I re del gancio: evoluzione dell’hook shot e suoi principali artisti

La pallacanestro è uno sport e come tale è composto da gesti tecnici. Alcuni gesti hanno avuto la forza di rimanere immortali e venerati per la loro bellezza ed efficacia. È il caso del finger roll di George Gervin, del Dream Shake di Hakeem Olajuwon, di The Shot di Michael Jordan, del crossover di Allen Iverson e, ultimo solo in ordine cronologico, del fade-away col ginocchio sollevato di Dirk Nowitzki. Solo The Shot e il Dream Shake, forse, possono accostarsi da lontano alla purezza del gancio, una tecnica la cui invenzione si fa risalire a George Mikan. Il gancio-cielo di Kareem Abdul -Jabbar è ancora oggi largamente ritenuto il più bel tiro di tutti i tempi.

Anni ’40 e ’50: Hook shot, George Mikan (Minneapolis Lakers) e Cliff Hagan (St. Louis Hawks)

Come dicevamo nell’introduzione, George Mikan è l’inventore del gancio. Un piede appoggiato a terra, l’altro sollevato, braccio in alto e mano che rilascia dolcemente il pallone con una parabola arcuata. Mikan, il cui soprannome è Mr. Basketball, era un gigante per l’epoca e non poteva avere rivali dal punto di vista fisico. Il gancio fu l’arma decisiva per trasformarlo in un giocatore completamente micidiale. Nessun avversario poteva arrampicarsi fino a contrastare quel tipo di conclusione da parte del centro dei Lakers. Non per niente, Minneapolis vinse il titolo BAA/NBA per cinque volte nelle prime sei stagioni a cui George Mikan prese parte. Doveroso menzionare anche Cliff Hagan, la cui carriera per la verità si è snodata principalmente negli anni Sessanta, come continuatore dell’opera di Mikan. L’ala degli Hawks, campione NBA nel ’58 e hall-of-famer dal 1978, è ricordata anche per essere stata una delle pedine utilizzate da Auerbach per ottenere dagli Hawks la seconda scelta al Draft del 1956, con la quale scelse Bill Russell.

Anni ’60: Long hook, Tom Heinsohn (Boston Celtics)

Il suo gancio è forse poco noto agli appassionati di oggi, ma Tommy Gun in una graduatoria degli utilizzatori abituali di questo tipo di tiro merita un posto sul podio. Il titolo dell’autobiografia che ha scritto nel 1988 è un evocativo Give ‘Em the Hook. Il nome di Heinsohn, pedina fondamentale nei primi successi dei Celtics di Auerbach, viene citato troppo poco rispetto a quelli di Bob Cousy e Bill Russell [avevamo raccontato la sua storia in un nostro articolo: Storie NBA: Tom Heinsohn, lo straordinario realizzatore al servizio di Cousy e Bill Russell]. Se Russell era il difensore insuperabile e Bob Cousy il mago del playmaking, Heinsohn era il realizzatore principe di quella squadra. Il suo arsenale era composto dal tiro in sospensione e da un gancio simile tecnicamente a quello di Mikan. Rispetto al centro dei Lakers, Heinsohn utilizzava spesso quel tipo di conclusione anche in corsa. Perché i ganci di Heinsohn erano speciali? Per la distanza e la posizione da cui li effettuava. Era capace di segnare in questo modo anche da 5 metri, ma la mossa più sorprendente del suo repertorio era il gancio dall’angolo. Vedere per credere [minuto 1.28 del video]. Il gancio era anche una delle innumerevoli mosse di Wilt Chamberlain.

Anni ’70 e ’80: Skyhook, Kareem Abdul-Jabbar (Milwaukee Bucks, Los Angeles Lakers)

Arriviamo finalmente all’uomo che rese poesia e leggenda quel movimento tanto caro a Mikan, Hagan e Heinsohn nei decenni precedenti. La stella di Bucks e Lakers racconta di aver imparato il gancio grazie ad un programma di allenamento destinato ai centri preparato proprio da George Mikan e dall’allenatore Ray Meyer. Il gancio di Abdul-Jabbar prende il nome di skyhook perché viene rilasciato quando il braccio del giocatore raggiunge la massima altezza. La parabola di tiro che ne consegue, se si considera che Jabbar è alto 2.18m, rende impossibile un qualsiasi intervento del difensore. Ecco perché il gancio-cielo viene riconosciuto come il tiro più difficile da marcare che si sia mai visto nella pallacanestro. Questo marchio di fabbrica ha permesso al giocatore di attestarsi come miglior marcatore di sempre nella NBA e di mantenere grandi percentuali di tiro nel corso della sua carriera. Il suo compagno di squadra Magic Johnson, nonostante facesse un ruolo completamente diverso rispetto a Jabbar, prese spunto dal compagno e sviluppò il cosiddetto baby hook.

Anni ’90: Jump hook, Hakeem Olajuwon (Houston Rockets, Toronto Raptors)

L’evoluzione del gioco ha portato a cambiamenti anche nell’anatomia del gancio. Prendiamo come esempio il più forte giocatore della storia dei Rockets, Hakeem Olajuwon, anche se il gancio non occupava una posizione dominante nel suo impressionante repertorio. Olajuwon era tutto quello che un centro ideale dovrebbe essere: difensore eccezionale e macchina da stoppate nei pressi del proprio canestro, enigma irrisolvibile per gli avversari nella metà campo offensiva. La sua qualità principale, oltre alle mani educatissime e alle insolite capacità di ball handling per un giocatore della sua taglia, era la rapidità con cui riusciva ad aggirare l’avversario nelle situazioni di post basso. Con The Dream possiamo ammirare un gancio diverso rispetto a quello tradizionale: è il jump hook, definito in questo modo perché il giocatore salta con entrambe le gambe e ricade sostanzialmente nella stessa posizione da cui è partito. La comparsa del jump hook segna la sostanziale scomparsa del celestiale movimento classico con una gamba sollevata rispetto all’altra.

Anni 2000: Jump hook, Shaquille O’Neal (Orlando Magic, Los Angeles Lakers, Miami Heat, Phoenix Suns, Cleveland Cavaliers, Boston Celtics)

Se eleganza e rapidità avevano reso Olajuwon il centro dominante degli anni ’90, la potenza è stata il fattore principale dell’era di Shaq. Quando i lunghi avversari riuscivano ad impedire ad O’Neal di arrivare sotto canestro, il nativo di Newark faceva affidamento sul jump hook, il gancio alla maniera di Olajuwon. La differenza sostanziale rispetto al periodo precedente sta nelle percentuali. Dal 2000 in poi, Shaq ha sempre occupato le prime posizioni in NBA nella classifica dei ganci tentati, ma ha raramente raggiunto il 50% di realizzazione in questo tipo di conclusioni. Il gancio non è più l’arma imprescindibile del lungo dominante, ma è quasi un compromesso a cui il giocatore deve sottostare quando altre alternative di tiro vengono negate. La diminuzione dell’incidenza del gancio in questo periodo storico è riscontrabile in Tim Duncan, la più grande macchina da post basso del nuovo millennio: il gancio è solo parte marginale del suo repertorio.

Oggi?

L’NBA di oggi conferma la tendenza già in atto nei precedenti decenni: il gancio tradizionale è progressivamente scomparso, sostituito da un jump hook che non garantisce ai lunghi attuali un’alta percentuale di realizzazione. Il giocatore che ha tentato più ganci fino ad ora nella stagione 2013/2014 è Dwight Howard, che ha il 47.2% con questo tipo di tiro. La carriera di Howard è stata contrassegnata dalla frase: «Se riuscisse a sviluppare un semi-gancio concreto, nessuno potrebbe fermarlo». Non è mai successo. Se al giorno d’oggi foste costretti a scegliere un centro per realizzare un hook shot, probabilmente vi converrebbe chiamare Roy Hibbert. Il lungo dei Pacers è il giocatore che ha messo a segno più conclusioni di questo tipo in stagione e possiede una delle esecuzioni più pulite. Anche Marc Gasol e Al Jefferson hanno una buona conoscenza dei fondamenti di questo gesto tecnico. Tra i giocatori che ne hanno tentati almeno 90 fino ad ora, sono David Lee (62.8%), Greg Monroe (55.3%) e proprio Hibbert (54.7%) ad avere la miglior percentuale di realizzazione.

Photo: exnba.com