Iverson vuole i Celtics, pro e contro di una scelta a due facce

Allen Iverson non ha mai nascosto di voler rientrare a far parte dell’unico vero amore provato nella sua vita: la pallacanestro NBA. L’esperienza al Besiktas non lo aveva certo entusiasmato, anche se alla sola notizia di un suo ritorno gli innumerevoli fan in giro per il mondo si erano subito scaldati al pensiero di vederlo nuovamente in azione sul parquet.

Le ultime voci parlano di un interessamento del nativo di Hampton, Virginia, verso i Boston Celtics, che sarebbero disposti a dargli un’opportunità con un contratto da dieci giorni. Del resto, fino a questo momento i bianco verdi hanno già firmato tre free agent con questa formula, facendo firmare loro un contratto per il resto della stagione. Terrence Williams e Shavlik Randolph in particolare (l’altro è stato DJ White) stanno fornendo un rendimento solido uscendo dalla panchina, e stiamo parlando di due giocatori che hanno avuto pochissima fortuna nella Lega prima di vestire la prestigiosa maglia che fu anche di Larry Bird. Perché non provare anche l’esperimento Iverson, dunque? La classe e le qualità tecniche dell’ex Sixers non sono certo in discussione; lo sono se mai quelle fisiche (le ultime apparizioni NBA risalgono quasi a quattro anni fa) e i soliti problemi comportamentali.

Trovarsi in un ambiente serio e strutturato come quello dei Celtics potrebbe però motivarlo ulteriormente, e giocare con un campione e un leader del calibro di Kevin Garnett metterebbe un freno anche ai suoi atteggiamenti da primadonna, assolutamente non perdonabili nel Massachussetts. Da un punto di vista tecnico Iverson porterebbe ai Celtics una dose di imprevedibilità e di energia dalla panchina, potrebbe riciclarsi nelle vesti di playmaker e portare la palla dando un po’ di riposo ad Avery Bradley, nonostante le attitudini difensive siano nettamente inferiori. Il primo passo non sarà più quello fulminante di una volta, ma chi ha rapporti frequenti con The Answer lo descrive come un giocatore assolutamente pronto per affrontare la durezza fisica dei Playoff e in questo senso ai Celtics non resterebbe che fidarsi di queste persone.

Boston del resto aveva già provato un esperimento simile in passato, quando nel 2009 aveva firmato Stephon Marbury affidandogli il ruolo di playmaker di riserva proprio a ridosso dell’inizio della post season. L’ex Knicks aveva ripagato con soli 3.8 punti e nemmeno un assist di media, tanto che non fu confermato per la stagione successiva dando inizio alla sua leggendaria carriera cinese. Altro esperimento, più recente e solo leggermente più redditizio, è quello di Gilbert Arenas ai Grizzlies nel 2011. Agent Zero firmò con Memphis dopo il turbolento ritorno a Washington, anche in questo caso per dare una mano nei Playoff, ma la sua esperienza si chiuse velocemente con appena 4.2 punti e 1.1 assist a gara. Insomma, i precedenti non sono dalla parte di  Iverson per diversi motivi, ma AI è un giocatore che ci ha sempre abituato ai miracoli sin dall’inizio della carriera e anche in questa situazione ha tutte le carte in regola per riuscire nell’impresa. Non bisogna aspettarsi da lui che entri e sia efficace come Jamal Crawford, né tantomeno che arrivato alla sua età segni quanto lui, ma è lecito aspettarsi un rendimento attorno agli 8-10 punti a gara che potrebbero risultare fondamentali per le sorti anche nella post season dei Celtics,

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