I Timberwolves, la squadra meno clutch della NBA. Un disastro il record nei finali punto a punto

È ufficiale, i Minnesota Timberwolves sono la peggior squadra della NBA quando si tratta di chiudere una partita in volata. Con la sconfitta occorsa nella notte contro i Phoenix Suns (103-104), causata peraltro da una canestro dell’ex Gerald Green, il record della squadra di coach Adelman nelle partite terminate con un margine di 4 o meno punti, è uno sconvolgente 0-10. Se il record dei T’Wolves nei finali fosse un modesto 5-5, la squadra di Kevin Love avrebbe attualmente un record di 22-13, occupando il sesto posto (davanti ai Golden State Warriors), nella Western Conference, invece dell’attuale 17-18, che garantisce una misera decima piazza. Traducendo: se finisse oggi la Regular Season, i Timberwolves mancherebbero per il decimo anno di fila la post season. Quali sono, quindi, le motivazioni di tutte queste debacle nei finali tirati, che potrebbero costare tantissimo alla franchigia di Minneapolis-St. Paul? Escludendo le gare “sfortunate” contro i Clippers, in cui Minnesota si è suicidata, nella prima mancando tre canestri da sotto con due giocatori in grandissima forma come Love e Pekovic, nella seconda a causa di una palla persa dello sciagurato Kevin Martin, anche lui autore di una stagione di alto profilo, il problema sembra essere molto più strutturale che casuale.

I Timberwolves, sono attesi, dopo dieci anni di astinenza, ad una stagione da playoff, potendo contare su un roster, a dir la verità, su un quintetto base, che a livello tecnico ha pochi pari nella NBA, Rubio-Martin-Brewer-Love-Pekovic, ed essendo guidata da uno dei pochi maestri rimasti nella Lega, coach Rick Adelman. La squadra gioca un basket a tratti favoloso, riuscendo a segnare spesso più di 60 punti nei primi due quarti di gioco, il record è di 70 (!) contro Philadephia, ma tende a non vincere le partite che non si rivelano un “blowout” (gare terminate con 10 o più punti di scarto). Dei 17 trionfi stagionali della squadra delle Twin Cities, solo cinque sono rientrati entro un margine di 10 punti, spesso tra l’altro di 8/9, quindi molto prossimi ad una vittoria larga. Una delle motivazioni di questi numeri, certamente negativi per i T’Wolves, è senza dubbio lo stile di gioco, ad altissimo ritmo, votato totalmente all’attacco, a costo di prendere punti banali, sia perché nella squadra mancano giocatori di alto livello nella metà campo difensiva, sia perché due velocisti come Brewer e Martin, sono molto dediti al “leaking” ovvero a disinteressarsi del rimbalzo difensivo per tentare una fuga facile favorita dai grandiosi passaggi tutto campo di Love e Rubio, cosa spesso positiva, ma altrettante volte negativa, mancando così una presenza nei casi in cui il rimbalzo si rivela più lungo.

Per di più, uno stile del genere, da sempre ti favorisce con le squadre in crisi della Lega, ma non contro le corazzate da playoff, che, nei momenti chiave delle partite, sanno abbassare il ritmo e giocare a metà campo i possessi decisivi. Ma non può essere tutto qui, i numeri così impietosi non si possono spiegare con una sola motivazione. Minnesota, per quanto possa contare su un quintetto di primissimo rango, ha una delle peggiori panchine della NBA. Con tutto rispetto per giocatori come Barea, Cunningham e l’appena rientrato Turiaf (che darà una grande mano nei prossimi mesi), appare un po’ poco per una franchigia che legittimamente aspira nei playoff. Derrick Williams, seconda scelta dietro Kyrie Irving, ormai tre anni fa, sembrava essere un potenziale sesto uomo d’alto livello, ma il suo rapporto con Adelman non è mai decollato, tanto che Flip Saunders ha deciso frettolosamente di scambiarlo per un giocatore che non fa la differenza come Luc Mbah a Moute. I Timberwolves, anche a causa di questa mancanza di soluzioni, sono costretti a far giocare continuamente il quintetto base, tant’è che sono una delle poche squadre nella Lega ad aver i “quintettisti” ad un minutaggio pari o superiore ai 32 a partita. Questo non può che non incidere nei finali, dove spesso la lucidità e magari qualche giocatore caldo dalla panchina possono influire notevolmente, soprattutto nella sfiancante Regular Season.

Se ad un ritmo di gioco, non ideale per affrontare le Big, ad una difesa ed un tasso atletico molto inferiori agli standard della Lega e ad una panchina, più che corta, aggiungiamo che nei Timberwolves, non ci sono giocatori abituati a giocare e vincere partite importanti, quanto meno non nella NBA, le motivazioni di una statistica così penalizzante cominciano ad affiorare. Ad ogni modo, ad oggi, la squadra può ritenersi ancora in corsa, avendo un record che gravita attorno al 50% di vittorie, ma a fine Marzo potrebbe pentirsi amaramente di tutti questi finali buttati al vento, perché se dovesse arrivare il decimo anno consecutivo di mancato accesso ai playoff, il mal di pancia di Kevin Love (a mio parere, il terzo miglior giocatore della NBA), potrebbe diventare incurabile; e, vi assicuro, non ci sarebbe notizia peggiore per tutta Minneapolis.

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