Houston-Dallas solo andata: può essere Parsons il grande colpo dell’estate?

Alzi la mano chi, il giorno del Draft 2011, avrebbe scommesso che nel giro di quattro estati quella 38esima scelta sarebbe passata da un contratto da 926 mila dollari l’anno a uno da 15 milioni (che diventeranno 16  tra due anni). Pochi? Pochi.
Ora, invece, alzi la mano chi aveva previsto anche che, per far sì che i Dallas Mavericks potessero offrire quelle cifre a Chandler Parsons, Dirk Nowitzki si sarebbe decurtato lo stipendio di circa due terzi, passando da 22 a 7 milioni di dollari, garantendo così alla propria squadra l’ingaggio di una delle più grandi e piacevoli (almeno per chi scrive) sorprese dell’ultimo triennio NBA. Se avete ancora la mano alzata contattateci: mai ci faremmo scappare un vostro consiglio sulla prossima combinazione del Superenalotto.

L’ESORDIO E LA CONSACRAZIONE A HOUSTON – Come avrete potuto intuire dalla singolare introduzione, l’ingresso di Chandler Parsons nella NBA non si può certo definire come roboante, vista la chiamata ad inizio secondo giro spesa per lui dagli Houston Rockets che, il 23 giugno stesso, lo inseriscono in una trade con i Minnesota Timberwolves per arrivare a Motiejunas, salvo poi riprenderlo immediatamente in cambio di denaro contante, e finalmente metterlo sotto contratto. Terminato il lockout che lo porta a vestire per tre gare la maglia dello Cholet,  nel giorno di Santo Stefano la stagione da rookie di Parsons comincia dalla tribuna, dalla quale assiste alla sconfitta 95-104 dei suoi Rockets contro gli Orlando Magic di quel Dwight Howard che diventerà poi suo compagno di squadra, grande amico e che addirittura gli regalerà una Ferrari dopo una scommessa persa.
Già dalla gara successiva, però, il numero 25 abbandona gli abiti eleganti per infilarsi canottiera e pantaloncini bianchi, nell’esordio casalingo al Toyota Center nel derby texano contro gli Spurs, in cui entra dalla panca e segna 5 punti; quei pantaloncini e quella canottiera, di fatto, non vengono  più svestiti fino ad aprile, visto che il nativo da Casselberry timbra il cartellino 63 volte, viaggiando a 9.5 punti e 4.8 rimbalzi, che gli valgono l’inserimento nel secondo quintetto rookie della lega.
Nelle due stagioni successive Parsons diventa la terza pedina più importante sullo scacchiere di Kevin McHale che vede la propria fiducia ripagata dalla costante crescita delle cifre (15.5+5.3 nella stagione 2012/13 e 16.6+5.5 in quella successiva).

L’OFFERTA CHE FA SALTARE IL BANCO – Nel (non troppo) caldo luglio 2014 arriva qualcosa che cambia le carte in gioco: Parsons è free agent e i Rockets, fino a poco prima sicuri di poterlo rifirmare, rischiano ora di vederselo sfuggire grazie all’irruzione sulla scena dei Lakers e dei Dallas Mavericks.
Tramontata l’ipotesi losangelena, il banco salta definitivamente quando Mark Cuban, desideroso di regalare a Nowitzki una ala piccola di alto livello, dopo aver “perso” Carmelo Anthony, offre a Parsons un contratto da 45 milioni in 3 anni (con player option già al terzo anno), rendendo i Rockets impossibilitati a pareggiare un’offerta resa possibile solo grazie alla “autoriduzione salariale” del tedescone di cui sopra e facendo spostare il “ragazzo con la faccia pulita” di poche miglia all’interno dello stesso Stato.

 IL COLPO DELL’ESTATE? –  Anche escludendo il ritorno di LeBron a Cleveland, definire questa operazione come il colpo dell’estate  può sembrare (e forse lo è anche) un po’ azzardato; a pensarci bene, però, potrebbe non esserlo così tanto. Torniamo con la mente ai playoff della stagione passata: qual è stata l’unica squadra ad aver impensierito seriamente i San Antonio Spurs, campioni al termine di una stagione da favola? I Dallas Mavericks, che sono riusciti a trascinare Duncan e compagni fino alla settima partita, dove però la superiorità dei neroargento è stata schiacciante. Il punto, però, non è tanto nel CHI, ma nel COME i Mavs abbiano portato il derby texano fino alla “bella”: andando a spulciare le statistiche della serie balza subito all’occhio come il minutaggio concesso da Carlise sia tendenzialmente sbilanciato verso i “piccoli” del roster, con Dalembert unico centro puro ad aver giocato una buona fetta di serie (135 minuti sui 336 disponibili) che spesso si è tradotta in uno “small ball” costruito intorno a Dirk Nowitzki, impiegato spesso da numero 5.
L’arrivo di Parsons, quindi, si sposa perfettamente con quanto detto finora, considerato anche che lo zoccolo duro del roster 2013/14 è stato confermato, mantenendo Ellis, Nowitzki e aggiungendo nomi non di secondo piano come Felton e Jameer Nelson, pronti a rinforzare il reparto esterni, e soprattutto Tyson Chandler, con il compito di rendere un po’ più lunga la coperta difensiva che tante volte è risultata troppo corta per il tedesco. Il neo arrivato dai “cugini” di Houston, come già detto, ha mostrato una costante crescita di prestazioni e cifre, una solidità rara per giocatori così giovani e, soprattutto, non ha mai richiesto di essere al centro dell’attenzione, preferendo anzi mantenere il profilo basso, nutrendo una grande dedizione al lavoro, vestendo i panni del secondo o terzo violino sul campo, senza mai una parola o un atteggiamento fuori posto.Il più classico, insomma,  dei “bravi ragazzi”, che potrebbe rendere (assieme a Dirk, perchè alla fine si passa sempre da lì) i Mavs la vera contender degli Spurs per quel che riguarda la Western conference.

P.S: Non dimentichiamo che Nowitzki ha “garantito” per lui; questo dovrebbe bastare e anche avanzare

photo: mavsfanatic.com