, non darà il via ad una stagione memorabile per i Lakers, che, pur riuscendo a qualificarsi per i Playoff, non riusciranno a passare il primo turno, a causa della scarsa competitività del roster. Nascerà, però l’allerta-Kobe, che in singola stagione diventerà semplicemente immarcabile, segnando 40 o più punti in altre 23 occasioni (erano state 5 nelle prime 24 gare), 50 in altre 5, ma soprattutto riuscendosi a fregiare della seconda prestazione di tutti i tempi, realizzando 81 punti contro i Toronto Raptors.

Cercando del materiale interessante sulla prestazione di Kobe contro i Mavs, ho più volte incontrato forum di tifosi di Dallas che si dichiaravano sollevati dall’esplosione del Mamba contro Toronto, così “non si sarebbe più parlato della figuraccia dei Mavericks”. Da una parte, come dargli torto, dall’altra, per chi ha vissuto la gara, è difficile non pensare a un Kobe da più di 80 già contro i Mavs, qualora avesse giocato nell’ultimo periodo.

Le parole rilasciate da Darrell Armstrong quando gli venne chiesto della prestazione da 81 di Kobe realizzata in concomitanza di una partita dei Mavs, sono in tal senso piuttosto chiare. “Pensate se la nostra partita fosse stata combattuta”, come a dire che se Kobe avesse giocato altre 10 minuti, ad entrare nella storia sarebbero stati senza dubbio i Mavericks.

12324975_10207274394310968_268816415_n

Kobe chiuderà il 2005/2006 con 35.4, sfondando una fortezza inespugnata dalla stagione 1986/1987, in cui Michael Jordan ne mise a segno 37.09 a partita, venendo eliminato anch’egli al primo turno di Playoff, dai Boston Celtics di Bird. Solo una delle tantissime affinità tra Kobe e il più grande di tutti i tempi, MJ.

La grandezza di Kobe, tuttavia, non è misurabile esclusivamente dai record. Il numero 8 e poi 24 dei Lakers ha segnato un’era, quella del post MJ, insieme ad almeno altri due protagonisti come Kevin Garnett e Tim Duncan. Kobe è stato una macchina da numeri, un vincente, uno spacca-spogliatoio, un modello, il peggior compagno di squadra possibile, ma allo stesso tempo l’unico a cui affideresti le tue sorti, un oro olimpico, un superbo atleta, un maniaco del gioco, un ossessionato dalla palestra. Last but not least, Kobe è stato un vincente, una cosa evidenziata in modo lampante da i cinque titoli NBA presenti nella sua bacheca; tutto questo non vale a spiegare la sua grandezza, perché il contesto in cui è maturata la sua carriera è quello di una NBA definitivamente globalizzata, cosa che lo ha reso un modello per centinaia di milioni di persone. La chiosa perfetta l’ha trovata Tom Ziller, in un articolo da “hater” dai tratti piuttosto sgradevoli perché non sempre attinente alle questioni cestistiche. “His legacy is in the millions of hearts he’s captured and in the millions of hearts he’s broke” tradotto “La sua eredità si trova nei milioni di cuori che ha colpito e nei milioni di cuori che ha spezzato”. Kobe è questo, e un altro migliaio di cose. Kobe è semplicemente il punto di riferimento di un’epoca cestistica.

Dallas Mavericks 90 – Los Angeles Lakers 112, 20 Dicembre 2005.

Kobe Bryant: Minuti 33, Punti 62, dal campo 18-31 (58%), da tre punti 4-10 (40%), ai liberi 22-25 (88%), rimbalzi 8, assist 0, recuperi 3, plus/minus +35.

“Bryant for the win…BAAAAANG!” – Phoenix Suns @ Los Angeles Lakers 97 – 98 / di Davide Quaranta

La stagione è sempre quella 2005/06, ma rispetto alla leggendaria notte della partita contro i Mavs, facciamo un salto temporale in avanti di quattro mesi e dieci giorni, per atterrare alla sera del 30 aprile 2006. La cornice, invece, è sempre quella; la preferita del pittore in maglia numero 8: lo Staples Center.

Prima, però, contestualizziamo il tutto facendo un passo indietro: i Los Angeles Lakers, reduci da una stagione fatta di alti (pochi) e bassi (parecchi) riescono comunque a entrare ai playoff con la settima testa di serie grazie alla miglior stagione a livello individuale mai disputata dal Black Mamba, chiusa con 35.4 punti per gara tra cui spiccano gli 81 in una notte di gennaio contro i Raptors, i già citati 62 in 3 quarti di gioco in faccia ai Mavs e una serie di sei partite chiuse a 46.0 punti per gara. Avversari di post-season sono i Phoenix Suns del due volte MVP in carica Steve Nash, da almeno un paio di anni tra le potenze della Western Conference.

La serie parte come tutti si aspettano, con una vittoria dei Suns in gara 1 che sembra fare da preludio a una serie se non scontata, quantomeno poco in equilibrio. In gara 2, però, i gialloviola riescono a giocare uno scherzetto al “baffo” D’Antoni, vincendo all’ US Airways Center nonostante un Kobe da “soli” 29 punti (con 10 rimbalzi e 5 assist), pescando dalla panchina un superlativo Lamar Odom e portando quindi la serie al sole della California sull’1-1, che sull’onda dell’entusiasmo diventa 2-1 Lakers dopo gara 3.

Dopo le prime tre partite in versione “ecumenica”, è proprio nell’ultima notte di Aprile, in cui si gioca il quarto episodio della serie, che Kobe dipinge uno dei suoi affreschi più belli e leggendari di tutta la carriera: il cronometro segna 7.9” da giocare, con i Suns in vantaggio 90-88 che possono usufruire di una rimessa che, se convertita, con due punti, regalerebbe loro il pareggio nella serie. Smush Parker mette a segno il furto più importante della sua (breve e non troppo gloriosa) carriera ai danni di Steve Nash, riuscendo a far carambolare la palla nelle mani di Devean George, che tempestivamente la affida al proprio numero 8, capace di segnare in terzo tempo rallentato quando mancano 0.7” alla sirena finale, forzando così l’overtime.

Nel supplementare le squadre continuano a rincorrersi e, sul 98-97 in favore di Phoenix, Luke Walton e Steve Nash si trovano a contendersi il possesso che può decidere (ma non lo farà, purtroppo per i tifosi dei Lakers) la serie con un salto a due a 6.1” dal termine. Nonostante un tempismo nel salto non proprio perfetto, a spizzare lo Spalding è il figlio del grande Bill, indirizzandolo verso la propria panchina dove, prontamente, la raccoglie ancora Kobe. Il cronometro continua a scorrere e tutti all’interno dell’impianto sanno che sarà lui stesso a prendersi il tiro per un eventuale vittoria. Lo sa anche Raja Bell – uno dei migliori difensori in circolazione in quell’anno – che si trova ad affrontare il Black Mamba in questo possesso decisivo. Come mostra anche il video sotto, Kobe entra nell’area dei tre punti in palleggio da sinistra, punta il “gomito” destro e, nonostante il raddoppio di Boris Diaw, decide di optare per un palleggio-arresto-e tiro…

Bryant for the win…BAAAAANG!” è l’urlo che esce dalla gola dell’incredulo Mike Breen, sovrastato da urla di gioia provenienti dalle tribune dello Staples, che entrano nel microfono e raggiungono chiunque stesse seguendo la partita sulla ABC.

Le immagini che seguono sono ciò che di più simile c’è all’estasi sportiva: mentre Tim Thomas viene immortalato come pietrificato con lo sguardo perso nel vuoto, i tifosi di L.A. si abbracciano e invadono il campo, ma soprattutto si mettono le mani nei capelli, incerti di quello che hanno appena visto.

Con questo canestro i Lakers (che, da non dimenticare, in quell’edizione schieravano in quintetto oltre al “Nostro”, Smush Parker, Lamar Odom, Luke Walton e Kwame Brown) si portano avanti 3-1 nella serie, sovvertendo tutti i pronostici fatti fino a quel momento. La corsa, però, si interrompe con il meraviglioso buzzerbeater di Kobe che, nonostante il 50ello estratto dal cilindro in gara 6, non riesce a trascinare la squadra all’ultimo successo, necessario per passare il turno.

Come già detto, la miglior stagione a livello individuale di Kobe Bryant non ha coinciso con la vittoria di un titolo NBA, anche se, forse, fare più di quanto è stato appena raccontato sarebbe stato francamente impossibile. Rimarrà comunque, nella mente di tutti, una delle stagioni più impressionanti disputate da un giocatore NBA nell’era “post-Jordan”, insieme con l’immagine di Kobe che esulta con il pugno serrato, ormai diventata un’icona della carriera del Black Mamba

La schiacciata in reverse contro i T-Wolves nel 2003 / di Federico Magnani

Non nego che il mio risveglio di lunedì sia stato scosso dalla news che ho letto su The Players Tribune. Il 24 si ritira a fine stagione. Bene ma non benissimo, cioè già è lunedì poi scopro che uno degli idoli della mia adolescenza, uno che c’è, gioca e mi incanta da quando ho un ricordo legato al basket, si ritira e precipito nello sconforto istantaneo. Preso dalla nostalgia e legato alla mia buona memoria, mi metto a scavare nel cassetto con la speciale etichetta “Kobe Bryant” tutti i ricordi che ho legati a lui. Ne viene fuori uno in particolare, la reverse tra Nesterovic e Garnett. La cerco su YouTube, 12 anni fa (sigh!)… Aveva 25 anni gli altri due ne avevano 27 ciascuno, uno un lungo molto forte, l’altro uno dei migliori 3 difensori della lega nel pieno delle sue forze. Ne viene fuori un capolavoro in controtempo del Nostro, che nel fare un gesto atletico come raramente fino ad allora si era visto, si sloga una spalla (guardare il video).

Ecco, dopo quel gesto si sintetizza tutta l’essenza di Kobe Bryant, uno di 25 anni si fermerebbe, esami clinici, terapie di recupero e tutto il gran varietà medico. No, il ragazzo comincia ad usare meno il braccio destro e per il resto della stagione migliorerà i suoi numeri con mano e braccio sinistro, in una maniera che così non si era proprio mai visto. Tanto da poter usare la sua mano sinistra nel futuro della carriera come ulteriore opportunità tecnica.

Nel primo video sgranato, ma abbastanza capibile una tripla di sinistro, un annetto dopo quell’infortunio e nel secondo una mossa di sinistro di qualche anno fa, quando ormai quei gesti erano nel suo repertorio in maniera consolidata appunto.
Questo è stato Kobe Bryant per me, quello che in ogni difficoltà mi ha insegnato che si può sempre avere un’opportunità positiva. Grazie a te Mamba, idolo per sempre.

L’ossessione / Luca Ngoi

Non so se tutti coloro che leggeranno questo articolo si ricorderanno dove si trovavano il pomeriggio dell’11 Settembre 2001, quando due kamikaze dell’area afferente al gruppo terroristico di Al Qaeda si schiantavano contro le Twin Towers. Io me lo ricordo, ma questo non è importante. Ciò che conta è che in quel momento, in quell’esatto istante, Kobe Bryant si trovava nella sua mega villa di Los Angeles. Non stava dormendo (sulla Costa Ovest era ancora mattina): aveva appena terminato il suo tipico allenamento mattutino perché sapeva con certezza che dall’altra parte del mondo qualcuno, fosse stato esso un ragazzino di 15 anni o un professionista veterano di 36, stava facendo la stessa cosa per superarlo. Quando penso a Kobe Bryant penso all’esempio del professionista modello, ma in realtà c’è molto di più. C’è la storia di un uomo che ha lottato per vincere più di quanto abbia lottato per qualunque cosa in vita sua, ma non solo. Con Kobe non è stato tutto finalizzato al puro raggiungimento della vittoria. Ho sempre avuto la sensazione che fosse il giocatore in attività al quale piaceva di più giocare a questo sport nel senso più genuino del termine. Come quando era un bambino che girava per le palestre di Pistoia o di Reggio Emilia, e in fondo erano solo lui e i suoi amici. Penso che se quando tornò in America dopo l’esperienza professionale del padre gli altri suoi coetanei non l’avessero emarginato e in parte ridicolizzato perché in fondo era più un liceale italiano che uno di Philadelphia (città con la quale infatti non ha particolari legami affettivi, anzi) forse in questo momento non staremmo parlando di Kobe Bryant come la leggenda che è diventato. Kobe ha sempre avuto solo il basket, perlomeno nei suoi formative years, e ha voluto fortemente diventare il migliore per dimostrare a tutti che si sbagliavano. In questo è anche paragonabile a Jordan, un altro che ha sempre preso gli affronti personali come stimolo per migliorare il proprio gioco. È chiaro che non bastano soltanto le motivazioni intrinseche per segnare 32683 punti nella Lega di basket più competitiva al mondo, ma mi sembra altrettanto chiaro che il primo avversario di Kobe Bryant sia da sempre stato Kobe Bryant, con tutto ciò che ne deriva, sul campo e fuori dal campo. Lo ha confermato anche Phil Jackson più volte, anche all’interno del suo libro “Più di un gioco”: nei primi anni di carriera il talento di Kobe gli permetteva di fissarsi degli obiettivi, strettamente personali, da raggiungere partita dopo partita. Un atteggiamento discutibile, che Jackson è stato bravo a correggere e a cambiare, indirizzando verso un obiettivo più produttivo, ovvero la vittoria di un titolo.

Anche Kobe è spesso caduto vittima della sindrome da superamento di MJ: con il suo talento e con i titoli che ha vinto non sarebbe potuto essere altrimenti, ma probabilmente ancor meglio di Lebron è l’unico giocatore che può andare vicino ad essere pienamente paragonato al 23 dei Bulls, anche semplicemente in termini di stile di gioco. La facilità nell’eseguire (e segnare) anche i tiri più difficili, l’efficacia nei momenti decisivi delle partite (i miei colleghi vi hanno portato diversi esempi) e, negli ultimi anni di carriera, la capacità di modellare il suo ruolo in campo in base alle esigenze della squadra (penso al periodo di partite con Bryant da playmaker durante i cronici infortuni di Steve Nash ormai tre anni fa). L’hanno amato in tanti (fatevi un giro sui social e guardate quante foto hanno postato in queste ore non solo fan e media, ma anche e soprattutto compagni e avversari), l’hanno odiato in molti (Dwight Howard alla richiesta: “Cosa hai imparato da Kobe?” ha risposto un serafico e gelido: “Prossima domanda”), ma non possiamo negare l’influenza che la carriera di Bryant ha avuto su tutti noi come appassionati e sul gioco del basket in generale. I ragazzi degli anni ’80 hanno avuto Magic e Larry, quelli nati a fine ’80, inizio ’90 hanno avuto Michael, ma penso che si possa dire che la generazione appena successiva, quella che aveva tra gli otto e i nove anni quando ha iniziato a vincere, ha avuto il Black Mamba come punto di riferimento, e come avete visto non è cosa che si possa dire di molti giocatori su questo pianeta.

Il canestro e nient’altro / di Claudio Pavesi

Si potrebbero citare migliaia di esempi per celebrare la carriera di Kobe. Gli 81 punti, la serie da quattro partite con almeno 50 punti, i titoli NBA, il crossover su Scottie Pippen e il relativo alley-oop per Shaq con cui ha chiuso i giochi in Gara-7 delle Finali di Conference 2000 contro i Blazers (ammetto, questo il mio “Kobe Moment” preferito) e tanto altro, ma la verità è che non riesco a ridurre tutto a un solo evento. Devo essere onesto, inizialmente non sopportavo Kobe Bryant per il semplice fatto che la mia assoluta devozione verso Shaquille O’Neal mi ha obbligato a schierarmi dalla parte di The Diesel al momento del loro storico litigio. Nonostante ciò, più passava il tempo più apprezzavo Kobe. Il suo gioco, la sua fame per la vittoria e il suo atteggiamento mi affascinavano.

L’atteggiamento di Kobe mi ha sempre colpito. Non scordiamoci che la vita del 24 è stata più volte motivo di discussione: il divorzio, l’accusa di stupro nel Colorado, le rivalità personali, il carattere da lupo solitario che lo ha costretto a bruciarsi forse qualche ponte di troppo. Ecco, nonostante tutto ciò, Kobe ha sempre giocato come se non ci fosse nient’altro al mondo. Anche quando fu sommerso dai fischi all’All-Star Game 2002, anche quando viene preso a insulti da tutti nella “sua” Philadelphia, a Kobe scivola tutto addosso come la pioggia fa sulle tegole dei tetti perché esistono solo il campo, il canestro e il pallone.

Di Kobe, in sostanza, amo il menefreghismo, nel senso più buono del termine, che ha verso tutto ciò che non prende il nome di “basket” e “Kobe Bryant”. Ho amato i timeout in cui parlava in inglese con tutti, in spagnolo con Gasol e in italiano con Vujacic. Amo la volontà di vincere a discapito di tutto il resto. Amo quella spocchia degna di uno che sa di avere sempre ragione ma risulta sempre elegante nel fartelo notare. Amo il fatto che non abbia mai nascosto di aver preso a piene mani dal modo di fare di Jordan, nel gioco quanto nella weltanschauung. Per questo ti dico grazie, Kobe. Grazie di tutto. Intendo quindi salutarlo con la foto che più amo di Kobe, foto che rimarca il mio ultimo punto sul legame con Jordan.

Kobe foto epica

Grazie ancora Kobe, da parte di tutta la redazione di My-Basket.it

1 commento

Clicca qui per aggiungere un commento

Rispondi