Il titolo di Kawhi Leonard: una stella nata in un giorno davvero speciale

Se il 5 giugno, alla vigilia della gara di apertura delle NBA Finals 2014, vi avessero dipinto uno scenario finale con gli Spurs vincenti 4-1 grazie a due vittorie consecutive all’American Airlines Arena (immacolata per tutti i playoff) e con Kawhi Leonard MVP delle Finali, probabilmente avreste preso per matto il vostro interlocutore, scoppiando a ridergli in faccia e non credendo alle vostre orecchie.
E invece, dieci giorni, cinque partite e 240 minuti dopo, è tutto vero: i San Antonio Spurs battono 4-1 i campioni uscenti Miami Heat e, udite udite, Kawhi Leonard è l’MVP più inatteso (oltre che il terzo più giovane di sempre dopo Magic Johnson e Tim Duncan) della storia della serie finale.

“Inatteso”, non viene in mente nessun altro aggettivo per un giocatore di non ancora 23 anni (classe 1991) che, nella squadra di Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker, domina in questo modo una finale sui due lati del campo, consacrandosi di fatto nell’elite della Lega.
Questa ormai è storia conosciuta, tutte le emittenti sportive han parlato di questa impresa sportiva, quindi cerchiamo di andare a scoprire le origini di questa nuova stella nata nella galassia Spurs.

 LE ORIGINIKawhi HS

Kawhi nasce il 29 giugno 1991 a Riverside, California, terra che non abbandonerà fino al 2011, anno della chiamata al draft NBA.
All’High School veste la maglia di “Martin Luther King High School” (a sinistra nella foto a fianco), Riverside, ma all’età di 16 anni la vita gli mette davanti un ostacolo non indifferente: il padre viene assassinato a Compton nell’autolavaggio di famiglia, probabilmente per un regolamento di conti. Leonard due giorni dopo scende in campo, vince la partita e scoppia in un pianto liberatorio, dedicandogli vittoria e,  da quel giorno (in modo silenzioso e quasi anonimo), tutti i successi che otterrà sul campo da basket.
Terminato il liceo, ottiene una borsa di studio per San Diego State University, California (a destra nella foto): in maglia Aztecs gioca due stagioni, la seconda delle quali chiusa a 15.5 punti e 10.6 rimbalzi a partita, che gli valgono il secondo quintetto All American dell’NCAA, dietro a giocatori che, diciamo così, non hanno necessariamente fatto faville al piano di sopra.

LA CARRIERA NBA

Come detto in precedenza, è arrivata l’ora di lasciare il “Golden State”, per partecipare al Draft NBA 2011, nel quale Kawhi viene scelto alla numero 15 dagli Indiana Pacers ed è subito inserito in un’operazione di mercato che coinvolge anche i San Antonio Spurs, messa in piedi per portare George Hill ad Indianapolis. E qui per la prima volta il Destino, sottoforma di trade, si manifesta facendo cambiare rotta e permettendo ad un ragazzo con enormi doti fisiche di incontrare quello che, a tutti gli effetti, può essere considerato il suo “padre acquisito”: Gregg Popovich.
Pop non ha timore a farlo debuttare subito e, addirittura, nella prima stagione tra i professionisti, terminata 7.9 punti e 5.1 rimbalzi di media e con l’inserimento nel primo quintetto Rookie dell’anno, lo mette in quintetto come guardia, per sostituire l’acciaccato Manu Ginobili, per poi dirottarlo ad ala piccola in uscita dalla panchina.
Scrollatosi di dosso l’etichetta di “matricola” il gioco di Leonard subisce un grosso miglioramento grazie all’insistenza e alla enorme conoscenza sportiva e psicologica dell’ex agente della CIA seduto in panchina, che permette al suo numero 2 un miglioramento in tutte le voci statistiche. Nel giugno 2013, poi, arriva il primo vero banco di prova con cui confrontarsi: le Finals NBA contro LeBron James.

NBA FINALS – CAPITOLO 1, L’ESORDIO PIÙ AMARO

Gara 6, gli Spurs sono avanti 3-2 nella serie, Leonard finora sta viaggiando a “doppia-doppia” di media, con 13.8 punti e 10.3 rimbalzi, riuscendo anche (nei limiti del possibile) a mettere museruola a LeBron James. Mancano 25” e Kawhi è in lunetta sul 94-92 con due tiri liberi che, con un 2/2 manderebbero il titolo in Texas. Tutti sapete come andò a finire: 1 su 2 e sul ribaltamento di fronte Allen segna uno dei tiri più incredibili della storia, forzando l’overtime e permettendo agli Heat di vincere gara 6 e, 48 ore dopo, titolo NBA. Leonard, fino a quel momento serio candidato al titolo di MVP insieme a Duncan e Parker, se ne va negli spogliatoi scioccato, consapevole che tutto quello fatto di buono fino a quel momento era stato vanificato (non per tutti, sia chiaro) da quell’errore dalla lunetta.

NBA FINALS – CAPITOLO 2, IL LIETO FINE CHE PIÙ LIETO NON SI PUÒ

Stesso palcoscenico, un anno dopo. Gli Spurs, dopo aver dominato gara 1, perdono gara 2 96-98 con un Kawhi sotto ogni aspettativa e a tratti dannoso: 9 punti e 2 rimbalzi in entrambe le gare,  e tutto che sembra apparecchiato per il remake di 12 mesi prima. In gara 3 e 4, però, qualcosa gira: “papà” Popovich continua a dare fiducia al californiano, che nel terzo capitolo della serie ripaga con 16 punti nel primo quarto (29 alla sirena finale), facendo registrare il suo career-high nei playoff e nella quarta partita a 20 punti aggiunge anche 14 rimbalzi e una difesa da antologia su LeBron James, garantendo agli Spurs quel clamoroso 3-1 che assomiglia molto all’anello NBA.
Ed ecco che, a gara 5, fa la propria ricomparsa quel “Destino” di cui già prima avevamo parlato qualche riga più sopra: è il 15 giugno, negli Stati Uniti si festeggia il “Fathers Day”, Kawhi Leonard trascina gli Spurs dal -16 al 104-87 finale, regala il quinto titolo ai texani e diventa il terzo MVP più giovane della storia delle Finals (e palesemente il più inatteso). Il tutto, probabilmente,  sotto gli occhi sorridenti di papà Mark e (ne siamo più che sicuri) sotto quelli commossi di “papà” Gregg Popovich, consapevole di aver dato tanto, ma anche ricevuto tantissimo da un ragazzo a cui il Destino ha tolto, ma ha poi restituito.

IL FUTURO

Per il numero 2 neroargento il futuro sembra più che mai roseo. Questa serie è chiaramente la consacrazione di un giocatore che, in un contesto come quello in cui si trova, può essere (e sarà) un’arma micidiale sulla quale iniziare quel processo di ricambio generazionale (definirlo “ricostruzione” sembra un po’ esagerato) che prima o poi dovrà avvenire a San Antonio. Un giocatore come Duncan passa forse una volta nella storia di una franchigia, ma raramente si sono visti atleti così giovani e già così solidi e maturi come Leonard, in grado di dare energia ed esplosività in tutti gli aspetti del gioco, dalla difesa, ai rimbalzi, all’attacco. Il tutto, of course, senza mai una parola o un gesto fuori posto. D’altronde, ci sarà un motivo se l’universo dei San Antonio Spurs viene spesso paragonata a  Pyongyang…

Foto di copertina: http://www.somosnba.com/