I nuovi Timberwolves all’alba della trade: tra speranze e certezze

With the fifth pick in the NBA Draft 2008, the Minnesota Timberwolves select…Kevin Love, from UCLA”. Comincia così l’avventura di Love nella Lega di basket più prestigiosa al mondo. In Minnesota sperano che l’ex Bruins li possa portare ai playoff in breve tempo e che il digiuno causato dalla partenza di Kevin Garnett alla volta dei Boston Celtics sia solo momentaneo. Ma la squadra non è costruita per nulla su basi solide, anzi. Love è l’unica stella in un cielo vuoto, dove Al Jefferson è considerato un mediocre giocatore, il play titolare è Sebastian Telfair (!) e Corey Brewer non ha fatto ancora il salto di qualità dei Nuggets. Gli anni a seguire vedono continue scelte al Draft nelle prime 10, di cui solo una davvero di valore: Rubio. L’altro giocatore d’impatto venuto in Minnesota, Pekovic, viene addirittura dal secondo giro. Una squadra così non può girare e Love diventa l’unica ragione per cui gli abitanti del Minnesota vanno al palazzetto. In un sistema perdente, con un All –Star confermato ci si aspetta che qualcosa cambi. Arriva quindi la “minaccia”, rivolta alla gestione del team: datemi un team vincente, o me ne vado. Il 2013 sembra l’anno della svolta: giovani interessanti, il rientrante Corey Brewer e Kevin Martin affiancano un Love voglioso di disputare i primi playoff in carriera. Illusione. Il resto della storia, sappiamo come sia andato.

KEVIN & KEVIN – Analizzare la trade per Kevin Love vuol dire certamente vedere i partenti e le controparti, ma soprattutto vuol dire confrontare l’altra grossa trattativa che i Timberwolves hanno fatto: quella che portò Garnett ai Celtics il 31 luglio 2007. La trade che coinvolse più giocatori in cambio di una singola controparte nella storia della NBA. Il solo Garnett era destinato a rinforzare Boston, ceduto in cambio di Telfair, Jefferson e altri cinque giocatori che avrebbero invece dato inizio al cantiere sul grande lago. Dopo aver fatto quasi una trade a stagione, da quel giorno in poi, l’anno scorso è stata finalmente data base stabile a un team effettivamente stufo di mancare i playoff, in cerca di un leader che lo accompagnasse e lo aiutasse a crescere. E quel leader è Ricky Rubio. Lo ha dichiarato lo stesso Saunders nella conferenza che ha seguito l’ufficialità della trade: “Ha le capacità giuste per guidare questa squadra”. Questa fiducia è scritta a chiare lettere sul quinquennale al massimo salariale che farà da rinnovo. La trade per Love non è servita a ripartire da zero, come si fece nel 2007, ma a dare ulteriore rinforzo a un team che ha già le sue fondamenta. La trade per Love è servita per rimpiazzare un pezzo importante di un meccanismo già abbozzato.

ARRIVI E PARTENZE – Al di là di Love e del suo impatto, è corretto e doveroso analizzare cosa i Timberwolves abbiano fatto per rimpiazzare i partenti. Shved era di troppo, si sapeva che sarebbe stato ceduto prima o poi e questo lascia più spazio a Barea e, soprattutto, a Mo Williams, reduce della positiva esperienza con Portland, nel corso della quale ha disputato i playoff con ottime cifre. Anthony Bennett avrà l’occasione del riscatto. La sua Summer League è stata molto buona, ha perso peso e ha dato prova di buon tiro e di atletismo; non dovrà sentire la pressione di partire in quintetto, anzi potrebbe svolgere un ruolo come scorer uscente dalla panchina…ammesso che continui a migliorare, ovviamente. Zach La Vine è forse il giocatore più atletico che abbia messo piede a Minnesota negli ultimi anni: questa autentica macchina da schiacciate ha mostrato abilità e dinamismo unici nel loro genere, e un po’ di spettacolo non guasta mai, in una partita. Di Thaddeus Young si è parlato e anche molto, nel corso degli ultimi giorni: la chioccia non così vecchia, sicuramente tra i giocatori più anziani di Minnie e che saprà dare esperienza a un reparto lunghi in cui, con l’aiuto di Pekovic, potrà migliorare le percentuali della sua ultima stagione a Phila.

ANDREW WIGGINS – Il capitolo più interessante di tutta la trade, quello di cui si è discusso maggiormente. Un giovane di talento, destinato a crescere e a diventare, forse, tra i migliori giocatori dei prossimi 5 anni. Stando alle parole di Saunders, è il collegiale più forte dai tempi di LeBron. È ovvio che debba migliorare nel ball handling e nelle capacità di tiro, ma è un altro cui l’atletismo non manca di certo. Avrà anche il vantaggio, per i primi tempi, di avere Chase Budinger che partirà nello S5 al posto suo, così da potersi fare le ossa e aumentare gradualmente il suo minutaggio. Lui avrà voglia di prendersi la rivincita dopo il trattamento riservatogli e ha di certo chi lo sostiene nella sua causa. “Cleveland sta facendo lo stesso errore che fece Charlotte con me. Se ne pentiranno amaramente”. Parola di Kobe Bryant.

I NUOVI LUPI – Minnesota è, a tutti gli effetti, una squadra con un’impostazione definita. Forse non di eccelso livello nel presente, ma le mosse fatte da Saunders sono più mirate al futuro della franchigia. Secondo alcuni, Wiggins può diventare veramente il nuovo Bryant; Bennett non può fare peggio dell’anno scorso e Thad Young è l’uomo d’esperienza di cui c’era bisogno, assieme a Mo Williams. Le ultime due prime scelte non avranno l’obbligo di farsi subito valere: con un team del genere, possono maturare con calma. Ecco quindi un’ipotesi di quintetto per questa nuova squadra di Minneapolis:

C Pekovic; AG T. Young, AP Budinger; G Martin; PM Rubio. Mo Wiliams sesto uomo

Attorno, vediamo Corey Brewer, Turiaf e un Dieng voglioso di progredire. Tutti con un unico scopo: riportare Minnesota alla post season, sotto la guida di coach Saunders. Perché il nucleo possa crescere, ognuno deve dare ovviamente il suo e fare la sua parte; non è azzardato, alla luce di questo scambio, vedere, in questi T’wolves, i Suns dell’anno scorso. Magari è solo un azzardo; ma lo stesso azzardo lo fecero Goran Dragic e soci fino ad Aprile. Se tutto va bene, Minnesota è la squadra del futuro e smetterà di essere la barzelletta della NBA.