Il titolo di Patty Mills: l’orgoglio dei Torres Strait Islanders sul tetto del mondo

A sfoggiare la bandiera australiana sul palco durante la cerimonia di premiazione ci ha pensato Aron Baynes. Patty Mills, invece, si è dimostrato ancora una volta fiero delle sue origini e ha preferito la bandiera rappresentativa dei Torres Strait Islanders, gli aborigeni australiani. Il legame di Mills con il suo popolo è al centro del documentario For My People, di cui è stato rilasciato il trailer. Basta entrare sul suo profilo Twitter per capire quanto l’appartenenza ai Torres Strait Islanders sia importante per lui. Nella sua bio si può leggere: «Mother: Aboriginal | Father: Thursday Island | Grandfather: Naghir Island | Grandmother: Murray Island | Me: A very proud Aboriginal and Torres Strait Islander». Patty è nato a Canberra, la capitale dell’Australia, nel 1988, ma nel corso della sua vita è stato più volte nelle Torres Strait Islands, la vera culla del suo popolo. Si è trasferito negli Stati Uniti nel 2007 per frequentare il St. Mary’s College. Se noi italiani ci siamo comprensibilmente emozionati per il tricolore di Marco Belinelli sul palco, pensate come dev’essere stato, per una popolazione di circa 50mila Torres Strait Islanders, vedere un loro orgoglioso rappresentante ai massimi livelli del basket mondiale.

MABO DAY – Per gli islanders, Eddie Mabo rappresenta un pezzo di storia. Fu lui il primo firmatario del procedimento legale per il riconoscimento del titolo di nativi australiani in virtù del loro legame con le isole. Mabo morì di cancro nel gennaio del 1992, ma la sua causa ebbe fine solo il 3 giugno dello stesso anno, quando venne finalmente riconosciuto ai Torres Strait Islanders, per la prima volta nella storia australiana, il titolo di nativi. Questa decisione attribuì agli aborigeni il diritto di vivere nelle isole, con cui avevano un forte legame storico e culturale, e di mantenere le loro tradizioni e il loro sistema. Il Mabo Day è quindi un giorno importantissimo per ogni Torres Strait Islander, ma Patty Mills non aveva idea che Gregg Popovich fosse a conoscenza di questa ricorrenza. Il 3 giugno di quest’anno, due giorni prima dell’inizio delle Finals, coach Pop ha radunato la squadra, ha spiegato l’importanza del Mabo Day per gli aborigeni australiani e ha chiesto ai suoi giocatori di aiutare Mills a celebrare il 22esimo anniversario del riconoscimento dei diritti dei Torres Strait Islanders. Un gesto che Patty difficilmente dimenticherà e che dà – per l’ennesima volta – l’idea dello spessore umano dell’allenatore cinque volte campione NBA.

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(Clicca sulla foto per ingrandire. A sinistra, il piccolo Mills tira nel suo primo canestro, costruito dal nonno; al centro, un Mills dodicenne partecipa ai festeggiamenti del Mabo Day; a destra, Mills indossa la maglia con il volto di Eddie Mabo).

LA CARRIERA NBA – Veder giocare Mills è una gioia per gli occhi. Non solo per le indubbie qualità offensive, che lo rendono un tiratore letale sia dal palleggio sia piedi per terra, ma anche per quell’energia sovraumana che mette in campo. Eppure la sua carriera NBA, per diversi anni, non sembrava sul punto di decollare. Nel 2008, a soli 20 anni, partecipò alle Olimpiadi di Pechino, segnando 14.2 punti di media dalla panchina. Al Draft dell’anno successivo, però, fu scelto solo con la numero 55 e nelle due stagioni a Portland fece fatica ad imporsi (11 minuti di media), anche se a lui – e al suo compagno di allora Rudy Fernandez – si deve l’invenzione del gesto degli occhialini con le tre dite alzate dopo una tripla. Durante il lockout, Mills firmò per i Melbourne Tigers e si trasferì poi in Cina. La sua carriera NBA rischiava di essere già arrivata ad un punto morto. Ed è in questo momento che entrano in scena Gregg Popovich e i San Antonio Spurs, che lo mettono sotto contratto nel marzo del 2012. Patty ringrazia con 34 punti e 12 assist nell’ultima partita della sua prima stagione in neroargento ed è capocannoniere delle Olimpiadi di Londra con 21.2 punti di media. Nell’annata successiva, fatica ad entrare in rotazione. La stagione della sua consacrazione è quindi quella appena conclusa: 10.2 punti di media in appena 18.9 minuti.

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LE FINALS – Diventare una pedina fondamentale negli Spurs di Gregg Popovich poteva essere già di per sé un materiale interessante per il suo documentario. Poi sono arrivate le Finals, dopo che l’impressionante energia difensiva di Mills nel terzo periodo di gara 6 contro i Thunder era risultata decisiva per il successo. E quale miglior palcoscenico per entrare nella storia recente della NBA dalla porta principale? L’aborigeno è stato un fattore importantissimo per il titolo degli Spurs: nella serie finale ha tirato con il 56.5% dall’arco (13/23), segnando otto canestri dalla lunga distanza negli ultimi due capitoli della serie. Ha segnato 51 punti in appena 75 minuti di utilizzo, una statistica che lo rende il secondo miglior marcatore di queste Finals per punti al minuto dietro a LeBron James. È stato anche fondamentale in difesa: in gara 5 si è letteralmente incollato a Ray Allen e non gli ha mai concesso una ricezione pulita. Qualche highlights delle sue finali? Quel passaggio da terra per la schiacciata di Ginobili in gara 3 e, soprattutto, la sua sfuriata nel terzo periodo di gara 5, in cui ha segnato 14 punti con 4/4 dall’arco. L’ultimo canestro di quella sequenza rappresenta tutto ciò che è Mills: dopo una ricezione sporca, è indietreggiato di tre passi per sparare una tripla insensata in faccia a Michael Beasley. E ha portato l’orgoglio degli aborigeni australiani sul tetto del mondo.