International players in NBA, protagonisti di oggi e di domani

La storia della NBA con gli Stati fuori dall’Unione è vecchia quanto quella della Lega stessa, sebbene gli orizzonti fossero meno evidenti per vicinanza geografica; in effetti, i primi “stranieri” sono canadesi. Con il Canada i rapporti della NBA sono sempre stati tesi all’avvicinamento: giocatori nati sotto la foglia d’acero militanti nella Lega risalgono al 1946, finché non si è arrivati alla fondazione di una franchigia non statunitense (i Vancouver Grizzlies prima, i Toronto Raptors ora), a giocatori di livello come Rick Fox e soprattutto Steve Nash, grande riferimento dello sport canadese che i Raptors hanno cercato di “rincasare” l’estate scorsa, prima dell’approdo dell’ex Suns ai Lakers, e all’emergere di giovani come Andrew Nicholson e in primis Tristan Thompson.

BREVE STORIA INTERNAZIONALE – È dal Draft 1984 che le cose cambiano prospettiva, con la coraggiosa prova degli Houston Rockets di scegliere un gigante nigeriano con la loro pick. Fu così che Hakeem Olajuwon divenne la prima scelta assoluta non americana, seguita da altri bestioni come il connazionale Olowokandi nel 2000, Yao Ming nel 2002, Bogut nel 2005 e Bargnani nel 2006; diciamo non paragonabili al primo di questo elenco. Nonostante la mostruosità di “The Dream”, i giocatori internazionali hanno sempre avuto ruoli piuttosto marginali nelle rotazioni NBA.

LA SVOLTA– Le cose sono cambiate tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei 90, con un esodo di grandi giocatori dalla Jugoslavia. Nonostante gli atleti delle attuali Croazia, Serbia e Montenegro militanti allora in NBA siano stati moltissimi, tre nomi valgono per tutti: Toni Kukoc, Vlade Divac e forse il più importante di tutti, per il talento oggettivamente riconosciuto e per il suo grande ricordo, che ancora oggi fa venire le lacrime agli occhi dei tifosi: Drazen Petrovic. La vecchia terra di Tito ha dato agli americani nuove caratteristiche e nuovi stili di gioco, a volte più difficili da contenere difensivamente rispetto a quelli impartiti nei vari college. E la bacheca Jugoslava può vantare tre titoli NBA (tutti vinti da Kukoc, in ruoli di secondo uomo dalla panchina per Chicago) e numerose apparizioni ai playoff. Il mondo europeo, o in ogni caso vicino all’Unione Sovietica in crollo, affascinano David Stern e i proprietari NBA, anche grazie all’apertura americana del 1992. Infatti, le Olimpiadi di Barcellona devono aver mostrato agli americani una serie di possibilità che andavano oltre i confini stelle & strisce. Così, giocatori come Pau Gasol, Parker, Nowitzki e Ginobili che incantano la Lega con le loro prestazioni, vincenti nelle varie leghe europee (già, Manu è come se fosse italiano … ) e poi decisi a compiere il grande salto. Altri, invece, hanno scelto di affinare le loro tecniche in America, e qui la lista si fa più lunga: Mutombo, Nash, Duncan, Luol Deng … il processo è andato avanti ancora, con crescite numeriche notevoli di international players finché l’arrivo di Yao Ming, nel 2002, non ha fatto raggiungere alla NBA formalmente il suo scopo di globalizzare il campionato. Da quel momento, infatti, non ci sono state davvero più barriere per il mondo extra – americano.

OGGI – I giocatori internazionali assumono sempre più ruoli centrali, all’interno delle squadre, da livelli di assoluta stella com’è per Nowitzki o Parker, a buoni comprimari come Carlos Delfino, Belinelli, Deng. Quest’anno più che mai, i giocatori internazionali hanno assunto ruoli cruciali nello sviluppo delle squadre e, anche se l’ampliamento della Lega in altre parti del mondo sembra una chimera, l’occhio sul mondo si fa sempre più vigile. Con le Finals ormai a metà del loro corso e analizzando regular season e playoff, vediamo adesso alcuni dei principali giocatori internazionali emersi nel 2012/2013. Questi, e il loro apporto, sono il coronamento del sogno di David Stern: una NBA più internazionale, con giocatori non statunitensi a fare, spesso, la parte del leone.

DANILO GALLINARI (ITALIA) – Non ci voleva l’infortunio al crociato, che ha scalpellato una stagione ai limiti dell’incredibile per il ragazzo lombardo. Il Gallo ha giocato la sua pallacanestro, quella per cui era stato scelto come pedina di scambio durante il Melodramma, aggiungendo anche qualche follia cestistica (ma che canestri impossibili ha fatto?!). Il ragazzo si è guadagnato ogni singolo centesimo del suo contratto e, in una Denver destinata a cambiare dopo la partenza di Ujiri, lui sembra essere il pilastro da cui partire.

MARCO BELINELLI (ITALIA) – O “Clutchinelli”, come l’hanno chiamato negli USA. In pochi, forse, si aspettavano questa stagione del Beli, tranne una persona: lui stesso. Già, perché la forza di Marco è stata quella di fare come il vecchio cinese e di aspettare lungo la riva del fiume … solo che fortunatamente non c’era nessun cadavere da attendere. Si è preso i suoi tiri e le sue responsabilità, omaggiato da Thibodeau e dai compagni. Il suo futuro potrebbe essere lontano da Chicago, ma questa volta chi lo prenderà non si limiterà a un minimo salariale.

OMER ASIK (TURCHIA) – Il contratto offerto da Houston è stato forse troppo per lui, ma di certo non ha dormito sugli allori e ha fatto vedere notevoli miglioramenti dalla sua esperienza Bulls, portando solidità in area. I miglioramenti sono ancora moltissimi da fare, ma Asik è sulla buona strada per dare un contributo notevole in Texas. Bisognerà capire che fare: puntare su di lui per il futuro e creare il trio Lin-Harden-Asik, o puntare sulla sua cessione? Per ulteriori informazioni, chiedete a Dwight Howard.

ANDREW BOGUT (AUSTRALIA) – è tornato dall’ufficio giocatori smarriti e ha fatto valere tre cose: la prima scelta meritata, l’errore dei Bucks a cederlo, il genio dei Warriors a puntare su di lui. La semifinale di Golden State è anche una creatura del più multinazionale dei giocatori (cittadinanza australiana, ma origini croate), della sua difesa e della sua presenza in area. Bravissimo, a maggior ragione con quelle gambe, notoriamente fragili.

TIM DUNCAN (ISOLE VERGINI) – In teoria, le Vergini sarebbero territorio americano, ma vale la pena parlare comunque della stagione di TD, che sembra un abbonato alla piscina di Cocoon. Forse il miglior caraibico dal titolo del 2007, anche se le sue prestazioni sono state sporcate in gara 2 delle Finals; ma chissà che non sia stata solo una giornata storta. Quindi, attento LeBron …

MARC GASOL (SPAGNA) – Miglior difensore dell’anno, senza finire nel quintetto difensivo. All-Star nel 2012, senza riconferma. Sembra proprio che Marc Gasol sia il migliore della classe, in quest’articolo. È cresciuto molto, sia tecnicamente sia come vocalità con i compagni. Difficile che i Grizzlies sarebbero arrivati alle Finali di Conference senza il suo grande aiuto. Vale lo stesso discorso di Gallinari: la pietra portante di Memphis, che sembra decisa a resettare il sistema, è lui.

TONY PARKER (FRANCIA) – MI-TO-LO-GI-CO. Il numero 9 corre come la Charger di Toretto in “Fast & Furious”, segna senza che nessuno riesca a fermarlo e ha dimostrato che è lui l’erede di Duncan alla guida degli Spurs, come TD lo era stato per David Robinson. Quest’anno, più che in passato, Parker ha mostrato di essere cresciuto sotto ogni punto di vista, sia tecnico che di leadership. Se San Antonio è a questo livello, lo deve soprattutto a lui.

NICOLA PEKOVIC (MONTENEGRO) – Il bestione dei T-Wolves è un altro che, come Splitter, è cresciuto moltissimo e ha convinto il mondo con le sue capacità. Ora è restricted e potrebbe anche non rimanere in Minnesota (le voci lo avevano affiancato a Portland alla deadline), ma una cosa è certa: non tornerà in Europa.

RICKY RUBIO (SPAGNA) – Gli infortuni l’hanno castigato per bene, ma il talento c’è, la fantasia pure e i Timberwolves contano su di lui. So che sono poche come righe, nonostante i grandi miglioramenti che lo spagnolo ha fatto rispetto alla sua stagione da rookie siano moltissimi, ma ripeto: l’injury report ha avuto il suo nome per un bel po’.

ALEXEY SHVED (RUSSIA) – A Londra ha fatto vedere il suo talento. A Minnesota ha fatto lo stesso. Il rookie russo ha mostrato penetrazioni e capacità di passaggio esemplari; efficace, soprattutto, il binomio con Kirilenko, indipendentemente dalla medesima nazionalità e dalla comune esperienza olimpica. Tutte queste cose potrebbero portare Shved a essere una colonna dei T-Wolves del futuro. Sempre che non abbia problemi a condividere la regia titolare con Rubio.

TIAGO SPLITTER (BRASILE) – Il centro degli Spurs dà fiato a Duncan, cuore alla squadra ed energia nell’area. Crescerà e migliorerà, anche se già in difesa contro Memphis prima e contro Bosh ora riesce a farsi rispettare alla grande. Bisogna solo capire cosa faranno gli Spurs dopo le Finals, visto che Splitter è restricted free agent.

JONAS VALANCIUNAS (LITUANIA) – Valanciunas non è il primo lituano che gioca in NBA e mostra che la piccola repubblica è una fucina di talenti in tutto il mondo (da lui a Jasickevicius fino a Kaukenas). Secco secco, è il prototipo del centro moderno e Toronto deve approfittarne.

GREIVIS VASQUEZ (VENEZUELA) – Il realizzatore degli Hornets (pardon, Pelicans) avrebbe potuto vincere un meritatissimo Most Improved Player Of The Year, se non fosse stato per un Paul George che se lo è guadagnato maggiormente. A New Orleans il ragazzo è stato un buon arrivo (d’altro canto, a Memphis ci hanno guadagnato con Pondexter), portando i punti necessari per dare contributo. Che rimanga o no in Louisiana, se continua di questo passo può solo fare bene.

NIKOLA VUCEVIC (MONTENEGRO) – I Magic devono ripartire da lui. A Philadelphia aveva reso di meno, certo, ma a Orlando ha dato una forte presenza e una sostanza davvero notevoli. Purtroppo, la sua stagione è stata oscurata dal pessimo rendimento di squadra.

 

Photo: zimbio.com