Il surreale razzismo di Donald Sterling: ecco perché in estate non voleva J.J. Redick

Donald Sterling è senza dubbio il personaggio del momento. In questi giorni sono tante le notizie, i racconti e le leggende sul proprietario dei Clippers, finito nella bufera e bannato a vita dalla NBA per via dei commenti razzisti fatti a telefono con la sua compagna. Ma la storia di J.J. Redick è probabilmente una delle più surreali tra quelle che vedono coinvolto Sterling.

A 29 anni la guardia tiratrice ha fatto una scelta ben precisa, decidendo di giocare per Doc Rivers, ma prima di approdare a Los Angeles ha dovuto fare i conti con il carattere “particolare” del proprietario. Per poco, infatti, non sfumava la sign-and-trade ed il suo contratto quadriennale da 27 milioni di dollari che era già stato concordato. Il motivo? Sterling aveva espresso enormi perplessità sul fatto che un giocatore bianco che non fosse un fenomeno percepisse così tanti soldi. Negli anni passati aveva dato 52 milioni per 5 anni a Chris Kaman e l’accordo si rivelò un flop clamoroso, dato che il centro ha giocato solo 195 partite in quattro anni ed è poi stato scambiato con New Orleans.

“Mi è stato detto che non voleva pagarmi innanzitutto perché ero bianco – ha dichiarato Redick – e poi perché ero un giocatore da panchina. Il 4 luglio ho ricevuto una chiamata strana da Doc ed ho capito che qualcosa non andava, poi 48 ore dopo il mio agente mi ha spiegato la situazione ed alla fine per fortuna sono riuscito ad approdare ad LA”. Nei giorni seguenti le shoccanti parole di Sterling, in molti si sono chiesti come abbiano fatto i Clippers a non sapere per che tipo di uomo stavano lavorando. Prima dell’intercettazione, c’erano tante prove dei suoi comportamenti razzisti e della sua visone del mondo distorta.

Ma, come ha spiegato lo stesso Redick, un giocatore quasi mai guarda oltre lo spogliatoio quando deve decidere per chi giocare. J.J. era da anni che voleva giocare per Rivers e non appena Doc è approdato a Los Angeles, prendendo sia le redini della squadra che del front office, ha capito che questa era la sua occasione. “Sono venuto qui per il coach, per Paul, per Griffin – ha dichiarato Redick – ho ritenuto che questa fosse un’occasione incredibile per me. Al di là di quello che pensa una persona, all’interno dell’organizzazione ci sono delle persone fantastiche e penso che si sia visto nell’ultima settimana”.

J.J. per poco non è stato costretto a saltare la post-season per un infortunio alla schiena, che lo ha tenuto fuori per sei settimane, ma alla fine ce l’ha fatta a recuperare ed ha svolto anche un ruolo fondamentale. In gara 7 contro i Warriors ha segnato 7 dei suoi 13 tiri per 20 punti totali. In generale, per tutta la serie ha fornito ai Clippers quel tipo di pericolosità esterna che per coach Rivers è fondamentale per andare avanti. Ha chiuso con 14.3 punti, 45.8% dal campo e 39.0% da oltre l’arco: stanotte alle 3.30 sarà impegnato in gara 1 della semifinale con i Thunder. Ma quello che ha vissuto durante questo primo turno sarà un ricordo indelebile rispetto a qualsiasi tripla segnata. 

“Quando è stato pubblicato l’audio, per la prima volta nella mia vita mi sono reso conto che le persone con cui vivo e gioco fianco a fianco sono nere, asiatiche o messicane – ha dichiarato – Non avevo mai fatto una distinzione del genere, sono cose che trovo senza alcun senso, quindi quando ho sentito quelle cose mi sono incazzato molto. Vedere i tuoi compagni di squadra piangere per quelle frasi è qualcosa che mi ha colpito molto. Quando il commissario Silver ha comunicato la sua decisione, stavamo facendo seduta di tiro in vista di gara 5. Devo ammettere che le facce non erano delle migliori, poi tutto ad un tratto l’umore della squadra è radicalmente cambiato”. Per quanto tempo ancora Sterling ed il razzismo saranno nelle menti dei giocatori dei Clippers? “Questa vicenda penso che ci accompagnerà fino a quando continueremo ad essere dentro i playoffs – ha concluso Redick – Ma ogni giorno diventa più facile conviverci”.