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Il “long-two” di Towns – Ecco perché Carlo-Antonio è già un fenomeno

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La pallacanestro è, probabilmente, quello sport in cui più si può creare a livello di giocata e, al contempo, quello in cui ci si può costruire una carriera colma di successi – individuali e di squadra – anche semplicemente prendendo spunto da giocate altrui. Eppure, certi giocatori hanno lasciato un ricordo di sé grazie all’invenzione di una singola giocata, prima ancora che per merito delle statistiche o dei successi collezionati; si pensi al gancio-cielo di Kareem Abdul-Jabbar, al tiro in sospensione di Michael Jordan, al fade-away di Dirk Nowitzki o, ultimo in ordine cronologico, al rilascio di Steph Curry da oltre l’arco.

Divagando per un attimo, proprio i numeri messi insieme dalla stella dei Golden State Warriors sembrano aver portato il board NBA alla riflessione sul possibile inserimento di una “linea da 4 punti”, da posizionarsi a circa 12 metri dal canestro per migliorare il gioco  – a detta loro e anche secondo l’opinione di Phil Jackson – e per rendere più interessante la small-ball che ormai significa tutto e niente rispetto a quella proposta da coach Don Nelson a cavallo tra anni ’80 e ’90. Ecco, nella considerazione di questo articolo rientra, inevitabilmente, anche l’evoluzione della small-ball e la ricerca spasmodica della soluzione da oltre l’arco dei tre punti, in una contemporaneità cestistica che necessita sempre e comunque di giocatori perimetrali, sacrificando i centri “vecchio stile” per prediligere lunghi abili in ogni situazione di gioco (si pensi alle potenzialità infinite di Cousins). Certo, le eccezioni a questa logica della palla a spicchi ci sono e rispondono ai nomi, ad esempio, di DeAndre Jordan, Andre Drummond, Hassan Whiteside e compagnia, eppure negare l’evoluzione del gioco significherebbe non aver compreso le diversità attuali rispetto al passato.

In questa evoluzione della small-ball, una particolare situazione di tiro sembrava destinata a scomparire dai parquet: il long-two, quel tiro preso in una zona di campo compresa tra il mid-range e la linea da tre punti. Un tiro particolarmente difficile, sopratutto a livello psicologico, perché il tiratore si trova a una distanza intermedia tra pitturato e perimetro e, anche in base alla disposizione della difesa – solitamente molti giocatori vengono “battezzati” da questa distanza -, è incerto sulla soluzione da scegliere. Impostando una discriminante nell’analisi dei tiri, ovverosia impostando come distanza, per considerare tiri tentati, tiri realizzati e percentuale di realizzazione, quella compresa tra 16 e 23 piedi – rispettivamente, 4,88 e 7,01 metri – otteniamo dati molto interessanti rispetto alla scorsa Stagione Regolare NBA. Dati che, con qualche forzatura, esprimono ancor meglio la grandezza della stagione da rookie di Karl-Anthony Towns e sottolineano le grandissime doti offensive di Carmelo Anthony. Tuttavia, sulla stella di New York dirò meglio in un altro articolo, mentre qui mi interessa soffermarmi sui numeri di Carlo-Antonio LeCittà (guai a non usare questo soprannome).

Senza considerare la situazione di tiro – isolamento, catch-and-shoot, arresto-e-tiro e simili -, Towns in 79 partite di RS giocate ha chiuso con 165 tiri realizzati su 331 tentativi dai 16 ai 23 piedi di distanza dal ferro, per una percentuale di conversione pari al 49.8%, che lo colloca al primo posto per % nei long-two shots. Il talento dei Timberwolves è solamente 15° per long-two tentati ma si piazza al 4° post per realizzazioni, dietro solamente a Paul George (181 realizzazioni su 447 tiri tentati dai 16 ai 23 piedi di distanza dal canestro), C.J. McCollum (176 conversioni su 388 tentativi) e J.J. Redick (169 realizzazioni su 351 tiri tentati). Una statistica è semplicemente una statistica, per quanto si possa cercare di interpretarla al meglio delle proprie potenzialità, ma se è vero che i numeri difficilmente mentono allora bisogna anche fare i conti con alcuni dati di fatto; ciò non significa dedurre, da tali numeri, che Towns sia il miglior giocatore di pallacanestro del mondo, assolutamente. Significa, piuttosto, comprendere quanto il ROY 2016 sia già pronto per dominare anche tra i grandi del gioco, anche in una situazione in cui sono davvero pochi i giocatori che riescono ad essere efficaci. Per darvi un metro di paragone, si consideri che nella scorsa Regular Season, Pau Gasol ha chiuso con il 44.4% nei tiri dai 16 ai 23 piedi di distanza dal ferro (154/347) nonostante all’epoca dei Lakers avesse affinato molto le soluzioni in “long-two”, mentre Dirk Nowitzki ha piazzato un 44.2% nella stessa situazione (163/369) nonostante possa vantare un’esperienza pluriennale in questo tipo di giocata. Chiaramente non si possono semplicemente paragonare le percentuali per poi affermare che Towns sia, già adesso, un giocatore più completo dei due talenti europei, ma si può ben dire che le potenzialità del centro della franchigia di Minneapolis siano esponenzialmente infinite.

Il long-two è un tiro devastante, anche e soprattutto se combinato ad altre due caratteristiche: 1) un buon tiro dalla media, sul quale la difesa non può scegliere di concedere la soluzione smarcata; 2) una buona capacità di mettere palla a terra e battere il diretto marcatore in 1vs1. Queste caratteristiche sono già frecce nella faretra di Towns (ne parlavamo già mesi fa in questo articolo) e consentono al tiratore di mettere costantemente in crisi la difesa in zone del campo in cui è difficile approntare un raddoppio sistematico senza poi pagare dazio se la palla si sposta magari sotto canestro. Il problema, per il resto della NBA, è che Towns ha incredibili margini di miglioramento anche da oltre l’arco, nonostante abbia chiuso la prima annata già con un 34.1% di media (30 realizzazioni su 88 tentativi); anche questo aspetto dà la misura di come il centro abbia davanti a sé una carriera da potenziale giocatore in grado di rivoluzionare il gioco della pallacanestro. Potenzialmente, siamo di fronte a un all-around player dalla tecnica sopraffina e dalle percentuali incredibili, ma solo il tempo potrà dirci se le premesse saranno mantenute o, addirittura, se il rendimento effettivo supererà le aspettative.