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Grazie Timmy

Duncan

Kobe Bryant e Tim Duncan sono i due giocatori che, più di tutti, hanno segnato gli ultimi vent’anni della pallacanestro NBA. Come avevamo già fatto per Kobe, abbiamo scelto di raccogliere i Duncan Moments che sono rimasti più impressi ad alcuni membri della nostra redazione. Con lo scopo di celebrare un indimenticabile campione e di ringraziarlo per tutto quello che ha regalato al nostro sport.

La tripla del pareggio nei Playoffs / Di Davide Quaranta

Premessa doverosa: non sono mai stato un grande amante di Tim Duncan: estimatore sì, ma diciamo che se qualcuno mi chiedesse di elencare i  giocatori che più ho amato, l’ormai ex numero 21 neroargento non entrerebbe nella top five, faticando anche a raggiungere la top ten. Non riconoscere, però, l’immenso talento, i successi e l’apporto fornito da TD nel cambiamento di un ruolo come quello dell’ala grande sarebbe qualcosa di profondamente ingiusto e ottuso, perchè quello che si è ritirato è sicuramente uno dei più grandi che la storia, in quel ruolo e non, ricordi.

È vero, è solo gara 1 del primo turno di playoff, ma davanti alla squadra di Popovich ci sono i Phoenix Suns di Steve Nash e Amare Stoudamire reduci da un 55-27 in stagione regolare che, nonostante sia il settimo miglior record della lega, devono accontentarsi del SESTO posto in una Western Conference selvaggia, dietro tra le altre agli Hornets di Chris Paul. L’accoppiamento “terza-sesta” in questo caso sembra più equilibrato di quanto i numerini del ranking non dicano, e gara uno ne è subito la prova, con i Suns che già al termine del tempo regolamentare  costringono gli Spurs a rincorrere per agguantare il pareggio a quota 93 grazie a una tripla di Michael Finley a 15.1” dalla fine. Si va al primo overtime, e quando mancano 12.6” da giocare, la situazione vede gli ospiti in vantaggio 104-101, con Popovich che chiama un timeout per disegnare ancora una volta un qualche gioco che porti ai 3 punti necessari per forzare il secondo supplementare.

Si rientra in campo, ed è Ginobili l’incaricato a rimettere in campo il pallone, che finisce subito nelle mani di Parker, per poi tornare all’argentino (marcato da Nash) dopo un passaggio consegnato. Il 20 in maglia bianca aspetta Duncan che, seguito da Shaq porta un blocco sul quale la difesa Suns sceglie una soluzione a metà tra il cambio e l’aiuto e recupero, con O’Neal che si spinge molto (troppo?) verso il centro-area all’inseguimento del palleggiatore. Duncan, dopo il blocco, fa qualcosa di insolito, e anzichè “rollare” si apre, giocando quello che a tutti gli effetti è un pick ‘n pop. La palla arriva con i tempi giusti, il 32 dei Suns è in ritardo, TD mette a posto i piedi e segna l’unica tripla della sua partita, che vale il 104-104, regalando un altro supplementare ai suoi, che poi vinceranno in volata 117-115, portandosi sull’1-0 in una serie vinta 4-1.

Per i soli parziali, Duncan chiude la gara a quota 40 punti e 15 rimbalzi, ai quali aggiunge anche 5 assist. Cosa rende questa tripla così speciale? Sembra scontato dire che questa sia l’unica tripla segnata (su 5 tentativi) dal Caraibico nei Playoff 2008, ma anche in regular season, la musica non è stata molto diversa: 0.1 tentativi a partita (4 triple tentate in 78 partite giocate), ovviamente i bersagli realizzati sono stati nulli.

Serve altro? Probabilmente no, ma per i più esigenti, ecco le cifre di Duncan di tutta la carriera, ultima stagione compresa:  35 triple realizzate su 203 tentativi (in 1443 partite giocate tra playoff e stagione regolare), per un totale del 17.2% da dietro l’arco, a fronte di 0.14 tiri tentati dai 6.75 m.

Ora, probabilmente, davvero non vi servirà altro, ma in caso contrario vi basterà aprire Youtube, digitare “Tim Duncan” e passare tutta la serata a rivedere le sue imprese.

Gli anni della vecchiaia / Di Filippo Antonelli

Mi è stato chiesto di raccontare il primo ricordo che mi torna alla mente pensando a Tim Duncan. Ma come si fa? Come è possibile scegliere? Il pensiero corre a quella volta che un magistrale Michele Placido raccontò durante una trasmissione Sky i motivi per cui ha sempre creduto in Del Piero. «Così, su due piedi…» gliene vennero in mente 65. Ecco, per Duncan vale lo stesso. Mi piacerebbe parlare di ogni suo canestro dopo aver appoggiato la palla al vetro (e chi lo fa più, al giorno d’oggi?). Mi piacerebbe analizzarli all’infinito, uno per uno, perché forse così distrarrei la mente da quel pensiero ingombrante che si fa largo nella mia mente. Quella vocina fastidiosa che mi dice che non vedrò più Duncan girarsi sul perno e cercare il tabellone con il semi-gancio o con il tiro in allontanamento. Mi piacerebbe ricercare le immagini, tutte, delle volte che Duncan ha rialzato un avversario da terra (e chi lo fa più, al giorno d’oggi?). Forse così riuscirei a non pensare al fatto che chissà quando ricapiterà un giocatore in grado di esprimere così tanta classe persino nelle pause tra un’azione e l’altra.

Ma purtroppo non posso. Non mi basterebbe lo spazio e nemmeno il tempo. Devo scegliere. Ed è così che opto per gli anni che più di tutti, a mio avviso, hanno consacrato definitivamente la sua leggenda: quelli del tramonto. Un tramonto che non c’è mai stato, a parte nell’ultima stagione. E ho deciso di scegliere una partita per anno a partire dal 2013. Quell’anno Duncan, con 37 primavere sul groppone, giocò una serie finale da 18.9 punti e 12.1 rimbalzi di media. Vinsero gli Heat, come tutti ricorderete, con Ray Allen che pareggiò dall’angolo una partita (gara 6) che sembrava già pesantemente compromessa per Miami. Ma ci fu qualcosa che mi fece pensare che quel risultato fosse tremendamente ingiusto: la prestazione di quel vecchietto col numero 21. 30 punti e 17 rimbalzi. Era dalle Finals del 2003 che non segnava così tanti punti in finale. Non bastò. E, anzi, in gara 7 l’epilogo fu ancora più drammatico, perché fu proprio Duncan a sbagliare il tap-in del pareggio nell’ultimo minuto. Per fortuna gli dei del basket gli restituirono la gioia del titolo un anno dopo.

E nei Playoffs 2014 ci fu un altro momento in cui Duncan girò all’indietro le lancette dell’orologio: la decisiva gara 6 delle finali di Conference contro i Thunder. Il rientro di Ibaka sembrava poter creare diversi problemi alla squadra di Popovich e a Duncan in particolare. La partita, grazie soprattutto a una tripla di Ginobili in uscita da un blocco di Duncan, si trascinò fino all’overtime. Fu allora che il 21 degli Spurs prese, per l’ennesima volta nella sua quasi ventennale carriera, la squadra sulle spalle: segnò due canestri in fila dal post basso, coronando con la vittoria una prestazione da 19 punti e 16 rimbalzi. Ma non ricorderemo né il Duncan del 2013 né il Duncan del 2014 come l’ultimo miglior Duncan che abbiamo visto. Proprio no. Nel 2015, a 39 anni suonati, Duncan risultò un rebus irrisolvibile nei Playoffs per una coppia di assoluto livello come quella composta da Blake Griffin e DeAndre Jordan. I Clippers vinsero comunque la serie in sette gare, nonostante un Duncan in grado di andare per quattro volte sopra i 20 punti e di realizzare per sei (!) volte una doppia-doppia. Sembrava di rivedere il giocatore che dominava la lega nei primi anni 2000: gli Spurs lo servivano in post e lui semplicemente tirava la palla verso il tabellone e trovava l’angolo perfetto. Quella serie vide Duncan uscire dal campo al termine di gara 7 dopo aver messo assieme 27 punti e 11 rimbalzi con 11/16 dal campo.

Questa stagione, la sua ultima, ha visto un Duncan definitivamente invecchiato. Popovich lo ha utilizzato col contagocce e le medie del caraibico sono state le più basse da quando è entrato in NBA. Eppure, c’è stato anche in questa annata un momento in cui tutta la sua grandezza ha saputo splendere. Fu nella partita di regular season di gennaio contro i Cavs. Ultimo minuto di gioco, Spurs che tentano disperatamente di difendere il +5 dalla rimonta di Cleveland. Aldridge vede Duncan prendere in posizione in post contro Love e non ha dubbi: gli passa il pallone. Virata, due palleggi fronte a canestro, giro sul perno verso sinistra e appoggio al vetro. Manuale del basket. Come sempre. È questo che voglio ricordare di Duncan: la sua capacità di continuare a spiegare pallacanestro anche a 37, 38, 39 o 40 anni. Ad un livello che, forse, a quell’età, nemmeno alcune delle più grandi leggende di questo sport hanno saputo offrire.

Il titolo 2014 / Di Andrea Brambilla

16 giugno 2014, gara 5 delle Finali NBA. E’ questo, per me, il ricordo più bello di Tim Duncan. Volevo vedermela fin dall’inizio ma il sonno ha prevalso e quando ho aperto gli occhi erano le 4 e mezzo. Non ci ho pensato un secondo e sono sceso subito a vedere la fine. Accendo la TV e siamo a metà quarto quarto, San Antonio abbondantemente in vantaggio. Un segno del destino: Popovich richiama Duncan in panchina. Tutto si ferma: la musica, i giocatori. Il pubblico si alza in piedi e inizia ad applaudire e a inneggiare un tribale “M – V – P! M – V – P! M – V – P!”. Vedo Diaw applaudire, Parker e Ginobili, pure LeBron. Io pure mi alzo in piedi, applaudo e mi do una pacca sul cuore, mentre Tim punta il dito al cielo in segno di riconoscimento. Ho le lacrime agli occhi dalla commozione e racchiudo tutto: la gioia di quel titolo, la felicità per gli Spurs, la remota consapevolezza che quello può essere l’ultimo titolo di un grandissimo. E infatti così è stato. Ma, per almeno quei 120 secondi di applauso, non ho voluto pensarci e godermi quelle lacrime intrise di gioia e quel sorriso di pura felicità sportiva per il numero 21, l’uomo che assieme a Shaquille O’Neal mi ha introdotto alla NBA.