Il sogno dei Memphis Grizzlies: sono alle prime finali di Conference della loro storia

Memphis Grizzlies: 4. Oklahoma City Thunder: 1. 4-1 per Memphis. Un record per la franchigia del Tennessee che quest’anno, e men che meno nel 2007 (quando Chris Wallace decise di mettersi capo di questa franchigia), nessuno si sarebbe mai aspettato di vedere, a parte forse la truppa ora capitanata da Lionel Hollins: la prima finale di Conference nella storia della franchigia. Dall’altra parte, una squadra incapace di giocare come tale, almeno questa stagione, dopo il miracolo dell’anno scorso, forse troppo fiduciosa nel talento inumano di Kevin Durant, senza considerare il suo lato umano di stanchezze e stress, e nella indistruttibilità di Russell Westbrook.

VINCITORI – Ma partiamo da Memphis. Quando nel 2008 Pau Gasol, allora uomo franchigia di quei derelitti Grizzlies, fu ceduto ai Lakers in cambio di Kwame Brown, Javaris Crittenton e i diritti di Los Angeles su Marc Gasol, “Eurosport” nominò la trade come “l’oliva mancante per il Martini di Los Angeles”. Un furto, insomma: data la deludente carriera che avevano i due giocatori allora in attività nella Lega (Marc non era ancora arrivato) e la grossolanità del terzo indiziato, i vantaggi della trade erano tutti per i Lakers. Memphis, però, investì sul giovane fratello di Pau (allora davvero dall’aspetto di un grizzly, se vedete le sue fotografie del periodo), puntando tuttavia maggiormente sulla crescita che stava avendo Rudy Gay (per i progetti di allora destinato a sedersi sul trono di Pau Gasol come Re di Memphis). Inutile dire che il primo anno del “fratellino”, insieme a Gay e al giovane e acerbo Mike Conley, oltre che al rookie OJ Mayo, fu un autentico disastro. Poi, nel 2009, ecco la nuova scommessa di Chris Wallace: fuori Darko Milicic (ceduto ai Knicks in cambio di Quentin Richardson, non di certo una perdita), dentro Zach Randolph (con Q-Rich che va a Los Angeles, sponda Clippers), cioè uno che non tutti avrebbero voluto avere nella propria squadra, e per il carattere e per le ultime due deludenti stagioni con Clippers e Knicks. Attorno, ecco un corpaccione come Hasheem Thabeet (seconda scelta dietro a Blake Griffin), un buon play di riserva in Jamaal Tinsley e, a settembre, l’incredibile arrivo di Allen Iverson. Premesse d’inizio stagione: non malaccio. Risultati d’inizio stagione: Iverson tagliato dopo neanche un paio di settimane e la squadra che non ha una chimica, con una non invidiabile collezione di brutte sconfitte. Poi qualcosa cambia, i Grizzlies ingranano, grazie alla formazione della coppia Randolph – Gasol: Z-Bo gioca costantemente col talento che altrove aveva fatto solo vedere a sprazzi rari come la come di Halley (quell’anno si guadagnerà la prima convocazione all’All-Star Game), il “nino” Gasol che cresce esponenzialmente in talento, Gay che si afferma sempre più come stella della squadra, Conley buon play e OJ Mayo che dà del suo come sesto uomo. La squadra cresce, ma non riesce ad arrivare ai playoff. L’anno dopo, la consacrazione. Con uno scambio non rumoroso ma di notevole importanza, torna alla casa di Elvis Shane Battier, per portare al gruppo l’esperienza dell’unica esperienza Grizzly nell’off-season, da lui vissuta. Memphis è ottava a Ovest, ma batte San Antonio con una serie da squadra e lotta coraggiosamente fino a gara 7 contro i Thunder, soccombendo. Le basi ci sono, in teoria, per andare oltre; tuttavia, il 2011 vede Memphis fuori dai playoff a gara 7 del primo turno contro i Clippers di Paul to Blake. Bisogna cambiare qualcosa, per migliorare.

LA RIVINCITA – Ed ecco che OJ Mayo, il giovane emergente già più volte sul mercato e mai capace di costanza, non viene rinnovato e passa a Dallas (deludendo, deludendo e deludendo) e a gennaio 2013, Rudy Gay (quello che doveva essere il faro di Memphis) si ritrova a Toronto, mentre da Marc Gasol (che ufficialmente succede al fratello nella guida della squadra) arrivano Ed Davis (energia e gambe) ma soprattutto Tayshaun Prince, ovvero quel difensore che con Gay non poteva esserci. Subito gli esperti si dividono in due: Gay a Toronto farà molto bene, Memphis senza sarà priva di punti, Prince è vecchio e faraonicamente pagato, Randolph e Gasol non possono farcela da soli ad andare alla grande, soprattutto senza i punti di Gay e Mayo. E invece, Memphis si prende la parte del karma (come direbbero i sommi maestri Tranquillo e Buffa), con la rivincita su tutti quelli che l’avevano battuta: Clippers, terza testa di serie a Ovest, battuti in sei gare. Thunder, i vice campioni in carica, in cinque. Tutto questo, a sintetizzare la serie di grandi vittorie ottenute da Memphis.

DALL’ALTRA PARTE – Solo due parole. Troppo solo. Come i Lakers prima di Pau scaricavano tutto su Bryant, così i Thunder fanno con Durant. Il cast di supporto per lui doveva essere uno dei migliori della Lega, pronto a regalargli il titolo o almeno a cercare di farlo sudare agli Heat. In realtà, le cose sono andate diversamente: l’infortunio di Westbrook ha ucciso la squadra togliendogli punti, rimbalzi, assist e soprattutto energia, mentre Kevin Martin in questi playoff non ha saputo agire come degno sostituto del “Barba” Harden, che lo ha fatto soffrire nella serie tra ex. La trade per cedere Maynor è stato un errore, dato che Fisher è lo stesso dell’anno scorso ma con una candelina in più sulla torta e Reggie Jackson al momento non può essere il principale regista di una squadra da titolo. Tra i lunghi, solo Nick Collison è salvabile: Perkins è stato, infatti, inguardabile (e su questo ha dimostrato di vincere Boston puntando su Jeff Green), Ibaka ha subito i tiri mancini (letterariamente parlando) di Randolph e la fisicità di Gasol senza contrastare. Thabeet? Un po’ il suo l’ha fatto, ma oltre non può andare. Nessuno si aspettava di certo l’infortunio del numero 0 (se mi avessero detto un mese fa che la serie poteva andare così avrei riso sonoramente), ma la squadra, in sinergia, deve ancora crescere; non si può lasciare Durant in campo 48 minuti sperando che ogni giorno abbia ancora il 100% di energie. La regular season è stata impeccabile, ma si sa che ai playoff la musica cambia e a volte nei modi più inaspettati.

MORALE DELLA FAVOLA? – In attesa di sapere chi sarà la sua sfidante tra San Antonio e Golden State, Memphis può solo allenarsi e sognare di arrivare alla Finale (non una cosa così impossibile); con un front court come quello, Conley che cresce a vista d’occhio, Prince inserito nel meccanismo e Jarryd Bayless che ha occupato egregiamente il posto di Mayo, senza scordare l’esperienza di Keyon Dooling, questi qua possono far sudare sette camicie a chi si metterà sulla loro strada, ora e almeno finché non scade il contratto di Randolph. Il futuro poi sarà in mano a Marc, che con il premio di Miglior Difensore dell’Anno non è più solo “il fratellino di Pau”. Oklahoma City, invece, non ha nulla da recriminarsi: questi playoff sono stati un incidente di percorso e l’anno prossimo, sviluppando il gruppo ulteriormente (magari prendendo un altro play di riserva e un centro degno di chiamarsi tale da affiancare a Ibaka) potrebbe anche ritornarci, in finale. Il nuovo contratto si farà sentire anche per loro, certo, ma una cosa è certa. Ora come ora, queste due squadre sono il presente della Western Conference e ci regaleranno emozioni e lotte ancora, speriamo, per una bella serie di stagioni.

 

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