Isaiah Thomas come Drazen Petrovic, il segreto si chiama Seattle

Da pochi giorni il playmaker al secondo anno dei Sacramento Kings, Isaiah Thomas, ha tagliato un importante traguardo che a suo modo lo ha proiettato in una parte della storia della NBA. Thomas è infatti diventato il secondo giocatore scelto con la numero 60 al Draft a registrare 1000 punti in una singola stagione dai tempi di un certo Drazen Petrovic, l’ultimo a riuscire in una simile impresa.

Con i suoi 14 punti a gara è infatti il terzo miglior realizzatore della squadra, e i quasi 4 assist a sera gli valgono la vetta della classifica in questa particolare specialità, a coronamento di una stagione vissuta da protagonista dopo i 25.5 minuti dell’anno da rookie, nel quale si era già imposto come giocatore di energia dalla panchina. Nelle ultime 10 partite ha addirittura elevato il proprio rendimento, mettendo insieme cifre da elite del ruolo che ci parlano di 18.9 punti e 5.2 assist ad allacciata di scarpe in una squadra che sul gioco degli esterni e sulle sue penetrazioni punta molto.

A livello statistico dunque Isaiah sta vivendo di fatto la miglior stagione della propria seppur giovane carriera, cominciata in un luogo importante per il basket americano: lo stato di Washington. Dopo una carriera di high school difficile a causa delle difficoltà accademiche il nativo di Tacoma viene reclutato dall’università dello Stato, quella per la quale  ogni giocatore del luogo vorrebbe giocare: University of Washington, appunto, che lo elegge subito a leader spirituale e tecnico nonostante l’evidente bassa statura. Il motivo, oltre alla particolare abilità di Thomas nel penetrare e nel vedere il gioco, è uno degli ex studenti-atleti più famosi dell’ateneo, Nate Robinson, il quale nel 2008 è già in NBA a fare incetta di gare delle schiacciate e di stoppate clamorose su gente alta il doppio di lui. Nate “The Great”, ancora influente nelle sorti degli Huskies, probabilmente si riconosce in quel ragazzo spericolato e senza paura, così è il primo a mettere una buona parola per lui all’interno dello staff tecnico e a difenderlo ogni qual volta piovano critiche sul suo pupillo. In questo modo i quattro anni di Isaiah a Washington sono uno migliore dell’altro, e culminano con un tiro allo scadere dello stesso numero 2 (guarda caso il numero appartenuto a Robinson) che vale agli Huskies il titolo della Pac-10 nella finale contro Arizona, per il quale verrà sempre ricordato come una leggenda.

La tradizione di accaparrarsi una sorta di protetto è ben diffusa all’interno del basket dello stato di Washington e in particolare della zona limitrofa a Seattle. Senza risalire ai tempi di Elgin Baylor e del suo dominio con la maglia dell’università cittadina è sufficiente fare un salto in avanti fino a Jason Terry, il primo nativo di Seattle (Franklin High School) a farcela per davvero nella Lega dei grandi e in quanto tale padre putativo di tutti coloro che sono venuti dopo. Non tanto a Jamaal Crawford, quasi suo coetaneo (Terry è più grande di 3 anni ma è entrato in NBA solo un anno prima), quanto allo stesso Nate Robinson, storicamente uomo senza particolari regole o freni inibitori e per questo avvicinato dal JET, che gli ha fornito le prime nozioni di “bon ton” da giocatore professionista, come ad esempio non presentarsi in tuta e cappellino la sera del draft e optare per un ben più morigerato abito.

Il piccolo grande uomo ha raccolto l’eredità e si è fatto mentore di del talento pazzesco, finora inespresso di Terrence Williams e di Aaron Brooks prima, e come detto dello stesso Thomas poi. In particolare proprio Robinson ha preso questo suo impegno di responsabile morale molto seriamente, tanto da esaltare spudoratamente ogni giocatore di Seattle su Twitter e da tifare oltremodo per chiunque abbia un legame con la città e da farsi promotore di vari tornei estivi per professionisti o per le high school locali. Tutti i giocatori provenienti da Seattle hanno portato nella Lega uno stile unico, paragonabile a quello dei playground di New York, fatto di finte, “shake n bake” (azione collaudatissima da Jamal Crawford), assist no look, atletismo e penetrazioni che lo rendono quasi oggetto di culto. Se a tutto ciò aggiungiamo questo legame, inesistente tra i giocatori di tutte le altre città, otteniamo un mix irresistibile, almeno agli occhi di chi scrive. Isaiah Thomas è l’ultimo prodotto di questo legame, ma siamo sicuri che non sarà l’unico: se Peyton Siva riuscisse a trovare un posto in pianta stabile all’interno della Lega siamo sicuri che verrebbe immediatamente preso sotto l’ala protettrice dei suoi predecessori. È molto probabile che anche il novello campione NCAA possa essere scelto alla fine del secondo giro, e forse tra un paio d’anni saremo qui a raccontarvi del terzo giocatore dopo Petrovic e Thomas a raggiungere i 1000 punti in una stagione partendo da così in basso.