Il Ritorno del Re e la nuova era del basket NBA

In fondo la NBA non è poi tanto diversa dalla Storia del mondo. Funziona in base ad ere che si susseguono ciclicamente. Si apre una fase e ne finisce un’altra, e il bello è che non sempre la nuova fase che ci si appresta ad affrontare riserva qualcosa di conosciuto. Anche quando ci sembra di averla già vissuta. C’è stata l’epoca di Russell e Chamberlain, quella di Bill Walton, poi quella di Bird e Magic, quella di Jordan, persino quella di Kobe e Shaq. Possiamo identificare un’epoca NBA con un determinato giocatore quando questo è talmente dominante e significativo che incarna pienamente, da solo, lo spirito di tutta la Lega. Quella che stiamo vivendo dal 2003 in poi è decisamente l’era di Lebron James. Da quando ha fatto il suo debutto con la maglia dei Cavs è sempre stato il giocatore più atteso, quello per il quale la gente godeva di più nel vederlo fallire, perché non è possibile essere così perfetti e senza punti deboli. E allora tutti a dire che LBJ non avrebbe mai potuto vincere a Cleveland, che “è forte sì, ma fa ancora fatica con quel tiro in sospensione…”, e poi quelle immagini di lui che rientra negli spogliatoi dopo l’ennesima sconfitta ai Playoffs e si toglie sconsolato la maglia numero 23 che lo ha rappresentato per la prima parte della sua carriera.

Pensiamoci: anche la scelta di quel numero, che così tanto aveva rappresentato per tutti gli amanti della pallacanestro suonava come una sfida: io, Lebron James, non ho paura dei confronti. Dicono che sarò il nuovo Jordan? Farò di più: vi farò dimenticare di Jordan e identificherete quel 23 con il mio nome. Non era forse questo il messaggio che stava dietro a quella scelta? Io l’ho sempre interpretato così, e alla fine dei conti possiamo dire che quella sua “missione” è fallita. A Cleveland hanno fatto di tutto per metterlo nelle condizioni di vincere qualcosa, persino affiancargli uno Shaq a fine carriera nella speranza che potesse rappresentare anche per lui ciò che era stato per il giovane Kobe: l’esperienza e la personalità dominante che avrebbe dovuto trascinarlo fino al trionfo. Quella era stata la stagione del “Win a ring for The King”, ma è inutile raccontare nel dettaglio come sono effettivamente andate le cose. È sempre stato un sovrano solitario, quello di Cleveland: la corte non era all’altezza della sua maestosità. Troppo inesperti, o non adeguati allo scopo di vincere, e se guardiamo i nomi che hanno affiancato Lebron in quegli anni adesso ci viene da sorridere. Solo qualche esempio: Daniel “Boobie” Gibson, Damon Jones, Donyell Marshall, Eric Snow, Sasha Pavlovic, Maurice Williams, Delonte West. Chi di questi non si è ritirato è comunque sparito dai radar NBA, ma ricordate come li consideravamo all’epoca? La loro percezione ai nostri occhi ci appariva distorta in positivo perché LBJ li aveva resi giocatori infinitamente migliori di quello che erano in realtà. Damon Jones è il caso emblematico: era un buon tiratore, ma un giorno Lebron dice: “è il miglior tiratore del mondo”, partecipa anche alla gara del tiro da tre punti e noi tutti gli crediamo, solo perché l’ha detto il signor Lebron James. Se chiedessimo ai napoletani appassionati di basket un parere su Damon Jones sono sicuro che otterremmo risposte diverse. Ciò che mi ha sempre affascinato del Prescelto è proprio questo: non solo rende i compagni di squadra dei giocatori migliori (caratteristica comune a tutte le leggende del passato), ma soltanto con la sua presenza in squadra può trasformare la percezione che noi tutti abbiamo della squadra stessa: aumenta esponenzialmente il valore della franchigia, e in questo momento forse soltanto Kevin Durant avrebbe lo stesso potere.

Dicevamo delle ere NBA. L’era Lebron è da dividere già perlomeno in due periodi: il pre e il post “Decision”, ma con l’annuncio di ieri sulle pagine virtuali di Sports Illustrated se ne crea una terza: il post “Decision 2”, che in questo momento è tutto da scrivere. Lebron torna in una Cleveland profondamente diversa anche a livello societario rispetto a quando se ne è andato nel 2010. Arriva in una squadra che ha potuto usufruire di tre prime scelte assolute negli ultimi cinque anni, che ha appena dato il massimo salariale a Kyrie Irving, che si pensava sarebbe dovuto essere il volto assoluto della squadra per i prossimi anni, ma che con l’arrivo del Re ne dovrà diventare suddito e fedele scudiero, e si vedrà levata di dosso molta pressione, che non sono sicuro avrebbe potuto gestire al meglio. James avrà il dovere di condurre una squadra estremamente giovane, che da quando è andato via lui non ha più partecipato ai Playoffs, e che dunque non ha ancora introiettato e metabolizzato cosa si prova a vivere in un contesto vincente, e cosa significa farlo tutto il giorno tutti i giorni. Lo stesso Lebron nella sua lettera su SI ha candidamente ammesso che i Cavs non sono pronti per vincere domani, e questo ci sembra chiaro, ma la sua presenza e il suo impegno sono focalizzati a portare la squadra al successo nel giro di qualche anno.

L’era James post “Decision 2” eleva la NBA ad un livello successivo. Nell’era dei Big Three di South Beach la competizione ad Est era diventata piuttosto noiosa, con la sola Indiana ormai come reale contendente nelle Finals per Miami, che in un attimo si è vista soffiare via il suo uomo franchigia, ha appena dato il massimo salariale a Bosh per cinque anni e potrebbe veder partire Wade (direzione Chicago?). Con Lebron James ai Cavs invece la competizione diventa molto più interessante, perché il talento verrà nuovamente distribuito in maniera più diffusa, creando una sorta di vuoto di potere che dovrà essere colmato. Vedremo Cleveland combattere con Indiana certamente, con Chicago, che recupererà Rose (e una sfida col Prescelto non sarebbe male), persino con Washington, squadra in rampa di lancio, o con Toronto, che ha confermato Lowry e ha puntato su Louis Williams, mentre sarà interessante vedere le prossime mosse degli Heat, che dovranno ricostruire attorno a Bosh, il quale tornerà a recitare il ruolo di prima opzione offensiva dopo gli anni ai Raptors dove si era messo in mostra come uno dei migliori lunghi della Lega. Riuscirà a tornare quello di prima? Che fine farà Wade? Derrick Rise riuscirà a rimanere sano per una stagione intera? Sarà finalmente l’anno di Indiana oppure la squadra imploderà sull’onda negativa della scorsa stagione? Come vedete la nascita di una nuova era apre sempre una sorta di vaso di Pandora, dal quale fuoriescono molti dubbi e pochissime certezze, ma in questo caso sono dubbi che renderanno ancora più interessante e coinvolgente l’intera stagione NBA, regalandoci duelli che potrebbero rimanere nella storia. Tutti infatti ricordano i fantastici Bulls-Celtics con Jordan e Bird, così come si ricordano ovviamente i Celtics-Lakers con Larry da una parte e Magic dall’altra, e potrei continuare all’infinito con tutta una serie di battaglie sportive che hanno reso grande la NBA negli anni ’80 e ’90. Il Lebron di Cleveland ci aveva regalato simili emozioni nelle sue sfide con Pierce, o con lo stesso Wade, o anche contro i Pistons dei Billups, Prince e Wallace. Erano sfide vere, con un grado di intensità, persino di cattiveria se volete, comparabile solo alle già citate battaglie in stile anni ’90, ma poi con l’unione di forze tra Lebron, Wade e Bosh questi grandi duelli si sono un po’ persi. Abbiamo avuto delle grandi serie tra Miami e i Big Three di Boston, nelle quali peraltro il numero 6 ci ha omaggiato di alcune delle sue più clamorose performance, ma almeno personalmente non mi sono mai sentito totalmente immerso e coinvolto anche a livello emotivo in quelle sfide. Lo scioglimento del trio degli Heat porterà invece la NBA e la Eastern Conference in particolare a diventare nuovamente un terreno di grande competizione, nel quale ci sono almeno quattro o cinque squadre che possono potenzialmente puntare al bersaglio grosso. Non riesco ad immaginare qualcosa di meglio. Non sappiamo se il “Ritorno del Re” (per restare in tema Signore degli Anelli) porterà finalmente a Cleveland quel titolo che manca da cinquant’anni, ma sicuramente porterà nuovi fuochi e fiamme in una ideale arena che negli anni si era un po’ raffreddata.