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Hank DeZonie e i primi afroamericani in NBA

La National Basketball League, negli anni Quaranta, è stato un fenomeno interessantissimo dal punto di vista dell’integrazione razziale nello sport statunitense. Non solo aveva al suo interno squadre integrate, che prevedevano nel roster giocatori bianchi ─ in maggioranza ─ e giocatori afroamericani, ma aveva anche ammesso per la stagione 1948/1949 gli Harlem Renaissance, costringendoli però a giocare a Dayton. Gli Harlem Renaissance, legati al Renaissance Casino di Harlem, sono considerati come una delle squadre di pallacanestro più influenti nella storia degli Stati Uniti. Composti unicamente da giocatori afroamericani ─ anche durante la loro breve esperienza nella NBL ─ e dotati di uno stile di gioco unico per l’epoca, dagli anni Venti giravano gli States per partite di esibizione e non passavano inosservati. Nel 1939, vinsero la prima edizione del World Professional Basketball Tournament di Chicago.

Gli Harlem Globetrotters sono nati dopo i Renaissance e non sono nemmeno veramente di Harlem: nacquero come Savoy Big Five a Chicago, ma l’imprenditore Abe Saperstein comprò la squadra e le affibbiò l’indicazione geografica Harlem un po’ per entrare in competizione proprio con i Rens e un po’ per suggerire istintivamente il collegamento tra il nome della squadra e gli afroamericani che componevano la formazione. Ma non provate nemmeno a paragonare le due squadre: i Trotters, per volontà di Saperstein, deviarono presto dal basket giocato a spettacoli da circo. I Rens no. I Rens sono sempre stati ─ nei loro trent’anni di attività ─ una vera squadra di pallacanestro. La loro stagione in NBL non andò bene (16-43 di record, ma erano entrati in corsa sostituendo i Detroit Vagabond Kings ed ereditando il 2-17 iniziale) e al termine di essa cessarono le loro attività. Così come la NBL, che nell’estate del 1949 si fuse con la Basketball Association of America e andò a formare la National Basketball Association.

I Rens non furono tra le squadre ammesse in NBA e le ragioni sono prevalentemente economiche: come molte squadre professionistiche dell’epoca, avevano una scarsa solidità finanziaria. Tuttavia, nella loro unica stagione in NBL avevano schierato Hank DeZonie, un giocatore che era destinato a fare il grande salto e a guadagnarsi il titolo di pioniere. Nella prima stagione NBA nessun giocatore afroamericano scese in campo. Poi arrivò il Draft 1950. E Walter Brown e Red Auerbach si consegnarono alla storia per la scelta di Chuck Cooper di Duquesne. La letteratura riporta una citazione significativa attribuita a Brown, il proprietario dei Boston Celtics. Quando gli venne fatto notare che si trattava di un giocatore nero, rispose istintivamente: «Non me ne frega nulla se è a strisce, a quadri o a pois. Boston sceglie Charles Cooper da Duquesne».

La bomba era innescata: non bisogna pensare soltanto alle implicazioni in materia di integrazione, ma anche a quelle economiche. I giocatori afroamericani erano prerogativa di Saperstein e dei Globetrotters. Gli incassi al botteghino delle squadre NBA erano molto scarsi e per rimpinguare le casse veniva utilizzato come stratagemma il doubleheader: esibizione dei Globetrotters ─ che erano invece apprezzatissimi dal pubblico ─ seguita dalla partita NBA vera e propria. Scegliere un giocatore afroamericano significava mettersi contro Saperstein, che non perse tempo ad annunciare che non avrebbe più portato i Globetrotters nelle arene delle squadre che venivano meno al tacito accordo. Ma Walter Brown ebbe la fortuna di non trovarsi solo: i Washington Capitols, che avevano visionato in primavera Earl Lloyd e Harold Hunter, li selezionarono al nono e al decimo giro del Draft.

La presa di Saperstein sugli afroamericani si attenuò e Ned Irish dei New York Knicks, che aveva già fatto un tentativo ─ bocciato dalla NBA ─ nell’estate del 1949, ebbe finalmente la possibilità di acquisire dai Globetrotters il contratto di Nat Sweetwater Clifton. Se Chuck Cooper è stato il primo afroamericano scelto in un Draft NBA, Harold Hunter ─ tagliato prima dell’inizio della stagione ─ fu il primo a firmare un contratto e Earl Lloyd fu il primo a scendere effettivamente in campo. Cooper, Lloyd e Clifton, però, non furono gli unici atleti neri a giocare in NBA nella stagione 1950/1951: furono raggiunti da Hank DeZonie, l’ex giocatore degli Harlem/Dayton Rens, che firmò un contratto con i Tri-Cities Blackhawks.

L’avventura di DeZonie in NBA durò poco: appena cinque partite, con scarso minutaggio e 3.4 punti di media. Fu lui stesso a decidere di interrompere la sua carriera nella lega. Non poteva sopportare il razzismo fuori dal campo, le discriminazioni che subiva all’interno della sua stessa squadra e il difficile rapporto con un coach che, a detta sua, non capiva nulla di basket. Le carriere degli altri tre pionieri furono invece più lunghe, anche se non per forza particolarmente significative. Bisogna attendere Don Barksdale (approdato in NBA nel ’51) per avere il primo afroamericano convocato ad un All-Star Game. DeZonie era nato il 12 febbraio 1922 e il destino volle che, in quello stesso giorno di 12 anni dopo, nascesse l’uomo che fu più di tutti gli altri in grado di elevare la condizione e lo status dei giocatori neri di pallacanestro. Riscattando in parte anche quei pionieri che ─ per motivi non del tutto legati alle loro prestazioni sul campo ─ non ce la fecero. Il suo nome è Bill Russell. Ma questa, decisamente, è un’altra storia.