Il titolo di Tim Duncan: una rivincita che parte da un tiro sbagliato in gara 7

Eravamo abituati a non vedere alcuna emozione sul volto e nei gesti di Tim Duncan. Quel glaciale campione in maglia neroargento ci aveva sempre dato l’idea di perfezione e dedizione. Ed è per questo che chiunque ami il basket era rimasto sbigottito e addolorato nel vederlo prendere a pugni il parquet dopo un tiro decisivo sbagliato nell’ultimo minuto di gara 7 delle scorse Finals. Proprio Duncan, il giocatore che meno si meritava di fallire quell’occasione capitata sul -2 a 40” dalla fine. Proprio Duncan, il leader tecnico e carismatico dei San Antonio Spurs, quel signore della pallacanestro che a 37 anni aveva conosciuto una seconda giovinezza e aveva disputato una stagione da 17.8 punti, 9.9 rimbalzi e 2.7 stoppate di media. Quello stesso signore della pallacanestro che aveva segnato 25 punti nel primo tempo di una gara 6 che, senza il miracolo di Ray Allen dall’angolo, avrebbe consegnato il titolo agli Spurs.

A LONG JOURNEY – Il viaggio da quella gara 7 fino al titolo del 2014 è stato lunghissimo per gli Spurs e per Duncan in particolare. Il caraibico aveva espresso i suoi sentimenti al termine dell’ultima gara dello scorso anno: «Ho sbagliato un layup per pareggiare la partita, ho preso una brutta decisione nei momenti decisivi. Non sono stato capace di fermare Wade e James. I ricordi di gara 7 mi tormenteranno per sempre». Duncan avrebbe potuto consolarsi con i quattro titoli NBA che aveva già vinto in carriera, ma rassegnarsi non è affare per lui. Il leader degli Spurs si è ripresentato in palestra con la voglia e la professionalità che lo hanno contraddistinto per tutto l’arco della sua carriera. Un unico obiettivo: la rivincita. Le sue parole dopo le finali di Conference non erano solo di circostanza: gli Spurs erano veramente felici di avere la possibilità di incontrare di nuovo i Miami Heat. E Duncan, come tutti i suoi compagni, era pronto. Non è da tutti sfoderare una grinta del genere, soprattutto dopo aver già raggiunto ogni obiettivo in una carriera contrassegnata da quattro campionati vinti e da diversi riconoscimenti individuali. Eppure Tim ha voluto vendicare la sconfitta dell’anno precedente e ha aggiunto un altro capitolo alla sua leggenda, che rimarrà indelebile nella storia della NBA.

IL LEADER – Tim Duncan ha cambiato la storia recente della NBA e, naturalmente, quella generale degli Spurs. In un gioco che si evolve sempre di più verso lo strapotere atletico e che fugge in qualche modo dalle abilità tecniche dei lunghi nel pitturato, Duncan rappresenta un evidente segno di continuità con il passato, quando i titoli si vincevano anche e soprattutto nell’area colorata. Ma per durare così tanto a questi livelli, bisogna anche avere l’intelligenza di capire qual è il proprio ruolo all’interno della squadra. Duncan non è più il giocatore dei Playoffs 2003, quello da 25 punti, 15.5 rimbalzi e 5 assist di media, e i suoi movimenti in post non sono più il punto di riferimento principale per gli Spurs, che hanno implementato una spettacolare pallacanestro fatta di transizione, circolazione di palla e – anche se a Popovich non piacciono – tiri da tre punti. Spesso, sembra che Duncan sia in disparte: in realtà sta solo facilitando l’azione per i compagni di squadra. E quando la squadra ha bisogno di lui, Duncan risponde sempre presente: in gara 1 contro i Thunder ha segnato 21 punti nel primo tempo, per colpire in quell’area senza Ibaka; in gara 6, sempre contro i Thunder, ha segnato 7 punti di fila nell’overtime per vincere la partita, questa volta contro Ibaka; in gara 5 delle Finals, ha segnato 6 punti consecutivi contro Udonis Haslem per lanciare il parziale degli Spurs.

«IT MAKES LAST YEAR OK» – Ritorniamo all’inizio dell’articolo e alla delusione che ha manifestato dopo l’errore al tiro in gara 7. Le parole di Duncan dopo la vittoria nelle Finals 2014 sono state le più semplici che potesse pronunciare: «It makes last year ok». Quello che aveva desiderato fin dall’inizio: pareggiare i conti col destino, mettere una pietra sopra quella sciagurata finale. Perché i grandi campioni fanno così, rispondono sul campo. In conferenza stampa ha confermato che questo successo resta il più dolce per lui, soprattutto perché i suoi figli lo hanno seguito nel corso delle Finals e potranno ricordarselo. Per Duncan, i figli sono ormai una parte importante della vita. È stato pescato a giocare con loro durante l’intervallo di gara 5 delle scorse Finals, se li è portati in conferenza stampa dopo la vittoria di questo titolo e li ha menzionati in tutte le domande che gli sono state poste sul suo futuro.

E L’ANNO PROSSIMO? – Duncan sarà dall’anno prossimo solo un padre di famiglia? Questo titolo è l’ultima pagina della sua leggendaria carriera? Certo, ogni giocatore sogna di ritirarsi dopo una vittoria, ma Duncan potrebbe avere ancora qualche stimolo per continuare. Per esempio inseguire il titolo numero 6, un successo che gli permetterebbe di raggiungere Michael Jordan e Kareem Abdul-Jabbar. Oppure, semplicemente, dimostrare a tutti ancora una volta che la sua tecnica – unita ad una forma fisica impressionante –  gli permette di dominare a 38 anni. Il 24 giugno, Tim Duncan deve comunicare agli Spurs se uscirà dal contratto – che prevede $10,361,446 per la prossima stagione – o meno. Le strade percorribili sono sostanzialmente tre: non uscire dal contratto; uscire e ritirarsi; uscire e spalmare lo stipendio che dovrebbe percepire l’anno prossimo su due stagioni, come aveva fatto nell’estate del 2012 per aiutare la sua squadra dal punto di vista salariale. Una domanda che potrebbe sorgere, a questo punto, è: perché Duncan dovrebbe giocare un altro anno? Semplice: agli Spurs basterebbe rinnovare Diaw e Mills per avere la stessa squadra di quest’anno, con la possibilità di aggiungere anche qualche nuovo elemento attraverso la free agency. Viene difficile pensare che una squadra del genere non sarebbe in prima fila per il titolo anche nella prossima stagione. E Duncan non farebbe problemi a ridurre ulteriormente il suo minutaggio: ha già dichiarato che essere compagno di squadra di Kawhi Leonard, la stella del futuro degli Spurs, è un onore per lui.

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