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I giocatori da playground sarebbero in grado di giocare tra i professionisti?

È più o meno da quando seguo il basket che ho scoperto l’esistenza di figure che definirei quasi mitologiche. In un precedente articolo avevamo parlato della “cultura del campetto”, diffusa sia in Italia sia soprattutto negli Stati Uniti, e facevamo riferimento agli eroi di questi luoghi: persone dotate di un talento straordinario, ma che per un motivo o per l’altro non sono mai riusciti a sfondare, e in certi casi nemmeno ad entrare, nel mondo del professionismo. Sull’argomento sono stati scritti anche diversi libri, il più famoso dei quali è “Black Jesus”, dell’ineffabile Federico Buffa, ma contestualmente a lui se ne è occupato anche Daniele Vecchi con un titolo semplice quanto chiaro (“Heroes), e successivamente Christian Giordano con il suo interessante e ben documentato “Lost Souls”: sono tutti libri che vi consiglio e che spiegano, tutti in modo diverso, le parabole di vita dentro e fuori dal campo di personaggi come Richard “PeeWee” Kirkland, Herman “Helicopter” Knowings, Earl “The Goat” Manigault e innumerevoli altri, dunque fare riferimento direttamente alle loro carriere non è il nostro intento di oggi.

Mi sono sempre chiesto: “Quanto può valere un “Helicopter” in una lega professionistica? Sarebbe decisivo anche lì? Come giocherebbe? I tifosi lo amerebbero all’unanimità e lo acclamerebbero come lo hanno acclamato durante i suoi anni di show nei campetti d’America?” Sono tutte domande alle quali non è facile una risposta, ma possiamo provarci analizzando diverse ipotesi.

1) I GIOCATORI DA PLAYGROUND DOMINEREBBERO ANCHE TRA I PRO
È una teoria molto accreditata soprattutto tra coloro che hanno testimoniato le gesta degli “eroi” della cosiddetta vecchia scuola. I “PeeWee” Kirkland, gli “Helicopter”, i “Goat”, gli “Animal” Adams. Secondo i testimoni oculari dell’epoca tutti questi giocatori avrebbero potuto tranquillamente essere protagonisti anche nelle Leghe professionistiche dell’epoca. Consideriamo che negli anni ’50, ’60 e ’70 la NBA non era in alcun modo la potenza economica e mediatica che è diventata dal 1980 in poi, e in particolare dal 1984. Certo, c’erano grandi giocatori (Cousy, Russell, Chamberlain, West giusto per fare quattro nomi sparsi nel tempo), ma la percezione da parte della gente non era quella di oggi. La NBA era vista, soprattutto fino alla seconda metà degli anni ’70, come una Lega principalmente per bravi ragazzi bianchi e generalmente sottopagati. Non c’erano allenatori neri, né telecronisti, e gli stessi Russell e Chamberlain (le principali star dell’epoca pre Bird e Magic) non erano per niente “cool” per le famose questioni legate al razzismo dilagante oltreoceano. In questo modo il basket in strada era sì praticato per la maggior parte da ragazzi neri e dotati di un talento senza pari, che al tempo stesso però non avevano la minima intenzione di darsi al professionismo anche perché, del resto, uno come “PeeWee” all’inizio degli anni ’70 poteva incassare fino a “20mila dollari a partitella”, come ci racconta Giordano in “Lost Souls”, e il resto del sostentamento spesso arrivava dallo spaccio di droga, l’altra grande attività per la quale questi ragazzi erano famosi. Detto ciò fatevi due conti e noterete che per la mentalità dell’epoca era molto più conveniente rimanere in un contesto di playground piuttosto che entrare a far parte di una squadra organizzata. Secondo Peter Vecsey (famoso giornalista della stampa newyorchese, firma autorevole ma non necessariamente clemente), Joe “The Destroyer” Hammond, altro grande protagonista dei playground della Mela tra gli anni ’60 e ’70, poteva “aspirare alla NBA. Era di una classe a parte”, tanto che lo volevano i Lakers. Non se ne fece niente per i soliti problemi comportamentali e di gestione, ma è sicuro che, come le altre leggende dei playground dell’epoca avrebbe potuto tranquillamente rivaleggiare con un Julius Erving, o campioni comparabili.

Pee Wee nel documentario "Doin in in the Park"
Pee Wee nel documentario “Doin in in the Park”

2) I GIOCATORI DA PLAYGROUND POTREBBERO GIOCARE TRA I PRO, MA NON DOMINARE
Altra teoria interessante. Una cosa è fare quel che si vuole al campetto, dove la difesa è spesso (sempre?) trascurata e trascurabile, ma tutt’altro è replicare determinate mosse in un contesto nel quale non si ha la palla in mano per il 90 percento del tempo e il livello fisico è generalmente più alto. Prendiamo il caso di uno degli “streetballers” più famosi attualmente: Grayson “The Professor” Boucher (avete presente il video nel quale un tizio travestito da Spider Man distrugge altri tizi casuali al campetto? Ecco: lui è Spider Man). Nonostante fosse un fenomeno con la palla in mano, e fosse comunque stato selezionato nel miglior quintetto dello Stato dell’Oregon ai tempi dell’high school, riuscì soltanto a ricevere una borsa di studio per un Community College (una sorta di passaggio intermedio tra la high school e il college vero e proprio). Neanche lui dunque ha mai tentato la via del professionismo, ma in questo caso possiamo dire che non ce l’ha fatta proprio per questioni fisiche e per il fatto che per essere efficace avrebbe dovuto giocare soltanto uno contro uno in isolamento: impossibile. The Professor si guadagnò il suo soprannome dopo essersi unito al Mixtape Tour della And1 nel 2004: la stessa casa di produzione che qualche anno prima aveva lanciato il più famoso streetballer dell’era moderna: Rafer “Skip To My Lou” Alston, il quale era il protagonista della prima vhs prodotta da And1 nel 1997 e che, a differenza di tutte le leggende delle quali abbiamo parlato, riuscì effettivamente ad entrare in NBA. Viene selezionato al Draft del 1998 e di fatto non uscirà dalla Lega fino al 2010, dopo un viaggio che avrà toccato alla fine otto città con qualche punta di D-League. Al campetto “Skip” era una sorta di semi dio, le sue gesta in quella prima vhs, in un video sgranato e “pixeloso” avevano fatto innamorare migliaia di ragazzi e mandato in orbita una casa di abbigliamento che di fatto aveva trovato grazie a lui un nuovo metodo di sostentamento. Un giocatore che resiste più di cinque anni in NBA (pur venendo scambiato quasi ogni stagione), costruendosi una carriera da 10.1 punti, 4.8 assist e 2.8 rimbalzi è tutto tranne che un flop; la sua annata migliore è stata quella 2006 ai Rockets (la squadra che più lo ha amato e compreso), dove ha toccato i 13.3 punti e i 5.4 assist in un contesto vincente, ma nonostante l’amore e la riconoscibilità in ogni arena NBA non si può dire che abbia in alcun modo dominato o fatto la differenza. Il migliore e più famoso giocatore da strada moderno in NBA non è stato più che un discreto giocatore di ruolo in squadre che non hanno mai vinto nulla ed è risultato spesso una pedina di scambio: non anonimo, ma neanche stella. E allora cosa è meglio? Vivere ammirati come leggende al campetto e nei tour organizzati da And1 e Ball Up (altro team di streetballers professionisti) o essere un altro giocatore di medio livello in NBA? Cosa vale di più? Cosa porta più soddisfazioni? Forse è vero che…

The Professor con la maglia di And1
The Professor con la maglia di And1

3) I GIOCATORI DA PLAYGROUND FAREBBERO MEGLIO A RIMANERE AL PLAYGROUND
Ma sì. Alla fine forse è meglio così. In Italia, in Europa in generale, come negli US forse è meglio che i giocatori, e in particolare le leggende del playground rimangano in questo tipo di ambiente. Immaginatevi la scena: partita di regular season NBA/Serie A/Prima Divisione; lo streetballer palleggia cinque, sei, sette volte, tenta un crossover che gli riesce, manda a sedere l’avversario, penetra in area dove lo aspettano i due lunghi dell’altra squadra che gli chiudono la strada. A questo punto un normale esterno di qualunque categoria passerebbe fuori, o cercherebbe una soluzione diversa da quella che inevitabilmente prende lo streetballer, ovvero: sfida i due lunghi e cerca di segnargli in faccia con un appoggio rovesciato che però si stampa sul ferro. Risultato: alla prima palla ferma il giocatore da campetto viene sostituito, il coach è su tutte le furie e il giocatore è demotivato chiedendosi cosa ci sta a fare in una squadra che non lo lascia esprimere come vorrebbe.

La competizione e la pressione, man mano che il livello sale, è una discriminante fondamentale per questo tipo di giocatori. Nei playground, o nelle esibizioni di squadre come Ball Up adesso e And1 all’epoca sostanzialmente non c’è nulla in palio: si gioca per divertirsi e far divertire gli spettatori, oltre che per superare i propri limiti tecnici, ma sono più sfide per sé stessi, che da un certo punto di vista elevano il gioco perché propongono mosse che non si vedono tutti i giorni e tu spettatore ti chiedi come diavolo facciano, ma sotto un altro aspetto forse lo banalizzano, riducendolo a poco più che uno sport individuale nel quale conta quasi soltanto l’uno contro uno e allora ti accorgi che forse non è più basket, ma un’altra cosa.

Perdonerete la piccola nota autobiografica in chiusura di questa analisi, ma pochi giorni fa mi è capitato di vivere un episodio che spiega bene il perché i giocatori da playground lì dovrebbero rimanere, senza che ci sia nulla di vagamente offensivo in questa affermazione.

Mi trovavo in uno dei campetti della mia città: ad un certo punto arriva un ragazzo con il quale avevo già giocato una volta, ma che non conosco bene. Iniziamo a tirare (aggiungere onompatopee per rumore di ferro e tabellone ripetutamente colpiti). Parliamo del più e del meno, e gli chiedo: “Ma tu giochi in una squadra?” Risposta: “No, io non gioco a basket. Mi ha insegnato qualche anno fa mio fratello, ma gioco soltanto qui al campetto. Sai, penso che sia meglio giocare qui: mi sento più libero, non c’è nessuno che ti dice niente se sbagli, e poi mi piace l’idea di giocare soltanto a metà campo.”

Questa affermazione mi ha colto alla sprovvista, perché vedendolo giocare mi aspettavo facesse parte di qualche squadra, per quanto minore, ma soprattutto per il senso di libertà mista a felicità e gioia nel giocare che fuoriusciva dalle parole di quel ragazzo, che mi hanno dato la conferma del fatto che si può essere felici per tutta la vita anche giocando soltanto in un campetto di cemento in periferia.