I 5 motivi per cui i Dallas Mavericks meritano di qualificarsi per i Playoffs

La lotta nella Western Conference è sempre più serrata: ad oggi anche i Portland Trail Blazers non possono più sentirsi sicuri di un posto tra le prime otto. Se Spurs (55-16) e Thunder (52-19) dovrebbero mantenere le attuali posizioni, ci può ancora essere lotta per il terzo posto tra i Clippers (50-22) e i Rockets (48-22). Alle loro spalle è autentica bagarre: quinti i Blazers (45-27), sesti i Warriors (44-27), settimi i Grizzlies (43-28), ottavi i Suns (43-29) e solo noni, con lo stesso record di Phoenix, i Dallas Mavericks (43-29). È chiaro che tutte queste squadre, visti i record spropositati – i Mavs sarebbero terzi nella Eastern Conference –, meriterebbero la post-season, ma una di loro dovrà andare in vacanza con un mese d’anticipo. Andiamo a vedere perché i Dallas Mavericks meritano una chance nei Playoffs.

1. Perché Dirk Nowitzki è ancora uno dei migliori giocatori della lega

Il tedesco ha compiuto 35 anni lo scorso giugno e sembrava destinato a ridimensionare il proprio ruolo nella lega dopo una stagione – giocata per metà a causa di un infortunio – da 17.3 punti di media, la prima sotto i 20 a partita dal 2000. Invece Nowitzki si è rimesso al lavoro con la sua consueta professionalità e ha ritrovato una continuità strabiliante per un giocatore che si porta dietro 35 primavere. Il suo gioco offensivo non è cambiato di una virgola e, anzi, il tedesco sta vivendo la sua miglior stagione per percentuale da due punti da quando è in NBA. Naturalmente, il suo marchio di fabbrica resta sempre e comunque quel magnifico fade-away dal post: Dirk è 89/158 (56.3%) nei tiri in allontanamento in questa stagione. Carlisle sta gestendo il suo fuoriclasse in maniera simile a quanto fa il suo vicino di casa Popovich con Tim Duncan: lunghi minuti in panchina per averlo fresco nei finali di partita e nel finale di stagione. Nowitzki gioca 32.4 minuti a partita, il suo secondo minutaggio più basso dal 1999 in poi. Non è un caso che l’attuale stagione di Dirk, parametrata sui 36 minuti, potrebbe competere con le migliori della sua carriera.

2. Perché Monta Ellis è un giocatore di sistema

Ok, questa è un po’ una forzatura. Ma alzi la mano chi si sarebbe aspettato di vedere un Monta Ellis così disciplinato e così concentrato sul non interrompere oltremodo il flusso di gioco della squadra. Certo, l’importanza di Ellis nel sistema dei Mavericks sta anche nella sua capacità di crearsi i tiri senza bisogno del supporto dei compagni: solo il 33% dei suoi canestri è scaturito da un assist di un altro giocatore di Dallas. Rispetto alle sue precedenti esperienze, tuttavia, Ellis ha abbandonato quel ruolo di eroe solitario a lui prima tanto caro e si riserva di sfoderare le sue giocate individuali per i momenti di difficoltà della squadra e per i minuti finali delle gare. Non è un caso che la maggior parte dei suoi punti stagionali (366 dei 1366 totali) arrivi proprio dai quarti periodi. Se questo non bastasse per quantificare il colpaccio estivo di Mark Cuban, aggiungiamo che Ellis è il miglior assistman della squadra con 5.7 passaggi decisivi di media.

3. Perché Shawn Marion è costante e Vince Carter è un sesto uomo di lusso

Scorrendo il roster dei Mavericks, salta subito all’occhio il dato anagrafico: sei dei sette giocatori che stanno in campo per almeno 20 minuti ogni sera hanno già superato i 30 anni. Oltre al già citato Nowitzki, ci sono Calderon, Carter, Marion, Dalembert e Devin Harris. È impressionante la costanza che sta mantenendo Marion da quando veste la casacca dei Mavs: non è più un realizzatore da quasi 20 punti di media come negli anni a Phoenix con Steve Nash, ma è sempre l’atletico e arcigno difensore che ha in aggiunta quella rara capacità di trasformare in oro in attacco alcuni palloni raccattati dalla spazzatura. Nonostante quella sua tecnica di tiro tutt’altro che ortodossa, Marion sta cercando di essere il più pericoloso possibile dagli angoli e sta mantenendo buone percentuali dall’arco (34.3%, terza miglior percentuale da tre in carriera). Ancora più impressionante l’apporto del 37enne Vince Carter dalla panchina. L’ex stella di Raptors e Nets riesce ancora a cambiare il ritmo dei suoi a partita in corso e, decisamente, può essere un fattore dal perimetro per la franchigia texana. In stagione ha anche regalato qualche lacrima agli appassionati di lungo corso con schiacciate amarcord che appartenevano al suo repertorio giovanile.

4. Perché José Calderon è il playmaker perfetto per Carlisle

Non vogliamo lanciarci in paragoni scomodi perché la differenza di talento e di carriera tra i due giocatori è sotto gli occhi di tutti, ma i Mavericks sembrano aver trovato di nuovo un playmaker funzionale nel post-Kidd dopo la poco felice parentesi con Darren Collison e Mike James. Calderon è tutto quello che serve ai Dallas Mavericks: sa gestire i ritmi dell’attacco, è un ottimo passatore ed è un eccellente tiratore da tre (45.5% in stagione). I texani stanno traendo un notevole beneficio dall’aggiunta del giocatore spagnolo, pedina perfetta per innescare coi tempi giusti Nowitzki, Carter ed Ellis e per aggiungere pericolosità sul perimetro. Nulla contro Darren Collison, che sta vivendo una buonissima stagione da sesto uomo ai Clippers, ma in una pallacanestro di frequenti scarichi e ribaltamenti, come quella dei Mavericks, un tiratore aggiunto è necessario e oltretutto lo spagnolo garantisce un numero bassissimo di palle perse (1.3 a gara) nella circolazione di palla dei texani. Menzione anche per la sua riserva, Devin Harris, che è rientrato bene dall’infortunio che lo ha costretto a saltare 42 partite e sta distribuendo 4.1 assist di media in 20 minuti di utilizzo.

5. Perché la pallacanestro di Carlisle è una delle migliori della NBA

Basta guardare una partita dei Mavericks per capire questa affermazione. Il sistema di Carlisle ha fornito ai Mavs negli anni un gioco equilibrato e solido che permette alla squadra di esprimere una pallacanestro di grande qualità. La soluzione principale resta ovviamente Dirk Nowitzki in post, ma l’innesto di Monta Ellis ha permesso ai texani di aggiungere imprevedibilità al loro gioco. I due uomini cardine per ripartire equamente le responsabilità offensive sono Nowitzki e soprattutto Calderon: il tedesco sa capire benissimo quando un passaggio è più utile di un tiro, lo spagnolo è entrato alla perfezione nei meccanismi della squadra e ha le caratteristiche perfette per gestire un gioco di questo tipo. Non è un caso che i Mavericks figurino ai primi posti della classifica per punti ogni 100 possessi (108.7, terzi), per percentuale effettiva di tiro (52.5%, quarti) e per assist ogni 100 possessi (18.1, quinti). Non solo: i Mavericks hanno 1.74 assist per ogni palla persa e sono secondi nell’intera lega in questa voce statistica. Un collaudato sistema basato sulla circolazione di palla, con gli interpreti giusti, porta a buoni tiri e i Mavs ne sono il perfetto esempio. La fase difensiva, a causa delle caratteristiche individuali degli elementi a disposizione di Carlisle, ruota quasi esclusivamente attorno a Marion e Dalembert ed è lontana dalla solidità del 2011: i Mavs subiscono 105.6 punti ogni 100 possessi. In questa statistica sono la peggior squadra dopo i Knicks tra quelle che lottano per un posto nei Playoffs.

Photo: dallasnews.com